Guardiamoci dagli idoli e dagli idolatri

 Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti. – Esodo 20:4-6

Figlioli, guardatevi dagli idoli – 1 Giovanni 4:1



Stanotte non dormo. Domani è il giorno della festa, e quest'anno tocca a me.

L'anno scorso toccò al mio vicino. Anche lui è un credente, un fratello. Si batté davanti all'immagine come si deve, senza risparmiarsi: il sangue gli colava lungo la gamba, a terra, fin sulla pietra. La gente lo indicava. I più anziani annuivano. Sua madre piangeva, ma di orgoglio. Per una settimana, al mercato, tutti gli offrivano da bere.

Fece una figura bellissima. Meglio di me, l'anno che toccò a me la prima volta. Lo dico senza vergogna: un po' d'invidia l'ho provata. Invidia santa, si capisce.

Ma quest'anno ho un motivo più grande di lui. Io ho un voto da sciogliere. Mia figlia si è ammalata, d'inverno, di quelle malattie che i bambini non superano. Ho promesso alla Signora: se me la guarisci, il sangue della festa è tuo. È guarita in nove giorni. La Regina fa le grazie a chi le mostra devozione: da noi lo sanno tutti, è sempre stato così, dai tempi dei nostri padri. Quando la onoriamo come si deve, il pane non manca.

Ho già preparato lo strumento. Come vuole il costume: quello dei padri, non uno qualunque. Il sacerdote lo sa e approva: dice che il mio è un gesto alto.

E lo so cosa direbbe qualche forestiero, vedendomi domani: che adoro un'immagine. Ignoranti. Noi non siamo stupidi: lo sappiamo che è materia lavorata, mica lo neghiamo. L'onore non si ferma lì — passa oltre, sale a Lei. L'immagine è la porta, non la destinazione. C'è una bella differenza, e chi non la capisce è un ignorante.

Domani, davanti a Lei, davanti a tutti, scioglierò il mio voto. Il sangue si vedrà. Deve vedersi.

E il paese si ricorderà di me – Ugarit, 1200 a.C. circa.


Il lettore, a questo punto, ha già emesso la diagnosi.

E notiamo che il nostro uomo, la difesa, ce l'ha pronta: non adora la materia — l'onore passa oltre. Distinzione raffinata. Talmente raffinata che vale la pena esaminarla da vicino. Da molto vicino.


La difesa è pronta: non è idolatria

Il nostro devoto ha ragione su una cosa: chi grida "adoratore di statue!" non ha studiato.

Perché l'idolatria colta — quella dei templi importanti, dei sacerdoti istruiti, delle capitali — non ha mai, in nessun secolo, neppure nel 1200 avanti Cristo, creduto di adorare la materia. Mai.

E aveva una teologia raffinatissima per spiegarlo. Vale la pena ascoltarla per intero, questa difesa, perché è molto più solida di quanto immagini chi non l'ha mai sentita.

Primo punto: l'immagine non nasce sacra.

Nasce in bottega, ed è legno, pietra, metallo... come ogni altro legno, pietra o metallo. Sacra lo diventa — attraverso un rito.

In Mesopotamia questo rito aveva un nome: mīs pî, "lavaggio della bocca", seguito dall'"apertura della bocca".[^1]

Giorni di cerimonie, documentate tavoletta per tavoletta, al termine delle quali la statua era pronta per essere abitata dalla presenza divina: da quel momento poteva "vedere" gli offerenti e ricevere il culto. E c'è un dettaglio che dovrebbe farci fermare: durante il rito, gli artigiani che avevano materialmente scolpito la statua giuravano di non averla fatta loro. Le mani che l'avevano lavorata venivano simbolicamente recise.

La formula ufficiale dichiarava l'immagine "nata in cielo, fatta in terra".

Capito il livello? Altro che feticismo primitivo. La teologia del tempio distingueva benissimo il manufatto dalla presenza: il manufatto era degli uomini, la presenza scendeva dall'alto, e il rito era il confine tra i due. Prima del rito, semplice legno. Dopo il rito, dimora del dio.

Secondo punto, il cuore di tutta la difesa: il culto non si ferma all'immagine. La attraversa.

L'offerta deposta davanti alla statua non nutre il legno: sale al dio. L'inchino non onora la pietra: onora chi la abita. L'immagine è una porta, una finestra, un punto di contatto tra il mondo e il cielo — l'onore reso all'immagine passa a colui che essa rappresenta. Il devoto istruito lo sapeva formulare con precisione; quello semplice lo sapeva d'istinto. Nessuno dei due adorava la materia.

Terzo punto: i gradi.

Il culto antico non era un blocco unico — era una scala. Al dio supremo, il sacrificio pieno. Alle divinità intermedie, ai protettori, agli antenati divinizzati: onori minori, proporzionati al rango.

Ogni tempio serio aveva il suo protocollo dei gradi, e confondere l'onore dovuto a un intermediario con il culto dovuto al dio supremo era un errore grave, da ignoranti.

E c'è un quarto punto, il più fine di tutti. La stessa dea poteva avere più dimore — e non erano interscambiabili.

I trattati assiri elencano tra i testimoni divini Ishtar di Ninive e Ishtar di Arbela: la stessa dea, due sedi, invocate separatamente, con feste separate e grazie separate.

Il devoto lo sapeva: per certe richieste si andava in un santuario, per altre in un altro. La presenza era una, era sempre Ishtar, le porte erano tante, e ogni porta aveva la sua specialità.

Fermiamoci e ammettiamolo: questa difesa è costruita bene. Ha una risposta per ogni obiezione. Non adoriamo la materia — c'è il rito che distingue.

