Codice Biblico: sigillo intatto, chiacchiere infrante

“Ogni parola di Dio è affinata con il fuoco. Egli è uno scudo per chi confida in lui.
Non aggiungere nulla alle sue parole, perché egli non ti rimproveri e tu sia trovato bugiardo” –
Proverbi 30:5-6

“Sforzati di presentare te stesso approvato davanti a Dio: operaio che non abbia di che vergognarsi, che tagli rettamente la parola della verità” – 2 Timotreo 2:15 


La Bibbia è un testo sacro, non un algoritmo

Nel secondo secolo qualcuno prese il numero 666, lo trasformò in lettere e trovò un nome.

Anzi, tre.

Euanthas. Lateinos. Teitan.

Chi fece quel calcolo era Ireneo di Lione, uno che aveva conosciuto, così si dice, persone vicine all'apostolo Giovanni.

E dopo aver ottenuto tre risposte diverse dalla stessa operazione, ebbe l'onestà di scrivere che era meglio non sbilanciarsi e aspettare l'adempimento.¹

Teniamolo a mente: il primo uomo della storia a usare il metodo delle lettere-numeri ottenne tre risposte e ammise di non sapere quale fosse quella giusta.

Fu l'ultima volta che qualcuno lo usò con tanta prudenza.

Nel Medioevo, coi conti giusti, il 666 diventò Maometto.

Per i polemisti protestanti diventò il papa — sommando le lettere di un titolo, Vicarius Filii Dei, che il papato non aveva neppure mai usato ufficialmente. Ma perché farsi fermare da un dettaglio simile?

Nel 1812 i conti tornarono su Napoleone.

Nel 1917 sul Kaiser.

Negli anni Quaranta qualcuno inventò un alfabeto in cui A vale 100, B vale 101, C vale 102... e — meraviglia delle meraviglie — HITLER risultò fare esattamente 666.²

Un alfabeto costruito apposta per far tornare il conto. Il trucco allo stato puro, senza nemmeno il disturbo di nasconderlo.

Poi toccò a Stalin. E per chi amava le simmetrie, ai tre nomi da sei lettere: Benito, Hitler, Franco — tre nomi, tre sei, tre dittatori al prezzo di uno. Persino a Ronald Wilson Reagan, sei lettere per nome, tre volte.

Fermiamoci un attimo.

Un metodo che in milleottocento anni ha "dimostrato" venti risposte diverse — tutte con certezza matematica, tutte incompatibili tra loro — quante ne ha dimostrate davvero?

Zero.

Un orologio che segna sempre l'ora che vuoi tu non è un orologio. È uno specchio.

Della ghematria applicata al 666, e del perché nemmeno il celebre "Nerone Cesare" regga ai conti fatti con le consonanti giuste, abbiamo già parlato in un articolo dedicato: chi vuole i numeri li trova là, nella nota in calce.³

Oggi ci occupiamo del figlio di quel metodo. Un figlio più ambizioso, laureato, con la potenza di calcolo di un computer alle spalle e un best seller mondiale di vendite nel curriculum.

Si chiama "codice della Bibbia".



La scoperta che tolse il fiato al mondo

Immaginiamo la scena.

Un amico ci mostra lo schermo, trionfante. Nel testo ebraico della Genesi, partendo da una certa lettera e saltando ogni 49 lettere, esce la parola Torah. Nel testo di altri libri, con altri intervalli, escono nomi di rabbini vissuti secoli dopo Mosè. E poi nomi di ministri assassinati. Date. Città.

Un messaggio nascosto da Dio in persona nel Suo Libro, invisibile per tremila anni, svelato solo oggi grazie ai calcolatori.

La pelle d'oca, per qualcuno, è comprensibile.

La storia comincia davvero negli anni Quaranta con un rabbino slovacco, Weissmandl, che passava il tempo a contare le lettere della Torah.

Diventa "scienza" nel 1994, quando tre ricercatori israeliani — Witztum, Rips e Rosenberg — pubblicano su Statistical Science, rivista seria di statistica, un articolo in cui sostengono che i nomi di famosi rabbini medievali e le loro date compaiono nella Genesi, in sequenze di lettere equidistanti, con una frequenza impossibile per il caso.⁴

E diventa fenomeno mondiale nel 1997, quando il giornalista Michael Drosnin ci costruisce sopra un libro, “The Bible Code”, sostenendo che la Torah conteneva in codice l'assassinio di Yitzhak Rabin — trovato, guarda caso, dopo che Rabin era stato assassinato.

Milioni di copie. Traduzioni ovunque. E milioni di persone convinte che finalmente c'era la "prova scientifica" dell'ispirazione divina della Bibbia.

Come funziona il prodigio?

Semplice. Si prende il testo ebraico e si tolgono gli spazi: una striscia ininterrotta di 304.805 lettere, per la sola Torah.⁵

Si sceglie una lettera di partenza. Si sceglie un intervallo: ogni 2 lettere, ogni 7, ogni 50, ogni 4772, a discrezione. Si legge cosa esce.

Non esce niente? Si cambia intervallo.

Ancora niente? Si cambia lettera di partenza. Si legge al contrario. Si dispone il testo in una griglia e si cerca in verticale, in diagonale, a serpentina, come nella Settimana Enigmistica.

Prima o poi, qualcosa esce. Sempre.

E qui qualcuno avrà già fiutato il problema ma non corriamo: prima di processare il metodo, mettiamo sul tavolo la carta migliore della difesa.



La Bibbia parla davvero di cose nascoste

Perché sarebbe facile liquidare chi cerca qualcosa di nascosto nella Scrittura come un povero illuso.

Certo, ci si potrebbe chiedere se questi individui abbiano mai provato a leggerla per quella che è prima di passare a qualche super codice – critica legittima - ma il punto è che è la Scrittura stessa a dirci che ci sono cose nascoste.

"Tu, Daniele, tieni segrete queste parole e sigilla il libro fino al tempo della fine" – Daniele 12:4.

E al versetto 9: "queste parole sono tenute segrete e sigillate fino al tempo della fine".

Isaia parla di una visione diventata "come le parole di un libro sigillato" che né il dotto né l'illetterato sanno leggere – Isaia 29:11, 12.

