Il radiocarbonio ha smentito la Bibbia?
“Così dice Yahweh: «Il sapiente non si glori della sua sapienza… ma chi si gloria si glori di questo: che ha intelligenza e conosce me, che sono Yahweh” – Geremia 9:23-24
Una storia che cambia ogni volta che la racconti
Facciamo un test.
Proviamo a stabilire quanti anni ha l'umanità secondo la scienza.
Dovrebbe essere semplice, no?
Stiamo parlando di scienza, non di Bibbia.
Quanti?
L'Homo Sapiens comparve circa 200.000 anni fa. Lo sapevamo con certezza quasi assoluta.
Guai a rimettere in discussione questa verità scientifica!
Solo quelli “poco istruiti o creduloni” potevano osare rimettere in discussione questa verità scientifica.
I resti di Omo Kibish, in Etiopia, parlavano chiaro.
Poi nel 2017 qualcuno ridatò dei fossili in una grotta marocchina, Jebel Irhoud, e — sorpresa — la nostra specie risultò vecchia di 315.000 anni.
Centoquindicimila anni aggiunti in un colpo solo, come chi corregge un errore di battitura su una fattura.
Ma attenzione: quegli stessi fossili marocchini erano stati scoperti già nel 1961 e all'epoca li avevano datati a 40.000 anni.
Poi a 160.000.
Poi a 315.000.
Tre datazioni, tre epoche diverse. Gli stessi fossili.
Da 40.000 a 315.000: quasi otto volte tanto.
Ma sarà un caso isolato, direte, giusto?
Assolutamente no.
In Sudafrica, nelle grotte di Sterkfontein si trovarono centinaia di fossili di Australopithecus.
Per decenni furono datati a 2-2,6 milioni di anni (notare anche la non chalance del margine di 600.000 anni…).
Poi, nel 2022, con una nuova tecnica, si scoprì che avevano 3,4-3,6 milioni di anni.
Un milione di anni in più. Non qualche secolo o qulche millennio in più: un milione.
Gli scienziati stessi si dissero "scioccati".
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| Quanti anni ha? |
Ovviamente si potrebbe pensare che abbiamo scelto due casi limite.
D’altronde questo blog è biblico, si chiama “attenzioneallaprofezia” ed ha sicuramente interessi, neanche velati, ad enfatizzare questi esempi, magari sporadici.
Allora spostiamoci in Afghanistan, nella grotta di Darra-i-Kur.
Lì, furono trovati resti umani datati al Paleolitico: 30.000 anni fa.
Poi qualcuno misurò direttamente il cranio trovato e notò che assomigliava un po’ troppo ad un uomo moderno.
Ridatato: Neolitico, circa 5.000 anni fa.
Venticinquemila anni evaporati nel nulla.
Il motivo? "Campioni di carbonio inadeguati" dissero.
E fin qui parliamo almeno di reperti antichi, dove un margine di incertezza lo si potrebbe anche capire.
Ma le cose diventano davvero imbarazzanti quando il metodo del radiocarbonio viene applicato a campioni di età nota — o peggio, ancora vivi:
Lumache vive, pescate da un ruscello e analizzate in laboratorio, sono risultate morte da 2.300 anni. Altre da 27.000 anni. Vive, ma ufficialmente più vecchie della ruota.
La spiegazione che cercarono di dare, a posteriori, fù altrettanto emblematica: le lumache vivevano in ruscelli alimentati da falde che attraversavano calcare antichissimo, e incorporavano nei gusci il carbonato "morto" di quelle rocce.
Quindi il laboratorio misurava fedelmente il carbonio del calcare, dissero, non quello della lumaca. La lumaca era solo il contenitore.
E in effetti essi, anche oggi, rispondono "sì ma noi lo sappiamo: è l'effetto serbatoio, ne teniamo conto."
Perfetto.
Ma allora la domanda sorge spontanea: se un guscio di lumaca viva può assorbire carbonio morto dal calcare, un osso sepolto per millenni in terreni calcarei cosa può assorbire? E soprattutto — l’errore lo sanno sempre riconoscere, o solo quando il risultato sembra sospetto?
È troppo facile osservare un animale vivo e poi dire “è l’effetto serbatoio”. Sarebbe assurdo credere che una lumaca sia viva da 27.000 anni. Ma quando l’animale è morto?
Ma non finisce qui.
Una foca appena uccisa in Antartide fu stata datata come morta 1.300 anni prima.
Non è l’incipit di un giallo di Agatha Christie: fu una misurazione seria, fatta da un laboratorio serio e da scienziati seri.