Non ci fermiamo all'immagine — l'onore passa oltre.

Non confondiamo i ranghi — c'è la scala dei gradi.

Non siamo superstiziosi sulle statue — sappiamo che la presenza è una e le porte sono tante.

Il devoto della vigilia, quello che domani verserà il suo sangue davanti alla Signora, questa teologia ce l'ha nel sangue prima ancora che sulla pelle.

"L'immagine è la porta, non la destinazione. Chi non la capisce è un ignorante."

Bene. Noi abbiamo studiato.

Adesso tenete a mente ogni parola di questa difesa — il rito che consacra, l'onore che passa al rappresentato, la scala dei gradi, le porte con le specialità. Ogni parola. Perché tra qualche paragrafo la incontreremo di nuovo, e vorrete ricordarvi dove l'avete già sentita.

Andiamo a vedere cosa rispose, a questa difesa, l'unico tribunale che conta.



Il tribunale che non discute

Una difesa così argomentata meriterebbe una confutazione punto per punto. Ci si aspetterebbe che i profeti d'Israele, trovandosela davanti, convocassero il dibattito: voi dite che l'onore passa oltre — vediamo; voi dite che il rito trasforma il legno — esaminiamo.

Non accadde niente del genere.

Davanti alla teologia più raffinata del mondo antico, il tribunale di Dio non aprì il contraddittorio.

Rise.

Isaia, capitolo 44.

Un uomo pianta un cedro, e la pioggia lo fa crescere. Poi lo taglia. Con una metà accende il fuoco: si scalda, cuoce il pane, arrostisce la carne.

"Ah, mi riscaldo, mi godo il fuoco!"

E con l'altra metà — lo stesso tronco, la stessa pioggia — si fabbrica un dio.

Si prostra davanti al residuo della sua legna da ardere e lo prega: "Salvami, perché tu sei il mio dio."

E il profeta affonda: "Nessuno rientra in sé stesso e riflette: ne ho bruciato metà, sul suo fuoco ho cotto il pane... e col resto farò un abominio? Mi prostrerò davanti a un pezzo di legno?" - Isaia 44:19

Fermiamoci, perché qui c'è una cosa che di solito sfugge — e che gli studiosi che hanno pubblicato le tavolette del lavaggio della bocca hanno notato con un certo imbarazzo.

Isaia conosceva quella difesa.

Viveva nel mondo di quei templi, di quei riti, di quella teologia: sapeva benissimo che il sacerdote di Babilonia non pensava di pregare la cellulosa, sapeva del rito che "trasformava" la statua, delle mani ritualmente recise, della presenza che scendeva ad abitare il legno. Sapeva tutto questo.

E l'ha ignorata. Apposta.

Nella parodia di Isaia il rito non esiste. Il lavaggio della bocca non viene confutato: non viene proprio ammesso agli atti.

Per il profeta, tra la metà del tronco che cuoce il pane e la metà che riceve la prostrazione non c'è nessuna cerimonia che faccia la differenza — c'è solo un uomo, un pezzo di legno, e la sua stupidità.

La sentenza non risponde alla difesa, anche perché in qualche modo l’avrebbe avallata: la considera irricevibile.

Geremia fa lo stesso, e alza il livello del ridicolo: gli idoli "sono come spaventapasseri in un campo di cocomeri: non parlano, bisogna portarli, perché non possono camminare. Non li temete: non possono fare alcun male, e non è in loro potere fare del bene" - Geremia 10:5

A meno che non sei un passero, ovviamente.

Lo spaventapasseri. La teologia della presenza che abita l'immagine, ridotta a ortofrutta.

E il Salmo 115 chiude il cerchio con la sentenza più agghiacciante di tutte.

Prima descrive gli idoli — e guardate come li descrive: "Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono... non emettono suono dalla gola" - Salmo 115:5-7

Un corpo con tutti gli organi e nessuna funzione vi ricorda qualcosa?

È la descrizione di un morto.

E poi, versetto 8 — e l'ebraico qui usa il tempo dell'azione futura: "Diventeranno come loro quelli che li fanno, tutti quelli che in essi confidano."

Diventeranno. Come chi ha occhi e non vede, orecchi e non sente, bocca e non parla. Come i morti, appunto.

Non è un'immagine poetica: è una sentenza con l'esecuzione fissata, e il Salmo stesso lo conferma nove versetti dopo, quando dice chi sono quelli che non parlano più: "Non sono i morti che lodano il SIGNORE, né quelli che scendono nel silenzio" - Salmo 115:17

Il culto, dunque, non sale dall'immagine al cielo, come giurerebbe la difesa dell’idolatra. Scende dall'immagine al devoto — e lo trascina allo stesso livello dell'oggetto: muto davanti al muto, cieco davanti al cieco, e infine silenzioso del silenzio di chi non c’è più.

La porta non porta oltre. La porta è il muro. E dietro il muro non c'è la dea: c'è la dumah, il silenzio dei morti.

L’articolo potrebbe anche chiudersi qua ma qualcuno vorrà farsi del male e insisterà dicendo "Ma i profeti ce l'avevano con gli dèi stranieri: Baal, Astarte, Marduk. Falsi dèi, falso culto, ovvio. Il tramite funzionerebbe se la destinazione fosse quella giusta."

Davvero?

La Scrittura ha registrato anche questo caso ed è il più istruttivo – e distruttivo - di tutti.

Ai piedi del Sinai, il popolo si fa fondere un vitello d'oro.