"Le cose nascoste appartengono al Signore nostro Dio" – Deuteronomio 29:29.

"È gloria di Dio nascondere una cosa, ed è gloria dei re investigarla" – Proverbi 25:2.

In Cristo "sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza" – Colossesi 2:3.

"A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli" – Matteo 13:11.

E l'intera Apocalisse è consegnata come un rotolo sigillato con sette sigilli – Apocalisse 5:1.

Quindi stabiliamo una cosa: è giusto cercare le cose nascoste nella Bibbia. Essa stessa dichiara apertamente di contenere cose sigillate, riservate, destinate a essere comprese solo a suo tempo e da persone specifiche.

La curiosità e il desiderio di comprendere è quindi legittimo.

Ma qui nasce la domanda che deciderà il percorso di questo articolo.

Nascoste come?

Sigillate in che modo? Con un lucchetto di intervalli numerici che si apre solo con un calcolatore del ventesimo o ventunesimo secolo — oppure in un altro modo, che la Scrittura stessa mostra?

A questo punto qualcuno, preparato, potrebbe alzare la mano: "E Sesac?"

Sì, nella Scrittura esiste perfino un gioco di lettere.

Geremia chiama Babilonia "Sesac" – Geremia 25:26; 51:41 – e i Caldei "Leb-Camai" – Geremia 51:1.

Il meccanismo è noto: si chiama atbash, l'alfabeto ebraico ribaltato — la prima lettera scambiata con l'ultima, la seconda con la penultima, e così via. Babele diventa Sheshak. Un cifrario vero, dentro la Bibbia.

Il codicista esulta: "Visto? Dio stesso cifra!"

Non così in fretta. Guardiamo come cifra.

Primo: la parola cifrata sta nel testo che si legge, in sequenza normale, al suo posto nella frase. Chiunque apre Geremia incontra Sesac. Nessun salto di lettere, nessuna griglia, nessun intervallo da indovinare: il testo ti mostra l'enigma, non te lo seppellisce.

Secondo: la chiave è una sola, fissa, reversibile.

Alfabeto ribaltato: la prima lettera con l'ultima. Fine.

E notiamo bene questo dettaglio, perché decide tutto. Un cifrario a sostituzione ha un numero limitato di chiavi possibili: prima con l'ultima, prima con la penultima... si contano. Si verificano tutte. Si può dire "l'abbiamo provate: la soluzione è solo una ed è questa".

Ma "salta ogni N lettere", con N che va da 2 a diecimila e oltre, moltiplicato per ogni lettera di partenza, per ogni direzione, per ogni disposizione della griglia?

Le combinazioni esplodono senza limite pratico. Non è più una serratura: è un generatore.

Un metodo serio, con una chiave unica, trova una cosa. Un metodo con infinite chiavi trova tutto.

E chi trova tutto non ha trovato niente.

Terzo — e qui il codicista dovrebbe cominciare a sudare: in Geremia 51:41 la soluzione è stampata nel versetto stesso. "Come è stata presa Sesac! ... Come è divenuta Babilonia un oggetto di stupore fra le nazioni!" Sesac e Babilonia, fianco a fianco, in parallelo. Il sigillo con la chiave appesa accanto.

Quando Dio cifra una parola, il cifrario è nel contesto, e in questo esempio specifico è nella riga dopo.

Teniamo bene a mente questa parola tanto sottovalutata: il contesto.

E quarto: stiamo parlando di due parole in un solo libro. Due. L'inventario finisce qui. Un espediente puntuale, di un profeta che annunciava la caduta della superpotenza del momento mentre quella superpotenza era di casa a Gerusalemme.

Se in un romanzo di seicento pagine l'autore infila un anagramma — e te lo risolve nella riga accanto — non hai scoperto che l'intero romanzo è scritto in anagrammi. Hai scoperto che l'autore, una volta, ha fatto un anagramma. Chi da quella pagina deduce il diritto di anagrammare tutte le seicento non sta interpretando l'autore: lo sta sostituendo.

È lo stesso salto mortale di chi ragiona così: "Il Signore parlava spesso in parabole, dunque tutta la Scrittura è una parabola".

Con quel criterio Adamo evapora, il diluvio diventa una metafora e Giona un racconto edificante — ed è infatti la scorciatoia preferita di chi vuole liberarsi dei resoconti scomodi.

Ma il contesto il suo genere lo dichiara: "disse loro in parabola" – Luca 8:4.

Il codicista e lo smaterializzatore usano la stessa leva in direzioni opposte: uno per infilare nel testo significati che non ci sono, l'altro per togliergli quelli che ci sono.

Un'eccezione dichiarata e risolta dal testo non è una licenza universale.

E due parole cifrate in Geremia non trasformano 304.805 lettere in una griglia da Settimana Enigmistica dove, tra l’altro, la chiave è ad assoluta discrezione del lettore e intercambiabile a convenienza.

Inoltre, quando Dio nasconde qualcosa, dice anche come lo rivelerà: "il Sovrano Signore non farà nulla senza aver rivelato il suo segreto ai suoi servitori, i profeti" – Amos 3:7.

Ai profeti. Non ai programmatori.



Come si apre un sigillo: il metodo di Israele-del-Testo

Se la Scrittura contiene cose nascoste, la domanda successiva è obbligata: come le cercava chi la Scrittura l'ha ricevuta in consegna? – confronta Romani 3:2

Questo lo capisce solo chi legge la Scrittura come una narrazione utile, e non come un codice. Perché la risposta non è sepolta tra le lettere o combinazioni di lettere: è scritta nelle pagine, in scene precise, che chiunque può leggere.

Chi setaccia gli intervalli, quelle scene le attraversa senza vederle.

Gerusalemme, dopo l'esilio. Il popolo è radunato in piazza, Esdra apre il libro della Legge. Cosa succede?

"Continuarono a leggere ad alta voce il libro, la Legge del vero Dio, spiegandola chiaramente e chiarendone il senso; così aiutavano il popolo a capire ciò che si leggeva" – Neemia 8:8.

Si legge. Si spiega. Si capisce.