La malta di un castello inglese costruito meno 800 anni fa risultò vecchia di 7.370 anni.
Quattro manufatti in osso, pubblicati su Science nel 1986, furono datati a circa 30.000 anni.
La revisione? Al massimo 3.000 anni.
Un decimo: da 30.000 a 3.000.
27.000 anni spariti nel nulla come l’ultimo bagliore di un tramonto, una piccolezza.
Uno scarnatoio passò da 27.000 a 1.350 anni — da utensile dell'uomo delle caverne a oggetto quasi medievale.
Ma il capolavoro fu lo scheletro di Sunnyvale, California.
Datato con la racemizzazione degli amminoacidi a 70.000 anni.
Con metodi uranio-piombo risultò averne 8.000-9.000.
Con il radiocarbonio: 4.400.
Sì, stiamo parlando dello stesso scheletro ma non solo…
Diversi campioni dello stesso osso oscillavano tra i 3.600 e i 4.800 anni. Lo stesso osso, lo stesso metodo.
Come commentò onestamente uno scienziato: "Forse sono sbagliate tutte."
Gli scienziati hanno usato diversi metodi di datazione: non ne corrispose nessuna. Non si avvicinarono neppure.
Un uomo con due orologi che mostrano due ore diverse, ha più certezze di un uomo che ne ha uno soltanto?
Quante certezze ha, un uomo con sei orologi dove tutti e sei puntano su un’ora diversa?
Ma questa era solo premessa.
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| La correzione dell'"effetto serbatoio" viene fatta sempre o solo quando il risultato produce un assurdo? |
Vale la pena di capire, almeno a grandi linee, come funziona davvero questo famoso orologio radiocarbonico – che ben pochi si permettono di ridiscutere - e perché le sue lancette danno letteralmente i numeri.
1. Il funzionamento e le promesse del radiocarbonio
Il principio, in sé, è assolutamente elegante.
Il carbonio 14 è un isotopo radioattivo che si forma nell'alta atmosfera quando i raggi cosmici colpiscono gli atomi di azoto.
Questo carbonio entra nel ciclo della vita: le piante lo assorbono con la fotosintesi, gli animali lo assumono mangiando le piante, e noi – come tutti gli animali onnivori – lo assumiamo mangiando entrambi.
Finché un organismo è vivo, il carbonio 14 che perde per decadimento viene continuamente rimpiazzato. Quando muore, il rubinetto si chiude e il livello comincia a calare con un periodo di dimezzamento di circa 5.700 anni: dopo quel tempo, ne resta la metà.
La promessa è allettante: misura quanto carbonio 14 è rimasto e saprai da quanto tempo l'organismo è morto.
È praticamente un orologio incorporato in ogni cosa che vive ed è stato applicato a una varietà impressionante di reperti: il legno della barca funeraria del faraone Sesostri III, il durame di una sequoia gigante abbattuta nel 1874, persino la carne di un mammut congelato in Siberia.
Quando fu presentato alla fine degli anni '40 dal premio Nobel W. F. Libby, il metodo sembrò rivoluzionario.
Sembrava troppo bello per essere vero!
Probabilmente lo era.
2. La fragilità dei presupposti: un orologio che non sa nemmeno a che velocità gira
Il problema del radiocarbonio non è il concetto in sé, che è bellissimo ed elegante.
Sono i presupposti.
Per funzionare correttamente, l'orologio radiocarbonico richiede che tutte le seguenti condizioni siano vere. Se solo una di queste condizioni non lo è, tutto il metodo salta.
Il livello di carbonio 14 nell'atmosfera deve essere sempre stato lo stesso.
I raggi cosmici che lo producono non devono variare.
La riserva totale di carbonio stabile deve essere rimasta costante nel tempo.
La produzione e il decadimento devono essere sempre in equilibrio.
Il campione non deve essere stato contaminato in nessun modo.
Al Simposio dei Premi Nobel di Uppsala del 1969, vent'anni dopo la nascita del metodo, gli scienziati riuniti dovettero ammettere che nessuna di queste condizioni poteva dirsi certa. Nessuna.
Alcune sono "solo un po' sbagliate", altre "del tutto sbagliate". Testuale. Parole loro.
Vediamo il perché.
Il campo magnetico terrestre non è costante.