E attenzione a cosa dice Aaronne, perché non dice "ecco Baal" e nemmeno "ecco un dio nuovo". Costruisce un altare davanti al vitello e proclama: "Domani sarà festa in onore dell'Eterno" - Esodo 32:5

In onore dell'Eterno. Del Dio vero, Yahweh. Quello che li aveva appena fatti uscire dall'Egitto.

Il vitello era un tramite, no?

La destinazione era quella giusta, in teoria.

L'intenzione era celebrare il Dio che li aveva liberati — attraverso un'immagine, una porta, un punto di contatto. Che c’era di male?

È esattamente la difesa del nostro devoto applicata al Dio corretto, con la festa dedicata al Suo nome.

Il verdetto lo conosciamo.

Tremila morti prima di sera e il vitello polverizzato e dato da bere.

Quindi evidentemente il problema non era l'indirizzo.

Se il tramite fosse stato legittimo per il Dio vero, il Sinai era il posto e il momento per rivelarlo.

Anziché perdersi in chiacchiere tra porte, scale o scantinati, Dio vietò per nome quella pratica prima ancora che il popolo avesse il tempo di fabbricarne una: "Non ti farai scultura alcuna né immagine... non ti prostrerai davanti a loro e non le servirai" - Esodo 20:4-5

Guardiamo bene i verbi di questo comandamento, perché è qui che casca tutta l'architettura della difesa.

Non farai. Non ti prostrerai. Non servirai. Mani, ginocchia, gesti.

La Legge non filosofeggia sulle intenzioni del cuore, guarda i fatti.

Non c'è la clausola "a meno che l'onore non passi oltre" o l'eccezione per il culto relativo. Non c'è il comma dei gradi.

C'è il gesto, nominato e vietato — e il gesto, a differenza delle chiacchiere, è l’unica cosa che conta.

Riassumiamo la posizione del tribunale scritturale perché è di una semplicità brutale: quello che fai davanti all’idolo è quello che fai.

La teologia che accompagna il gesto non è mai stata ammessa come attenuante — né per i templi di Babilonia, né per il vitello dedicato all'Eterno. Neppure per il Tempio di Dio stesso – confronta Isaia 28:15-18

Il caso dovrebbe essere chiuso.

Sentenza emessa, giurisprudenza coerente, otto secoli di profeti senza una sola eccezione.

Eppure la difesa non si è mai arresa e nei secoli ha cambiato faccia.

E soprattutto ha cambiato vocabolario.


"Un momento. C'è stato un malinteso: non era latria, era iperdulia."


Le parole contro la sostanza: il vocabolario che assolve

Dicevamo: la difesa dell’idolatra non si è mai arresa. Ha cambiato faccia e vocabolario.

Perché a un certo punto della storia, le distinzioni che il nostro devoto sapeva d'istinto — l'onore che passa oltre, i gradi del culto, la porta che non è la destinazione — hanno ricevuto un battesimo di greco. E le stesse pratiche sono diventate parole tecniche tanto profonde e raffinate.

Eccole.

Latria: l'adorazione vera e propria, dovuta a Dio solo.

Dulia: la venerazione, concedibile ai servitori eccellenti di Dio.

Iperdulia: la venerazione di grado superiore, riservata a chi sta sopra i servitori ma sotto Dio.

Tre cassetti. Tre piani.

Tutto il problema dell'idolatria, risolto con un'etichettatura: quello che facevano i pagani era latria data a chi non la meritava; quello che facciamo noi davanti alle immagini è dulia — o al massimo iperdulia — e la latria resta intatta al suo posto.

L'accusa di idolatria?

Un equivoco da ignoranti: chi la pronuncia, semplicemente, non conosce la differenza tra i tre cassetti.

Vi suona familiare? Dovrebbe.

Ora, prima di aprire i cassetti, una domanda preliminare che nessuno fa mai: di chi vengono queste parole?

Vengono da un libro biblico, da un ragionamento scritturale, da un contesto profetico?

Perché se la distinzione tra latria e dulia fosse il criterio con cui Dio giudica il culto, ci aspetteremmo di trovarla nella Parola di Dio.

Un versetto. Una riga della Legge. Un profeta che dica: "Così parla l'Eterno: la latria a me, la dulia ai miei servitori."

Cercatelo. Noi l'abbiamo cercato.

La distinzione non esiste in nessun punto della Scrittura e non ne esiste neppure lontanamente il concetto.

Non nella Legge, che vieta i gesti senza commi. Non nei profeti, che deridono il tramite senza appello. Non nel Nuovo Testamento che rimarcano, semmai, sempre la stessa cosa.

Questa ipotetica distinzione è architettura posteriore — elaborata dai teologi nei secoli in cui queste pratiche erano già in pieno svolgimento.

Prima le processioni, i baci alle immagini, le prostrazioni, i soldi ricavati; poi la tassonomia che le smistava nei cassetti giusti.

Ma facciamo un passo in più, perché il bello viene adesso.

Apriamo il cassetto della dulia e guardiamo cosa c'è dentro: dulia è una parola greca, e il greco della Bibbia la conosce bene.

Douleuein — il verbo della dulia — nel greco delle Scritture significa servire. E servire chi?

Sentite il Salmo: "Servite l'Eterno con timore" — nella versione greca, douleusate.

Sentite Gesù: "Nessuno può servire due padroni... Non potete servire Dio e Mammona" (Matteo 6:24) — e il verbo, entrambe le volte, è douleuein.

Fermiamoci su questa frase perché demolisce il cassetto da sola.