Tre verbi che hanno accompagnato il popolo del Libro per oltre mille anni, da Mosè in poi: "Queste parole che oggi ti comando devono essere nel tuo cuore; le inculcherai ai tuoi figli e ne parlerai quando sarai seduto in casa tua e quando camminerai per strada" – Deuteronomio 6:6, 7.

Le parole. Se ne parla, si ripetono, si insegnano ai figli per strada. Provate a inculcare a un bambino una sequenza di lettere equidistanti mentre camminate.

E il Signore? Lui sì che conosceva le profondità della Scrittura — "in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza". Come le apriva, queste profondità?

Ai sadducei che negavano la risurrezione rispose applicando il pigreco alle lettere ebraiche e mostrando cosa saltava fuori o citando Esodo 3:6?

"Io sono l'Iddio di Abraamo" ovvero l'Iddio dei viventi – Matteo 22:31, 32.

L'argomento più sottile di tutto il suo ministero poggia su un ragionamento basato sul testo di una frase leggibile. Il tesoro era nascosto, sì, ma era in superficie da millecinquecento anni: bastava ragionare sulle implicazioni di una certa affermazione.

Ai farisei propose l'enigma del Salmo 110: "Se Davide chiama il Cristo 'Signore', come può essere suo figlio?" – Matteo 22:41-46.

Un enigma vero, che ammutolì i dottori. Costruito su cosa? Sul significato di due parole nel testo corrente.

E la diagnosi che diede ai sadducei vale da epitaffio per ogni numerologo che crede di misurare l'universo giocando coi numeri ma dimentica il senso delle parole: "Voi errate, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio" – Marco 12:24.⁶

Non conoscete. Il problema di chi sbaglia non è che gli manchi un intervallo: è che gli manca la conoscenza di quello che c'è scritto.

E quando, da risorto, volle aprire ai discepoli le cose più nascoste — le profezie su di lui, sigillate in piena vista da secoli — cosa fece?

Scompose le lettere del Testo e le elevò a potenze di due o ne fece un algoritmo per mostrare cosa ne usciva?

"Cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiegò loro le cose che lo riguardavano in tutte le Scritture"... e "aprì loro la mente per comprendere le Scritture" – Luca 24:27, 45.

Spiegò. Comprendere. Ancora quei verbi.

I discepoli quella sera dissero: "Non ci ardeva forse il cuore mentre ci apriva le Scritture?" – Luca 24:32.

Il cuore che arde: ecco l'effetto di un sigillo che si apre. Nessuna griglia, nessun conteggio. Nessuna Settimana Enigmistica o giochi di numeri primi. Una spiegazione.

E i migliori allievi impararono il metodo: i bereani "esaminavano attentamente le Scritture ogni giorno per vedere se le cose stavano così" – Atti 17:11.

Verifica del contenuto. Lo Spirito Santo li definisce "di sentimenti più nobili" per questo.

Facciamo il punto, perché è un punto pesante.

Dalla piazza di Esdra alla scuola di Berea corrono cinque secoli. La Scrittura non ci racconta ogni giorno di quell'arco — tra Malachia e il Battista il Testo tace — ma tutte le scene che ci documenta parlano una lingua sola. Si discute sulle implicazioni dei comandamenti: i sacerdoti interrogati sulle norme della legge – Aggeo 2:11-13; i farisei che domandano al Signore se sia lecito divorziare "per un motivo qualsiasi" – Matteo 19:3; le controversie sul sabato – Matteo 12:1-14; il concilio di Gerusalemme sulla circoncisione – Atti 15.

Si discute sulla portata di una parola, si pongono e si risolvono enigmi sul testo leggibile – Salmo 110.

Salti di lettere? Zero assoluto.

Non uno. Non un profeta, non uno scriba fedele, non il Signore, non un apostolo che abbia mai fondato una dottrina, una profezia o anche solo un'esortazione su una sequenza di lettere estratta a intervalli.

Il metodo che pretende di essere la chiave suprema della Scrittura non è mai stato usato da nessuno, dentro la Scrittura.

Strano, per una chiave, non aprire nemmeno una porta di casa propria.



Qual è l'origine?

Da dove arrivano sempre queste cose: dalle persone quando perdono la fiducia nel Testo e si mettono sopra di Esso.

Quando il giudaismo posteriore mise il Talmud (babilonese, ricordiamo) sopra la Scrittura, fiorirono la ghematria — le lettere trasformate in numeri — e il notarikon — le parole smontate in acrostici. Tecniche da iniziati, per estrarre dal testo ciò che il testo non dice.

Vi ricorda qualcosa?

È la stessa identica mossa della cristianità, che ha messo la tradizione sopra il Testo.

Cambiano i nomi — là il Talmud, qua i concili e i "padri" — ma il movimento è uno: quando il testo dichiarato non basta più a sostenere quello che si vuole sostenere, si inventa un livello superiore di accesso. Un livello riservato, che il semplice lettore non può verificare. E che — guarda caso — conferma sempre quello che l’inventore del metodo voleva dimostrare.

Il rabbino cabalista e il teologo della tradizione sono colleghi. Uffici diversi, stessa ditta.

Oggi la kabbalah con ha il calcolatore al posto del rabbino. Più veloce, più patinata, con la conferenza stampa e il libro in classifica.

Ma la merce è la stessa: un accesso "superiore" al testo, invendibile a chi il testo si limita a leggerlo, spiegarlo e verificarlo — come faceva, per l'appunto, Israele-del-Testo.

E notiamo il trucco di vetrina, perché funziona da decenni.

Mettete la parola "computer" accanto a una sciocchezza, e la sciocchezza si laurea. Chi ha qualche anno ricorda titoli come "Le profezie di Nostradamus al computer!" — e giù copie vendute, come se la macchina potesse interpretare alcunché.

Il calcolatore non interpreta: esegue. Dategli in pasto un metodo arbitrario e vi restituirà arbitrio — solo più in fretta, e con più cifre decimali. Ma "l'ha trovato il computer" suona oggettivo, scientifico, indiscutibile. È il nuovo paramento sacro: ieri l'autorità la conferiva la barba del cabalista, oggi la conferisce il processore.

Domani — prepariamoci — la conferirà l'intelligenza artificiale: "l'ha scoperto l'IA" è già il prossimo titolo acchiappa-allocchi, e la merce sarà sempre quella.

Resta un'ultima obiezione, la più fine: "Ma la Scrittura stessa, almeno una volta, dice di calcolare! Il 666!"

Vero. Apocalisse 13:18: "Chi ha perspicacia calcoli il numero della bestia".

Ma il verbo greco psēphizō (quello usato per “calcolare”) si trova anche in Luca 14:28: chi vuole costruire una torre "prima si mette a sedere e calcola la spesa".

Nessuno immagina l'aspirante costruttore con l'abaco a sommare valori di lettere: significa fare i conti, valutare, pensare, metterci testa.

"Chi ha perspicacia" ci metta testa — non un algoritmo.

La lettura ghematrica di quel versetto l’abbiamo già visto in apertura — ha milleottocento anni di identificazioni sbagliate, da Ireneo in poi.

E chi vuole vedere i conti del caso più celebre, "Nerone Cesare", con la waw interpolata e la lettera scambiata per far tornare 666 quello che fa 900, li trova nel nostro articolo dedicato.³

In ogni caso il “precedente” di Apocalisse 13:18 non autorizza in alcun modo l’uso della ghematria3b .

Il fascicolo interno è chiuso: dentro la Scrittura il metodo non esiste, e fuori ha già una fedina lunga un chilometro.

Adesso possiamo aprire quello esterno.

C'entra una balena.



Il processo esterno: entra Moby Dick

Torniamo al 1997.

“The Bible Code” di Drosnin scala le classifiche di mezzo mondo. La stampa titola sul mistero, le televisioni invitano l'autore, i lettori rabbrividiscono: l'assassinio di Rabin era scritto nella Torah da tremila anni.

Gli scettici obiettano quello che ormai anche noi sappiamo: con abbastanza testo e infiniti intervalli, si trova qualsiasi cosa in qualsiasi libro.

Uno studioso, su Newsweek, arrivò a dire che con quelle tecniche si otterrebbero gli stessi risultati da un elenco telefonico.⁷

E qui Drosnin commette l'errore che nessun imputato dovrebbe mai commettere: detta lui stesso le condizioni della propria condanna. Su Newsweek, sicuro del fatto suo, proclama: quando i miei critici troveranno il messaggio dell'assassinio di un primo ministro codificato in Moby Dick, allora ci crederò.⁸

Moby Dick. Un romanzo americano dell'Ottocento. Una caccia alla balena. Scelto da lui, come banco di prova impossibile.

A Canberra, un professore di matematica dell'Università Nazionale Australiana, Brendan McKay, legge la sfida. Non scrive un editoriale indignato. Non convoca un convegno. Fa una cosa molto più elegante: obbedisce.

Prende il metodo di Drosnin — esattamente il suo, con le sue regole, cioè nessuna — e lo applica al libro scelto da Drosnin.

Risultato?

Moby Dick "conteneva in codice" l'assassinio di Indira Gandhi. Primo ministro, per la precisione: come da capitolato.

E poi, già che c'era trovò: Trotsky. Martin Luther King. Robert Kennedy. John Kennedy — con tanto di dettagli sull'agguato. Abramo Lincoln. Il cancelliere austriaco Dollfuss. Il presidente libanese Moawad. Perfino Lady Diana.⁹

E l'assassinio di Yitzhak Rabin. Sì, proprio quello che aveva lanciato il fenomeno mondiale: nel romanzo della balena c'era anche lui — con il nome dell'assassino, Igal Amir, e il movente, "Oslo", incrociati lì accanto.

Herman Melville, evidentemente, era un profeta di prim'ordine. Peccato per lui aver sprecato il dono scrivendo di capodogli.

E se vi state chiedendo dove si trovi "Gandhi" o gli altri in Moby Dick, la risposta è: da nessuna parte. Nessun lettore del romanzo incontrerà mai quel nome. La sequenza trovata da McKay parte dalla posizione 13.258 e salta di 102.857 lettere in 102.857: sette lettere spalmate su mezzo romanzo.¹⁰

Le famose griglie con le parole incrociate — quelle che tolgono il fiato nei libri sui codici — sono un trucco di impaginazione: si va a capo esattamente ogni 102.857 lettere, e il "messaggio" appare miracolosamente incolonnato. Distanze di interi capitoli, compresse in un francobollo. Il codice non si vede nel libro: si vede solo sul tavolo del prestigiatore, dopo che il prestigiatore ha disposto le carte.

E attenzione a un dettaglio che McKay stesso mette nero su bianco in testa alla sua pagina: lui ha lavorato sul testo inglese con le vocali. Cioè con materiale più rigido dell’ebraico: in inglese, saltando di N in N, non puoi escludere le A o le O per poi aggiungerle a piacimento — devono essere quelle giuste, stampate lì da Melville, senza errori. "GANDHI" o esce con tutte le sue lettere, vocali comprese, o non esce.

McKay ha accettato la sfida con l'handicap — e ha stravinto lo stesso.

Ora fate il passaggio: se il metodo produce profezie a volontà perfino nell'inglese vocalizzato, cosa produrrà nell'ebraico consonantico, dove ogni scheletro di consonanti è un ventaglio di parole e le vocali le decide chi cerca?

E non c'è nulla di speciale in Melville: il metodo funziona con qualsiasi testo abbastanza lungo — un romanzo russo, l'elenco telefonico, una raccolta di Nonna Papera. Serve solo pazienza, un calcolatore e la voglia di starci dietro.

Fermiamoci un attimo, perché la mossa di McKay merita di essere gustata.

Non ha contestato il tribunale dell'avversario: ci è entrato. Stesso metodo, stesso libro, condizioni dettate dall'imputato in persona. È il controinterrogatorio perfetto: quando la tua vittoria arriva con le regole scritte dall'avversario, all'avversario non resta nemmeno l'appello.

E la ciliegina: frugando ancora tra le righe di Melville, il gruppo di McKay ha trovato "in codice" anche l'assassinio... di Michael Drosnin. Con i dettagli: un chiodo piantato nel cuore, al Cairo o forse ad Atene.¹¹

Ridi delle profezie trovate in Moby Dick, ridi, ridi... finché non trovi la tua.