Se la douleia fosse davvero il culto di grado inferiore — quello concedibile alle creature senza toccare i diritti di Dio — allora la frase di Gesù non starebbe in piedi. Si potrebbe benissimo servire due padroni: a Dio la latria, a Mammona una modesta dulia, ognuno nel suo cassetto, e tutti contenti.

Gesù dice che non si può. Il servizio, nel vocabolario di Dio, non si divide in gradi: si dà tutto a uno solo.

La parola che i teologi hanno scelto per distinguere il culto concedibile alle creature è la stessa parola con cui Gesù dichiara che il culto non è concedibile a nessun altro.

Potevano scegliere peggio? Difficile.

E già che siamo nel greco, una nota di famiglia. Douleia ha una sorella: doulē — la schiava. È la parola con cui una ragazza di Nazareth rispose all'angelo: "Ecco la doulē del Signore."

Ne abbiamo parlato a lungo nell’articolo precedente.

La donna che si dichiarò schiava dell'unico Padrone è diventata la principale destinataria del culto che porta il nome della sua parola: l'iperdulia. La schiava del Signore, promossa a padrona della servitù dei devoti.

Ma torniamo ai cassetti e chiudiamo con l'esperimento decisivo.

Ammettiamo pure, per un momento, che i tre cassetti siano validi e che le parole abbiano il potere di separare i culti. Allora facciamo così: aggiungiamone un quarto.

Lo chiamiamo — che so — protodulia: la venerazione speciale dovuta al proprio antenato fondatore. Suona bene, no?

Greco impeccabile, definizione precisa, e adesso anche il culto degli antenati è a norma: mica è latria, è protodulia.

Chi ci impedisce di farlo? Con quale criterio si può accettare la dulia e respingere la protodulia? Non con la Scrittura: non contiene né l'una né l'altra. Non con la logica: se una parola nuova può depenalizzare un gesto antico, ogni parola nuova può depenalizzare ogni gesto.

Il sistema dei cassetti non ha un fondo: è estensibile all'infinito, un cassetto per ogni pratica che bussa. E un sistema che può assolvere tutto non è un criterio di giudizio: è un ufficio condoni.

E già che ci siamo applichiamo lo stesso principio alla vita di tutti i giorni.

Un uomo tradisce la moglie. Scoperto, non nega niente: spiega.

"Non chiamarlo tradimento. Questo è amore."

Ha scelto la parola più nobile del vocabolario, l'ha appoggiata sul fatto, e per lui la questione è risolta: cambiata l'etichetta, cambiata la sostanza.

Funziona? Chiedetelo alla moglie.

La parola scelta dal traditore, per quanto nobile sia, non cambia di un millimetro né il letto, né la menzogna, né il patto calpestato. La parte offesa non giudica il vocabolario: giudica i fatti.

E qui c'è la cosa che dovrebbe farci correre un brivido lungo la schiena: questo esempio non l'abbiamo scelto noi. L'ha scelto Dio.

Quando i profeti devono dire cos'è l'idolatria per Lui, non usano il linguaggio del diritto liturgico: usano quello del matrimonio.

"Come una moglie che tradisce il proprio marito, così voi mi avete tradito" - Geremia 3:20

Osea dovette sposare una prostituta perché il popolo vedesse la propria religiosità dal lato della parte offesa. L'idolatria, nel fascicolo di Dio, non è registrata come errore di classificazione cultuale. È registrata come adulterio.

E allora la dulia, l'iperdulia, il culto relativo, l'onore che passa oltre — tutto il meraviglioso quanto inutile vocabolario della difesa — sono la voce del marito infedele sulla porta di casa che dice "Non è tradimento, suvvia, è amore."

I profeti questo l'avevano capito con tremila anni di anticipo, ed è per questo — ora lo vediamo fino in fondo — che non discussero mai le distinzioni: perché discuterle significava già dar loro un minimo di credito, accettare che i gesti si giudichino col vocabolario.

Isaia guardò l'uomo inchinato davanti al legno e mise a verbale l'inchino e il legno.

Tutto il resto, comunque si chiamasse allora e comunque si chiami oggi, non è stato ammesso agli atti.

Il gesto resta. Le etichette passano.

E la Legge — quella — non ha mai aggiunto un comma.



L'appello

Facciamo un esperimento mentale, adesso che abbiamo tutto il vocabolario sul tavolo.

Il giorno del giudizio. Un uomo di Giuda, vissuto al tempo di Geremia, morto in Egitto con la sua comunità, chiede la parola. E ce l'ha, finalmente, la difesa che ai suoi tempi nessuno aveva saputo formulare in termini tecnici.

"Un momento. C'è stato un malinteso, e adesso posso dimostrarlo.

Le focacce alla regina del cielo? Latria, quella? Ma no. Iperdulia, al massimo. Io Te adoravo, eh — a Te i sacrifici, a Te il tempio, mai messo in discussione. Alla Regina rendevamo un culto di venerazione speciale, proporzionato al suo rango: onori relativi, che attraverso di lei salivano comunque a Te. C'è una distinzione tecnica — allora non avevamo le parole giuste, lo ammetto, ma le pratiche erano già quelle: il culto pieno a Te, alla Signora solo l'onore. Adesso le parole ci sono. Dulia. Iperdulia. Se le mie donne avessero saputo dirlo così, quel giorno, davanti al profeta—"

Fermiamoci perché la parte agghiacciante di questa scena non sarebbe neppure la difesa.

È che le sue donne, quel giorno, davanti al profeta, l'avevano detto.

Non con il greco o l’ebraico, ovviamente, ma con i fatti.