(Per la cronaca: Drosnin non è stato assassinato né al Cairo né ad Atene, né con chiodi. Essendo l’unica “profezia futura”, puntualmente, non si è adempiuta. Il metodo almeno è coerente.)

McKay, da galantuomo, ha messo l'avviso in cima alla sua pagina: nessuno di questi risultati viola le leggi della probabilità; è tutto puro caso — ed è esattamente questo il punto.¹²

Diciotto secoli prima, Ireneo aveva ottenuto tre nomi dallo stesso tipo di calcolo e aveva avuto l'onestà di non giurare su nessuno. Diciotto secoli dopo, McKay ottiene profezie a volontà e avverte subito che non valgono niente.

Il primo e l'ultimo utente del metodo sono probabilmente i due più onesti. E guarda caso, sono i due che gli hanno creduto di meno.

Tutti quelli in mezzo hanno venduto certezze.

Restava in piedi solo il fortino "scientifico": l'articolo del 1994 su Statistical Science, quello dei rabbini medievali nella Genesi. Sembrava serio: era passato dalla revisione di una rivista vera.

Nel 1999, sulla stessa rivista, arriva la controanalisi: McKay firma insieme a Dror Bar-Natan, Maya Bar-Hillel e Gil Kalai.¹³

E qui gustiamo il cast: tre dei quattro sono studiosi israeliani, e due insegnano all'Università Ebraica di Gerusalemme — l'ateneo di Rips, il padre scientifico dei codici. Il miracolo ebraico viene esaminato da chi l'ebraico lo legge dalla nascita, nei corridoi stessi dove il miracolo era stato annunciato.

Nessuno potrà dire che il tribunale non conosceva la lingua degli atti o che fosse di parte.

Scoperta: il risultato "miracoloso" dipende interamente dalle scelte fatte a monte — quali rabbini includere (e quali no), con quali dei loro molti appellativi, scritti in quale grafia. Margini di manovra ovunque. E basta variare leggermente la lista degli appellativi perché il "miracolo" si trasferisca armi e bagagli... in Guerra e pace di Tolstoj.

Il fortino scientifico si arrende sulla stessa rivista in cui era stato costruito. Partita chiusa.

E Drosnin? Aveva firmato le condizioni: "allora ci crederò".

Le condizioni si sono adempiute alla lettera — l'unica profezia adempiuta di tutta questa storia, verrebbe da dire. Il gran sacerdote del codice si è quindi convertito pubblicamente, come promesso?

No. Ha spostato i paletti, contestato i conteggi altrui, e pubblicato altri due volumi di codici. I libri, si sa, si vendono meglio delle ritrattazioni.

Ma la sfida l'aveva lanciata lui, il libro l'aveva scelto lui, e il verdetto è agli atti per chiunque voglia leggerlo.

C'è chi ingoia il rospo… e chi una balena.

Per capire la Bibbia serve umiltà, serietà, costanza, preghiera e l'aiuto di Dio. Non un processore più grosso



Il moltiplicatore: un alfabeto senza vocali

Rimane da esaminare l'ultima aggravante, quella tecnica. E per capirla non serve essere ebraisti: basta un esempio in italiano.

L'ebraico biblico si scrive, in sostanza, senza vocali. Il testo che i codicisti setacciano è una catena di consonanti: le vocali il lettore le mette leggendo, guidato dal contesto e dalla tradizione di lettura. I segni vocalici che vedete nelle Bibbie ebraiche stampate — i puntini e i trattini sotto le lettere — sono un'aggiunta dei masoreti, secoli dopo Cristo, per fissare per iscritto la pronuncia tramandata.

Cosa significa, in pratica?

Facciamo l'esperimento in casa nostra. Prendete due consonanti: PR.

Cosa c'è scritto? Puro? Pare? Pera? Pira? Però? Poro? Paro? Paura? Apro? Opero? Epuro?

Tutte. E nessuna. Dipende dalle vocali che ci mettete voi — cioè da cosa volete leggerci. Due consonanti, una dozzina di parole.

E badate: con "epuro" abbiamo perfino trovato, nascosto dentro PR, l'annuncio profetico di quello che stiamo facendo in questo articolo. Visto come funziona?

E l'italiano è perfino più rigido dell'ebraico, dove tra prefissi, suffissi e forme verbali il ventaglio di letture possibili di uno scheletro consonantico è ancora più ampio.

Ora: nel testo in sequenza, questo non è un problema, perché il contesto decide. Se leggete "mangiò una PR matura", nessuno capisce pira. La frase, il discorso, la narrazione: sono loro a inchiodare la lettura giusta. È così che l'ebraico ha funzionato benissimo per tremila anni. Nel testo in sequenza.

Ma cosa succede quando estraete le lettere dal contesto — una ogni 49, una ogni 4772 o una ogni quanto vi pare — e le mettete in fila?

Succede che non c'è più nessuna frase a decidere. Ogni catena di consonanti diventa un ventaglio di parole possibili, e chi cerca sceglie la lettura che gli serve. Moltiplicate il ventaglio di ogni parola per tutte le parole cercabili, per tutti gli intervalli, per tutte le direzioni: il ventaglio diventa un uragano.

E non è finita.

Perché anche restando alle sole consonanti, l'ortografia ebraica antica non era uniforme. La stessa parola può comparire in grafia "piena" o "difettiva" — con o senza certe lettere usate come ausili di lettura, la waw e la yod. I manoscritti differiscono tra loro proprio in queste minuzie: una lettera in più qui, una in meno là.

Fermiamoci su questo punto, perché è micidiale.

Il metodo delle lettere equidistanti ha bisogno di un testo fissato alla singola lettera: sposta una lettera di un posto, e tutte le sequenze a valle si sfasano — l'intero castello di "profezie" si sbriciola. Ma un testo ebraico fissato alla singola lettera, identico in ogni manoscritto, non esiste. Su quale copia contiamo, esattamente? E chi l'ha decisa?

Il codice pretende dal testo una proprietà che il testo, semplicemente, non ha.

E i praticanti come risolvono il problema? Nel modo che ormai conosciamo: a convenienza.

Nelle griglie pubblicate si mescolano grafie classiche e moderne, si sceglie di volta in volta la scrittura — piena o difettiva — che fa incastrare la parola cercata. Le regole cambiano da una scoperta all'altra, perché la regola vera è una sola: deve uscire il risultato.

Tiriamo le somme di questa sezione, che sono somme semplici.

Un metodo con infinite chiavi, applicato a un alfabeto senza vocali, su un testo la cui grafia si sceglie alla bisogna.

Arbitrio, moltiplicato per discrezione, moltiplicato per come mi gira.

Chiamarlo "trovare" è sbagliato in partenza. Il codice non trova: produce.

Produce quello che gli si chiede di produrre, come una macchinetta del caffè: schiacci "Rabin", esce Rabin. Schiacci "Diana", esce Diana. E la macchinetta non sa nemmeno cosa sta erogando — sa solo che tu hai schiacciato il tasto.

E qui, senza volerlo, siamo già arrivati alla domanda finale. Se il codice eroga qualsiasi nome gli venga richiesto... chi decide i nomi da cercare?

Non Dio. Non il testo.

Tu.

E questo ci porta dritti all'ultima udienza: cosa dice la Scrittura su come si riconosce una profezia vera.



L'ultima udienza: come parla la profezia vera

Abbiamo smontato il metodo. Ma il processo non è completo finché non rispondiamo alla domanda di fondo: se la profezia non si trova saltando le lettere, come si riconosce quella vera?

La Scrittura ha depositato i criteri da millenni. Sono due, e sono semplici.

Primo criterio: la profezia vera parla prima.

"Quando il profeta parla nel nome del Signore e la parola non si avvera e non si adempie, quella è parola che il Signore non ha pronunciato" – Deuteronomio 18:22.

Notate il presupposto: la parola dev'essere dichiarata prima, pubblicamente, in modo che tutti possano attendere l'esito e verificare. Una "profezia" che salta fuori dopo l'evento non è nemmeno contemplata: non è una profezia fallita, è un'altra cosa proprio.

E Dio stesso trasforma questo criterio in una sfida ai concorrenti: "Presentate la vostra causa, dice il Signore, portate le vostre prove... Annunciate le cose che avverranno in seguito, e sapremo che siete dèi" – Isaia 41:21-23.

Ora mettiamo il codice alla prova questo metodo.

Il codice ha mai annunciato qualcosa prima?

L'assassinio di Rabin — il caso che ha lanciato il fenomeno — è stato "trovato" nella Torah quando Rabin era già nella tomba. Diana è stata "trovata" dopo il tunnel. Le torri gemelle dopo l'11 settembre. Il codice arriva sempre puntualissimo: anni dopo.

E quando ha provato a parlare prima?

Drosnin annunciò una guerra atomica mondiale, con partenza da Gerusalemme, per il 2000 — oppure per il 2006: il codice, previdente, gli aveva fornito entrambe le date, così da avere due possibilità su due di azzeccarci. Le ha sbagliate entrambe. La cometa che doveva devastare la terra, stessa sorte.¹⁴

Il codice, quando finalmente si comporta da profezia — cioè parla in anticipo — sbaglia. E sbaglia perfino con più tentativi a disposizione.

Deuteronomio 18:22 non fa sconti: quella è parola che il Signore non ha pronunciato.

Secondo criterio: la profezia vera ha un baricentro.

C'è un'altra caratteristica della profezia biblica che i codicisti non hanno mai notato — troppo occupati a contare per leggere.

La profezia biblica non è un notiziario universale. Non commenta tutto ciò che accade sotto il sole. Ha un oggetto preciso: il proposito di Dio. E quel proposito passa per Israele.

Fate la prova su qualsiasi profezia delle Scritture. Babilonia cade — perché tiene prigioniero il popolo. Tiro, l'Egitto, l'Assiria entrano in profezia — per il loro rapporto col popolo.

I quattro imperi di Daniele sfilano — in quanto dominano sul popolo e sulla terra della promessa. Perfino il pagano più celebrato della Bibbia, Ciro di Persia, viene nominato per nome due secoli prima di nascere — e perché? Per i suoi meriti militari? Per la gloria dell'impero persiano?

"Egli dirà di Gerusalemme: 'Sarà riedificata', e del tempio: 'Le tue fondamenta saranno gettate'" – Isaia 44:28.

Ciro sta nella profezia perché libera il popolo e fa ricostruire il tempio. Punto.

La profezia lo illumina per il tratto di strada in cui incrocia il proposito di Dio, e per quello soltanto.

Adesso guardiamo il paniere delle "scoperte" del codice: Lady Diana. Trotsky. Un presidente americano dopo l'altro. La settimana dell'uragano, il nome del terremoto, l'attentato di turno.

Con tutto il rispetto per le persone: che parte ha la principessa del Galles nel proposito di Dio?

Su quale base scritturale il Testo avrebbe dovuto occultare lei tra le consonanti della Torah? Quale patto, quale promessa, quale restaurazione passa per il tunnel dell'Alma?

E qui la domanda che nessun codicista ha mai voluto sentirsi fare.

Il concetto di Israele al centro ha una sua logica in tutta la Scrittura: l'abbiamo appena verificato, profezia per profezia. Ma se lo escludiamo dal piano di Dio — se la profezia non ha più quel baricentro — allora con quale criterio il codice seleziona i suoi soggetti? Perché Diana sì, e il Giuseppe del piano di sotto no?

Un Giuseppe qualunque, il vostro vicino: brava persona, vita vera, morte vera quando verrà il suo giorno — eppure nessun codicista lo cercherà mai nella Torah.

Non è forse discriminazione? Dio guarda i notiziari? Dio considera la morte di una persona famosa più importante di quella di un "emerito nessuno"?

La Scrittura risponde da sola: "Dio non è parziale" – Atti 10:34, 35.

Lungi da Dio l'agire malvagio e dall'Onnipotente l'ingiustizia!" – Giobbe 34:10

Agli occhi di Dio, Giuseppe del piano di sotto non vale un grammo meno della principessa del Galles e il solo pensarlo è una bestemmia. È il codice a fare distinzioni di celebrità — perché il criterio del codicista non è quello di Dio: è quello dei rotocalchi. La profezia biblica non ha mai selezionato per fama: ha selezionato per proposito.