Rileggete la loro deposizione, sta in Geremia 44: "Continueremo a offrire profumi alla regina del cielo e a farle libagioni, come abbiamo fatto noi e i nostri padri, i nostri re e i nostri capi... poiché allora avevamo pane in abbondanza."

Non negavano l'Eterno — stavano in Giuda, mica a Babilonia.

Adoravano, in senso relativo dal loro punto di vista, “anche” la regina dei cieli.

E allora la domanda, e la facciamo con tutta la serietà che merita: ingenui, tutti quelli che si sono fatti distruggere?

I tremila del vitello — che pure lo dedicavano all'Eterno. I sacerdoti del Carmelo, col loro sangue votivo. Le donne di Giuda, con le loro focacce e il loro pane abbondante.

Bastava spiegarsi, no?

Bastava la parola giusta: dulia. O iperdulia. O venerazione al posto di adorazione.

Ma la risposta dell'Eterno la conosciamo, l'abbiamo letta: "Io vigilo su di loro per il loro male, e non per il loro bene... saranno consumati dalla spada e dalla fame, finché non siano interamente scomparsi."

Nessuna richiesta di chiarimenti sul grado del culto. Nessuna distinzione tra adorazione e venerazione, tra latria e onore relativo. La spada e la fame.

E allora bisogna intendersi: mettetevi d’accordo, voi tutti che avete creato o accettato queste distinzioni.

O la distinzione è valida — e allora quelle sentenze furono errori giudiziari: Dio ha sterminato per un equivoco lessicale gente che praticava una legittima iperdulia con qualche secolo d'anticipo sul vocabolario (chi se la sente di metterlo a verbale? Vorreste spiegarlo a Dio?).

O le sentenze furono giuste — e allora la distinzione non vale una cicca: non valeva per le donne di Giuda che la praticavano senza nominarla e non vale per le persone d’oggi che continuano a praticarla.

Il tribunale, del resto, non ha mai riaperto il caso.

Non c'è, in tutta la Scrittura, una revisione di sentenza in materia di culto: nessun profeta successivo che dica "il Carmelo fu un eccesso di zelo", nessuna glossa che ammorbidisca Geremia 44.

La giurisprudenza è costante dall'Esodo all'Apocalisse — dove, ancora nell'ultima pagina utile, un angelo deve fermare Giovanni prostrato ai suoi piedi: "Guardati dal farlo... adora Dio" - Apocalisse 22:8-9

Giovanni, l'apostolo, davanti a un angelo vero, mica a un legnetto o ad una statuetta ridicola.

Se c'era un caso in cui l'onore poteva legittimamente "passare oltre", era quello — e l'angelo lo respinse seduta stante.

Il nostro uomo di Giuda, alla fine dell'udienza, una cosa l'ha capita: non è che la sua difesa sia arrivata troppo tardi. È che era già stata respinta prima che lui nascesse.

E — questo è il punto che dovrebbe togliere il sonno a qualcuno — sarà respinta anche dopo di noi.

Perché la Scrittura una fotografia del tempo della fine ce l'ha lasciata.

Apocalisse 9: dopo le trombe, dopo flagelli che sterminano un terzo del genere umano, "il resto degli uomini... non si ravvide dalle opere delle proprie mani, così da non adorare più i demòni e gli idoli d'oro, d'argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare" - Apocalisse 9:20

Rileggiamola, questa descrizione, perché è impossibile non riconoscerla: non vedono, non odono, non camminano. È il Salmo 115 e Geremia 10 nel tempo della fine.

L'ultima pagina profetica della Bibbia, per descrivere l'idolatria del tempo della fine — un tempo che avrà avuto quindici e più secoli di distinzioni, di gradi, di filosofeggiate umane — usa il fascicolo antico, senza aggiornarlo di una virgola. Stessa idolatria, stessa fine. Punto.

E notiamo il dettaglio più assurdo di tutti: questo accade ancora dopo lo sterminio.

Un terzo del genere umano è appena caduto sotto flagelli che nessuno può scambiare per sfortuna — e il resto degli uomini "non si ravvide".

Il testo non dice che non capirono, che non afferrarono il punto, che erano in dubbio su quale termine fosse il più adatto: dice che non si pentirono. Sapevano di cosa, e non lo fecero.

Il tribunale ha già deciso come classificherà, alla fine, il culto delle immagini: come l'ha sempre classificato.

Il vocabolario, nel frattempo, sarà arrivato alla ventesima edizione: il verdetto sarà ancora fermo alla prima.


I fatti contro le chiacchiere

Riepiloghiamo dove siamo perché il quadro processuale ormai è chiaro.

La Bibbia non ammette teologie del tramite, non discute gradi, non aggiorna il fascicolo nemmeno per il tempo della fine. Resta una domanda: che cosa guarda, allora, questo tribunale?

La risposta l'abbiamo già vista nella Legge: i gesti, i fatti.

Non farai, non ti prostrerai, non servirai.

Vale la pena aggiungere due parole perché messo alle strette, l’idolatra, usa sempre la stessa scusa come ancora finale di salvezza.

"A prescindere dal gesto, è il cuore che conta e il mio cuore adora solo il Dio supremo”.

In ogni processo serve un testimone affidabile e la difesa del devoto, da Ugarit in poi, di testimone ne presenta sempre uno solo: il proprio cuore.

Il cuore come teste a discarico, il cuore come garante, il cuore come tribunale privato dove ognuno si è già assolto.

Peccato che sull'attendibilità di questo testimone esista una perizia, ed è agli atti da venticinque secoli: "Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno: chi potrà conoscerlo?" - Geremia 17:9

Ingannevole più di ogni altra cosa. E ingannevole, notiamo, prima di tutto verso il suo proprietario — perché il versetto continua chiedendo "chi potrà conoscerlo?", e la risposta del versetto dopo è: solo l'Eterno.