Il codice trova quello che tu cerchi. Cerchi Diana — esce Diana. Nessuno cerca Giuseppe del piano di sotto — ma statene certi: con l'intervallo giusto, esce anche lui. Ed esce vostra zia, il vostro idraulico e la formazione del Napoli.



Riepilogo del processo

Mettiamo in fila i punti principali.

1. La Bibbia dichiara di contenere cose sigillate. Ma il sigillo biblico ha due condizioni: il tempo stabilito da Dio e le persone stabilite da Dio – Daniele 12:9, 10; Amos 3:7.

Non è un lucchetto tecnico che si forza con la potenza di calcolo: è una riserva sovrana. Nessun processore trasforma un malvagio in uno che ha perspicacia.

2. L'unico cifrario presente nella Scrittura — Sesac per Babilonia — funziona all'esatto contrario del codice: chiave unica e dichiarata, parola nel testo leggibile, soluzione nel versetto accanto. E copre due parole di un libro: un espediente locale non è una licenza universale.

3. Una chiave sola trova una cosa. Infinite chiavi trovano tutto. E chi trova tutto non ha trovato niente.

4. In tutte le scene che il Testo documenta — da Esdra in piazza ai bereani, passando per il Signore in persona — il metodo di Israele-del-Testo è sempre lo stesso: si legge, si spiega, si comprende. Salti di lettere: zero. Il metodo che pretende di essere la chiave suprema della Scrittura, dentro la Scrittura non ha mai aperto una porta.

5. Ghematria e affini nascono dove nascono tutte queste cose: da coloro che tradiscono il Testo e si mettono sopra di Esso. Talmud sopra la Scrittura, tradizione sopra la Scrittura, spiritismo sopra la Scrittura, calcolatore sopra la Scrittura: uffici diversi, stessa ditta.

6. Il metodo, applicato da un matematico al libro scelto dal suo stesso campione, ha "profetizzato" in Moby Dick assassinii a volontà — compreso quello del campione medesimo. E la controanalisi che ha smontato l'articolo del 1994 è firmata da studiosi israeliani, sulla stessa rivista, dall'ateneo stesso dei codici.

7. L'ebraico consonantico moltiplica l'arbitrio: le vocali le mette chi cerca, la grafia si sceglie alla bisogna. Il codice non trova: produce. E produce esattamente quello che gli è stato chiesto.

8. La profezia di Dio parla prima, verificabile, davanti a tutti — Deuteronomio 18:22; Isaia 41:21-23 — e ha un baricentro: il proposito di Dio, che passa per Israele.

Il codice parla dopo, al buio, e ha per baricentro la rassegna stampa. Quando ha provato a parlare prima, ha sbagliato.

Otto capi d'imputazione, otto condanne.

 

Il verdetto

C'è chi, arrivato fin qui, penserà che in fondo il codice sia un passatempo innocuo. Gente curiosa che gioca con le lettere: che male fa?

Il male lo dice il Testo stesso.

Primo: il codice sposta la fiducia. Chi si convince che la "prova" dell'ispirazione della Bibbia stia negli intervalli, ha già ammesso di non avere fiducia nel Testo, ha accettato che non stia dove Dio l'ha messa — nella profezia dichiarata, verificabile, adempiuta sotto gli occhi della storia: "io annuncio dal principio la fine" – Isaia 46:10.

"Affinché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio" – 1 Corinzi 2:5.

E quando qualcuno gli smonterà gli intervalli (abbiamo visto quanto è facile), per lui crollerà "la Bibbia".

Aveva costruito la casa sulla sabbia di un algoritmo – Matteo 7:26, 27 – e butterà, con esso, il fondamento vero.

Secondo: il codice ti cambia il libro tra le mani. Mentre setacci le consonanti in cerca di ciò che non c'è, smetti di leggere ciò che c'è. Ed esiste un precedente illustre: gente che scrutava le Scritture con zelo da certosino e mancò l'appuntamento con Colui di cui le Scritture parlavano.

"Voi scrutate le Scritture, perché pensate di avere per mezzo di esse vita eterna; ed esse rendono testimonianza di me. Eppure non volete venire a me" – Giovanni 5:39, 40.

Il codicista attraversa Neemia 8:8 — il versetto che gli spiega come si legge — contandone le lettere. Ha la risposta sotto gli occhi e la salta, di 49 in 49.

Terzo, e più grave: abbiamo imparato a riconoscere la firma. Prendere la Parola di Dio e adulterarla, torcerla, imitarla — spostando il peso dal testo dichiarato al livello "nascosto" che dice sempre ciò che il gestore vuole — non è una novità del ventesimo secolo. L'apostolo conosceva già i professionisti del ramo: "Non siamo infatti come molti, che falsificano la parola di Dio" – 2 Corinzi 2:17.

E il nostro avversario conosce le Scritture meglio di tutti loro, e sa citarle torcendole – Matteo 4:5, 6.

È il suo mestiere più antico, da un certo dialogo in un giardino in poi: "È realmente vero che Dio ha detto...?" – Genesi 3:1.

Il “codice biblico” è solo l'ultima edizione, riveduta e scorretta, di quella domanda.

E c'è un quarto danno, il più subdolo, perché non riguarda il metodo: riguarda te.

Il messaggio implicito di tutte queste macchinazioni è uno solo: tu, povero lettore, non puoi capire la Bibbia. Ti serve un matematico. Ti serve un programmatore. Ti serve un software e un esperto che te lo interpreti. Il Libro che hai in casa non è per te, lascia stare: è per un gruppetto di iniziati con il calcolatore.

Vi suona familiare? Dovrebbe.

È il messaggio di sempre, sotto l'ennesimo vestito.

Il clero che diceva: serve il latino, tu non puoi. Il cabalista che diceva: serve l'iniziazione, tu non puoi. Il codicista che dice: serve l'algoritmo, tu non puoi. Tre epoche, una sola merce in vendita — e non è la dottrina: è la tua dipendenza. Ti tolgono la Bibbia di mano per ridartela in affitto.

Ma Dio, della sua Parola, dice l'esatto contrario: "Questo comandamento che oggi ti do non è troppo difficile per te, né troppo lontano da te... la parola è molto vicina a te: è nella tua bocca e nel tuo cuore" – Deuteronomio 30:11, 14.

E il Signore ringraziò il Padre per aver nascosto queste cose "ai savi e agli intellettuali" e averle rivelate "ai bambini" – Matteo 11:25.

La direzione di Dio scende verso i piccoli; quella degli iniziati sale verso l'élite. Non sono la stessa strada.

"Conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi" – Giovanni 8:32.

Liberi. Non abbonati a un nuovo intermediario.

Chi ti convince che la Bibbia sia un codice per esperti non ti sta svelando un segreto: ti sta mostrando il nuovo padrone.



Chiudiamo con il contrasto che vale tutto il percorso fatto.

Da una parte: un Dio che fa scrivere profezie centinaia di anni prima, in chiaro o comprese dai suoi profeti, tutte adempiute e verificabili.

Dall'altra: un metodo che "trova" il nome dell'assassino quando il primo ministro è già nella tomba, saltando le lettere in avanti, all'indietro, incrociandole, in diagonale, spezzettandole, quattro alla volta, dieci alla volta, centoquaranta alla volta.

L'uno annuncia. L'altro gioca a scarabeo.

L'uno si firma in anticipo davanti alla storia. L'altro fruga tra le consonanti col senno di poi.

L'uno ci insegna a contare i nostri giorni l'altro si perde in zeri banali. 

La Bibbia è un Testo sacro, unico, prezioso.

Accostiamoci ad Esso con il rispetto che merita, non con giochini numerologici svilenti.





Note in calce

¹ Ireneo di Lione, Adversus haereses V, 30, 3 (circa 180 d.C.). Ireneo esaminò anche i manoscritti più antichi a sua disposizione per confermare la lettura "666" contro la variante "616" — un lavoro da critico testuale serio, che rende ancora più significativa la sua prudenza sul nome.

² Verificabile in dieci secondi: con A=100, B=101, C=102... si ha H=107, I=108, T=119, L=111, E=104, R=117. Somma: 666. Nessun altro alfabeto numerico noto — non quello ebraico, non quello greco, non quello latino — produce questo risultato: il codice è stato inventato a tavolino partendo dal risultato desiderato.

³ [rimando all'articolo del blog "666: svelato il mistero del più discusso tra i numeri", con la nota su NRN QSR = 900, la citazione di Eco e i tre dittatori]

3b Nota: La ghematria, peraltro, non potrebbe comunque essere un metodo "originario" della Scrittura, per una ragione di semplice cronologia: l'uso delle lettere ebraiche come numeri non è attestato prima del II-I secolo a.C. (compare sulle monete asmonee; nel Testo biblico i numeri sono sempre scritti in parole), e deriva da un'usanza greca. Come tecnica interpretativa è documentata a partire dall'età dei tannaiti (I-II secolo d.C.), e perfino il nome "ghematria" è un prestito dal greco. Quando l'ultimo profeta scriveva, le lettere ebraiche non erano ancora numeri: nessun autore biblico poteva praticare — né prevedere che si praticasse — una ghematria. Sostenere il contrario è come cercare messaggi in codice Morse nella Divina Commedia.

⁴ D. Witztum, E. Rips, Y. Rosenberg, "Equidistant Letter Sequences in the Book of Genesis", Statistical Science 9/3 (1994), pp. 429-438.

⁵ 304.805 è il numero di lettere del testo masoretico della Torah secondo il computo tradizionale.

⁶ Non è un'esagerazione polemica: la tradizione cabalistica sostiene che Dio abbia creato il mondo per mezzo delle lettere, e testi come lo Shiur Qomah ("La misura della statura") pretendono di fornire le dimensioni del corpo stesso di Dio, arto per arto. Chi trovasse la cosa incredibile confronti Isaia 40:12-25.

⁷ Don Foster (Vassar College), citato in J. Barry, A. Rogers, "Seek and Ye Shall Find", Newsweek, 9 giugno 1997, p. 66.

⁸ M. Drosnin, dichiarazione a Newsweek, 9 giugno 1997 (ivi, p. 67): "When my critics find a message about the assassination of a prime minister encrypted in Moby Dick, I'll believe them."

⁹ B. McKay, "Assassinations Foretold in Moby Dick!", pagina pubblicata sul sito dell'Australian National University: users.cecs.anu.edu.au/~bdm/dilugim/moby.html (1997). Le griglie complete, con le parole incrociate evidenziate come nelle pubblicazioni dei codici, sono visibili alla pagina. Verificabili, come da regola, in dieci secondi.

¹⁰ Tutti i valori numerici (posizione iniziale e salto di ciascun nome) sono pubblicati da McKay nel file di dettaglio tecnico collegato alla pagina (mobydet.txt), insieme al testo integrale del romanzo scaricabile per chi volesse rifare i conti. Per la cronaca: "IGANDHI" parte dalla lettera 13.258 con salto 102.857; "RABIN" ha salto -4 (all'indietro, una lettera ogni quattro); l'ultima S di "DOLLFUSS" cade — ironia del caso — dentro la parola "assassins" del testo di Melville.

¹¹ B. McKay, "The Demise of Drosnin", stessa raccolta: users.cecs.anu.edu.au/~bdm/dilugim/drosnin.html.

¹² Avvertenza testuale di McKay in calce alla pagina ("A note to the credulous"): nessuno di questi schemi è avvenuto per altro che puro caso — e questo, scrive, è precisamente il punto dell'intera dimostrazione.

¹³ B. McKay, D. Bar-Natan, M. Bar-Hillel, G. Kalai, "Solving the Bible Code Puzzle", Statistical Science 14/2 (1999), pp. 150-173.

¹⁴ ed. 1997 — guerra atomica da Gerusalemme, 2000 oppure 2006; cometa, 2006. Segnaliamo per completezza che Drosnin pubblicò un terzo volume nel 2010, giusto in tempo per agganciare la moda apocalittica del 2012 — data su cui il codice della Torah si trovò miracolosamente d'accordo col calendario maya. Due "codici" indipendenti, stessa scadenza: quella che vendeva. L'algoritmo, evidentemente, era lo stesso — si chiama mercato.

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