Nemmeno tu conosci il tuo. Nemmeno io il mio.

Il testimone che la difesa porta in aula è, per dichiarazione della Scrittura, il meno affidabile in assoluto.

Il gesto, invece, non può mentire su sé stesso. I fatti si vedono, si contano, si mettono a verbale. La Legge regola le mani e le ginocchia: non perché il cuore non conti, ma perché i fatti sono l’unica deposizione che il cuore che non può truccare.

Prostrarsi davanti all'immagine, baciarla, vestirla e adornarla, portarla in processione a spalla, accenderle lumi, deporle offerte, rivolgerle richieste, attribuirle grazie: questi sono fatti.

Questo è l'inventario: percorriamolo nel tempo.

Ugarit, 1200 a.C. Il nostro devoto descritto all’inizio. La Signora portata in processione, il voto, il sangue, i lumi, il pane che non manca. L'abbiamo letto alla vigilia.

Monte Carmelo, 850 a.C. circa. I sacerdoti di Baal, davanti al loro altare: "gridavano a gran voce e si facevano incisioni addosso, secondo il loro costume, con spade e lance, finché grondavano sangue" - 1 Re 18:28

Annotiamo quel "secondo il loro costume": il sangue non era frenesia estemporanea — era liturgia codificata, prescritta, tramandata. Il costume dei padri.

Strade dell'impero romano, II secolo d.C. Un testimone oculare, lo scrittore Apuleio, descrive i sacerdoti itineranti della Dea Siria — l'erede diretta della nostra Signora, nel frattempo trasferitasi di qualche secolo e di qualche nome: portano l'immagine della dea in processione, e davanti alla folla radunata si flagellano e si tagliano le braccia con i coltelli, fino al sangue (Apuleio, Metamorfosi VIII, 27-28). Processione, immagine, sangue devozionale, folla commossa.

Milletrecento anni tra la prima scena e l'ultima. Imperi sorti e crollati, lingue morte e nate, la dea che ha cambiato nome tre volte. E l'inventario dei gesti? Identico. Voce per voce. Il rito ha attraversato tredici secoli senza perdere un lume né una goccia.

A questo punto il quadro è completo.

Anzi, completo non ancora.

Perché il testimone oculare dell'ultima scena, Apuleio, annotò un dettaglio piccolo piccolo.

Finita la flagellazione, asciugato il sangue, i sacerdoti della dea passavano tra la folla commossa — a raccogliere le offerte. Monete, latte, formaggi, granaglie: il nostro testimone elenca gli incassi con la precisione di un contabile.

Il sangue davanti, la cassa dietro – confronta Atti 19:25

Non facciamo finta di non vedere che dietro il culto delle immagini e l’apparente devozione c’è un grosso, enorme, millenario interesse economico.

L'ultima cosa da leggere

Stanotte non dormo. Domani è il giorno della festa, e quest'anno tocca a me.

L'anno scorso toccò al mio vicino. Anche lui è un credente, un fratello. Si batté davanti all'immagine come si deve, senza risparmiarsi: il sangue gli colava lungo la gamba, a terra, fin sulla pietra. La gente lo indicava. I più anziani annuivano. Sua madre piangeva, ma di orgoglio. Per una settimana, al mercato, tutti gli offrivano da bere.

Fece una figura bellissima. Meglio di me, l'anno che toccò a me la prima volta. Lo dico senza vergogna: un po' d'invidia l'ho provata. Invidia santa, si capisce.

Ma quest'anno ho un motivo più grande di lui. Io ho un voto da sciogliere. Mia figlia si è ammalata, d'inverno, di quelle malattie che i bambini non superano. Ho promesso alla Signora: se me la guarisci, il sangue della festa è tuo. È guarita in nove giorni. La Regina fa le grazie a chi le mostra devozione: da noi lo sanno tutti, è sempre stato così, dai tempi dei nostri padri. Quando la onoriamo come si deve, il pane non manca.

Ho già preparato lo strumento. Come vuole il costume: quello dei padri, non uno qualunque. Il sacerdote lo sa e approva: dice che il mio è un gesto alto.

E lo so cosa direbbe qualche forestiero, vedendomi domani: che adoro un'immagine. Ignoranti. Noi non siamo stupidi: lo sappiamo che è materia lavorata, mica lo neghiamo. L'onore non si ferma lì — passa oltre, sale a Lei. L'immagine è la porta, non la destinazione. C'è una bella differenza, e chi non la capisce è un ignorante.

Domani, davanti a Lei, davanti a tutti, scioglierò il mio voto. Il sangue si vedrà. Deve vedersi.

E il paese si ricorderà di me.

Nocera Terinese, Calabria. Sabato prossimo.[^2]


Nessun errore di battitura e nessun refuso da copia/incolla.

Avete letto due volte la stessa pagina, parola per parola. È cambiata una riga sola: l'ultima.

E per chi volesse verificare che la seconda intestazione sia legittima quanto la prima, il riscontro è cronaca, non archeologia. A Nocera Terinese, ogni sabato santo, i Vattienti si battono le gambe a sangue con il "cardo" — il disco di sughero armato di schegge di vetro, lo strumento del costume: quello dei padri, non uno qualunque — davanti alla processione dell'Addolorata, Nostra Signora, portata a spalla tra la folla. Il sangue si vede, e deve vedersi: arriva sulla strada, sulle soglie, ai piedi dell'immagine. Chi si batte scioglie spesso un voto, per una grazia ricevuta o da ottenere. Il paese è pieno, torna anche chi vive fuori. E tra i presenti, gli anziani annuiscono.

Adesso fate l'esercizio che abbiamo promesso all'inizio del fascicolo. Tornate indietro, alla vigilia di Ugarit. Cercate le differenze e spiegateci perché il pensiero che avete fatto per la Signora di Ugarit non vale per la Signora di Calabria.

Potete onestamente trovare una spiegazione?

In mezzo alle due intestazioni, lo sappiamo, non c'è il nulla: c'è tutto quello che abbiamo letto. Il Carmelo e il suo sangue "secondo il costume". Il vitello dedicato all'Eterno. Le donne di Giuda col loro pane abbondante. La sentenza di Isaia, mai riformata. La fotografia di Apocalisse 9, mai aggiornata. E una parola nuova — dulia — coniata a metà strada, dai teologi di una delle due sponde, per spiegare perché il rito, assolutamente identico, di là era abominio e di qua è devozione.

Il calendario non se n'è accorto. Il rito nemmeno.

 

Ciò vale per tutti

Chiudiamo l’articolo con l'unica conclusione onesta possibile.

Il vitello era dedicato all'Eterno, e cadde. I flagellanti del Carmelo servivano Baal, e caddero. Le donne di Giuda aggiungevano la Regina al Signore, e caddero.

La sentenza non ha mai guardato l'insegna sulla porta del tempio: ha guardato cosa succedeva dentro.

E allora il muro davanti a cui siamo arrivati vale per chiunque.

Nessuna etichetta, nessuna parola greca coniata ad arte — di nessuna denominazione, antica o moderna, grande o piccola — ha mai cambiato la sostanza di un gesto.

Questo, del resto, qualcuno l'aveva capito benissimo. E l'aveva anche scritto.

C'è chi ha insegnato per decenni, nero su bianco, che l'idolatria non finisce con le statue. Che un idolo è "qualsiasi cosa/persona a cui si dà il primo posto" o formula equivalente [^3].

Che può diventare un idolo un divo dello spettacolo, un atleta, un politico, perfino [^4].

Che dare a uomini la fiducia e l'ubbidienza che spettano a Dio soltanto è, precisamente, culto reso alla creatura e che milioni di persone praticano questa idolatria ogni giorno, in perfetta sincerità, convinte di non inchinarsi a niente.

Parole sante. Le sottoscriviamo alla virgola.

Chi le ha scritte ha capito il fascicolo meglio di chiunque: l'idolo non ha neppure bisogno di essere di legno. Il meccanismo — l'onore dovuto a Dio, dirottato su qualcos'altro, con una buona spiegazione a coprire il dirottamento — funziona identico con qualunque materiale.

Anche senza materiale.

E allora facciamo uno sforzo di onestà intellettuale.

Fiducia incondizionata. Ubbidienza che non ammette verifica. La parola di uomini messa al di sopra dalla Scrittura invece che sotto.

Quando degli uomini dichiarano di non essere ispirati, di non essere infallibili, di poter sbagliare — e l'hanno dichiarato, per iscritto [^5] — ma chi li contraddice con la Bibbia in mano viene processato ed espulso: che cos'è? Ubbidienza a Dio, o culto reso a uomini fallibili per loro stessa ammissione?

Quando una "verità" cambia — e ricambia, e ricambia, e ricambia, e ricambia, e torna indietro, e riparte: sulle date, sulle generazioni, sui tipi e gli antitipi, sulla definizione di schiavo, e su decine di altre cose — e a ogni giro si esige la stessa identica sottomissione di prima, come se il giro precedente non fosse agli atti, che cos'è? Non è forse la prova provata che si sta ubbidendo all'organo che parla e non a ciò che dice — a prescindere da quello che dice — visto che ciò che dice cambia ma l'ubbidienza no?

E quando tutto questo si pratica in perfetta sincerità — con sacrificio vero, con ore donate o sangue versato, con una vita intera consegnata ad un gruppo di uomini autonominati — come si dovrebbe definire?

C'era una parola, nelle pubblicazioni di questi signori, per tutto questo. Una parola usata per decenni contro le chiese della cristianità, contro “Babilonia la Grande”, contro i fedeli inginocchiati davanti ai loro pastori e ai loro papi. Com'era?

Ah, sì.

Culto della personalità [^6].



Guardiamoci dagli idoli. E dagli idolatri

Oggi, come ieri, il mondo è pieno di idolatri.

Queste persone versano sangue, lacrime, tempo e gioventù, verso idoli di legno o di carne.

E oggi, come ieri, ognuno di questi ha la parola adatta o il ragionamento articolato per negare l’evidenza.

Una parola bella, costruita, ad effetto.

Latria, dulia, iperdulia, sottomissione, umiltà, servizio...

Il tribunale, in tremila anni, non ne ha mai messa a verbale una. Ha sempre e solo verbalizzato i fatti: il sangue versato, il ginocchio piegato, l'ubbidienza consegnata.

Il giudizio di Dio non è ancora arrivato per cui chiunque, oggi, è ancora in tempo per smettere di praticare questa cosa ripugnante, l’idolatria, cosa che Dio odia senza mezze misure.

Facciamolo ora che il tempo è favorevole.

Questo appello è rivolto a tutti: cattolici, testimoni di Geova, evangelici, avventisti, materialisti… chiunque.

Ma un ultima parola vorremmo usarla per coloro che hanno definito così bene anche l’idolatria più subdola, quella meno appariscente. Quella in cui, almeno una volta, siamo caduti tutti e non ha bisogno di oggetti.

Uscite da queste costruzioni umane. Uscite a prescindere da ciò che vi costa.

Ma se dopo aver riflettuto sulle Scritture, quelle Scritture che dite di conoscere e amare, l'idea di uscire ancora vi spaventa — se il costume dei padri, l'approvazione degli anziani, l’ostracismo della famiglia e della comunità vi sembrano ancora argomenti validi — allora un suggerimento umile, per quel giorno, uno solo, ve lo lasciamo.

Quando arriverà il giudizio di Dio, fate come i cattolici.

Davvero, fate come loro.

Provate a spiegarGli che era iperdulia.





NOTE


Nota alla vigilia di Ugarit: la voce narrante è inventata ma nulla del rito descritto è inventato.

[^1] Nota sul mīs pî: Walker, C. B. F., & Dick, M. B. (2001). The Induction of the Cult Image in Ancient Mesopotamia: The Mesopotamian Mīs Pî Ritual. State Archives of Assyria Literary Texts, Vol. 1. Helsinki: The Neo-Assyrian Text Corpus Project. (Testo di riferimento assoluto con trascrizioni, traduzioni e commentario). Dick, M. B. (Ed.) (1999). Born in Heaven, Made on Earth: The Making of the Cult Image in the Ancient Near East. Winona Lake, IN: Eisenbrauns. (Raccolta di studi comparativi sul mīs pî e i rituali egizi). [1]

[^2] Nota sui Vattienti: https://calabriastraordinaria.it/eventi/i-vattienti-di-nocera-terinese

[^3] cit 1 Perspicacia nello studio delle Scritture, voce "Idolatria, idolo" (consultabile su wol.jw.org): "Idolatria è la venerazione, l'amore, il culto o l'adorazione di un idolo. L'idolo è un'immagine, una rappresentazione o un simbolo di qualche cosa che è oggetto di appassionata devozione... Tale devozione di solito è rivolta a una potenza superiore reale o presunta, sia che a questa sia attribuita un'esistenza propria (come un'organizzazione o un dio animale o umano)". E la stessa voce prosegue: "Ci sono poi forme di idolatria più sottili. La concupiscenza è idolatria (Col 3:5), poiché l'oggetto dei propri desideri smodati distoglie l'affetto dal Creatore, diventando così un vero e proprio idolo

[4^] "Guardatevi dal fare idoli delle creature", La Torre di Guardia, 1° giugno 1969, pp. 344-348

[^5] La Torre di Guardia (edizione per lo studio), febbraio 2017, articolo "Chi è realmente lo schiavo fedele e discreto?", p. 26, par. 12: "Il Corpo Direttivo non è ispirato e nemmeno infallibile. Quindi, a volte può commettere degli errori in merito a questioni organizzative o dottrinali. Infatti, la voce 'Dottrine spiegate o chiarite' dell'Indice delle pubblicazioni Watch Tower contiene una lista di chiarimenti sulla nostra comprensione delle Scritture a partire dal 1870." — e nota il regalo doppio: la lista dei cambi di luce dal 1870 citata da loro stessi nello stesso paragrafo dell'ammissione di fallibilità. La domanda 2 della Parte 10 ha la fonte incorporata. Watchtower

Luce che cambia. La Torre di Guardia, 1 marzo 1979, pp. 23-24: "La luce crescente sulla Parola di Dio, così come i fatti storici, hanno più volte richiesto degli aggiustamenti... Ma non possiamo mai dimenticare che i motivi di questo 'schiavo' sono sempre puri, disinteressati e ben intenzionati."

[^6]Annuario del 1976 (yb76, "Stati Uniti d'America (2)", pp. 107-182) dove addirittura fu eliminata la festa della mamma perché “culto della personalità”.

[^5] Apuleio, Metamorfosi VIII, 27-28

Nota su Nicea II: Nota [Nicea II]: "L'onore reso all'immagine passa al prototipo" — la formula è di Basilio di Cesarea (De Spiritu Sancto, 18, 45), dove in origine si riferiva alle immagini dell'imperatore, non a immagini di culto: onorare il ritratto del sovrano equivale a onorare il sovrano. Il secondo concilio di Nicea (787) la estrasse da quel contesto civile e ne fece il fondamento teologico della venerazione delle immagini sacre, stabilendo che l'onore tributato all'icona "risale al prototipo" e che chi venera l'immagine venera la persona in essa raffigurata; il concilio di Trento (sessione XXV, 1563) ribadì la dottrina in termini analoghi. Quanto alla tassonomia dei gradi di culto: la distinzione tra latreia (dovuta a Dio solo) e douleia (concedibile alle creature eccellenti) è già formulata da Agostino (De civitate Dei, libro X); la sistemazione scolastica completa dei tre gradi — latria, dulia, iperdulia — è di Tommaso d'Aquino (Summa Theologica, II-II, q. 84 e q. 103; III, q. 25, dove si tratta specificamente del culto dovuto a Cristo, alla croce e a Maria). Facciamo il conto delle date. Geremia pronuncia la sentenza sulla regina del cielo attorno al 590 a.C. La formula di Basilio è del IV secolo d.C.; Nicea II è del 787; Tommaso scrive nel XIII secolo. Tra l'ultima sentenza del tribunale e la prima parola della tassonomia corrono, a seconda del punto di misura, tra i nove e i diciotto secoli. In tutto questo tempo, le pratiche che i cassetti avrebbero dovuto classificare — immagini, processioni, prostrazioni, titoli regali — non si erano mai fermate. Prima i gesti, poi le parole che li assolvono: la cronologia è essa stessa il verdetto.

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