Il campo magnetico terrestre non è una corazza rigida e immobile, come un muro d’acciaio piazzato intorno al pianeta. È più simile a una corrente invisibile: fluida, mutevole, continuamente agitata dalle dinamiche interne della Terra e dall’attività del Sole. Si espande, si indebolisce, si deforma, oscilla. E con esso cambia anche la quantità di raggi cosmici che riesce a raggiungere l’atmosfera.
Quando è più intenso, devia i raggi cosmici e si produce meno carbonio 14; quando è più debole, ne arriva di più. Gli studi indicano che il campo magnetico è raddoppiato d'intensità fra circa 5.500 e 1.000 anni fa, per poi tornare a diminuire. Questo è stato dimostrato: non è discutibile.
Questo fattore da solo può spiegare uno scarto di quasi mille anni sulle date più antiche.
Il sole fa quello che gli pare.
Il sole non è una lampadina perfettamente stabile appesa nel cielo. È una stella dinamica, turbolenta, soggetta a cicli, brillamenti ed espulsioni di particelle energetiche che possono alterare sensibilmente la produzione di carbonio 14 nell’atmosfera terrestre.
Ne abbiamo avuto un assaggio nel 1859 con il celebre Evento di Carrington, la più potente tempesta solare osservata in epoca moderna: mandò in tilt le linee telegrafiche in tutto il mondo e produsse aurore visibili perfino ai tropici. Eppure oggi sappiamo che non fu nemmeno il peggiore.
Gli studi sugli anelli degli alberi e sulle carote di ghiaccio hanno identificato nel passato remoto improvvisi picchi di carbonio 14 — i cosiddetti “eventi di Miyake” — probabilmente causati da tempeste solari molto più intense di Carrington. Uno di questi, risalente a circa 14.300 anni fa secondo le datazioni convenzionali, sarebbe stato talmente potente da superare di gran lunga qualsiasi evento solare registrato nella storia umana.
E allora la domanda diventa inevitabile: se il Sole può alterare drasticamente la produzione atmosferica di carbonio 14 anche per brevi periodi, con quale certezza possiamo affermare che tale produzione sia rimasta sostanzialmente costante per decine di migliaia o addirittura centinaia di migliaia di anni?
Quanti brillamenti solari ci sono stati nei millenni passati? Nessuno lo sa. Nessuno può saperlo. Nessuno. A parte Dio, ovviamente.
L'uomo stesso ha alterato il sistema.
Dalla rivoluzione industriale alle esplosioni nucleari del Novecento il livello di carbonio 14 è notevolmente aumentato, mentre la combustione di combustibili fossili — che contengono carbonio "morto" da milioni di anni — lo ha diluito. Il termostato dell'orologio è stato manomesso – a volte avanti, a volte indietro – innumerevoli volte.
E infine… la produzione attuale di carbonio 14 è davvero in equilibrio con il suo decadimento, come la teoria richiede?
Gli esperti di Uppsala non poterono dire altro se non che la produzione oscilla "probabilmente fra il 75% e il 161% del ritmo a cui si disintegra" come se queste percentuali fossero sottigliezze.
Questi numeri a prima vista sembrano solo dettagli tecnici. In realtà è un’ammissione enorme: il metodo presuppone un equilibrio stabile fra produzione e decadimento, ma gli stessi specialisti riconobbero di non sapere se tale equilibrio fosse mai esistito davvero.
E poiché il decadimento radioattivo segue una curva esponenziale, anche variazioni relativamente modeste del livello iniziale di carbonio 14 possono produrre differenze gigantesche quando si parla di decine o centinaia di migliaia di anni. Più si va indietro nel tempo, più l’orologio diventa sensibile alle supposizioni iniziali.
Nonostante queste falle grandissime, il metodo non viene abbandonato.
Perché? Perché un'altra supposizione viene usata per giustificare la prima. E viceversa. La vedremo dopo.
3. Il problema della contaminazione: quando il campione mente
Come abbiamo scritto, se anche solo una delle condizioni presentate non può dirsi certa, la teoria dovrebbe crollare.
In realtà nessuna di queste condizioni è rispettata.
Ma ammettiamo che lo siano.
Anche ammettendo che la teoria fosse perfetta, i campioni non lo sono quasi mai.
Un pezzo di durame antico può contenere linfa viva.
Un campione estratto con un solvente a base di petrolio può trattenerne tracce, introducendo carbonio "morto".
Nel carbone sepolto da millenni possono infiltrarsi radichette di piante viventi.
Le già citate lumache vive avevano incorporato nei gusci carbonato proveniente da calcare antichissimo, risultando "morte" da 27.000 anni.
La contaminazione può far sembrare un campione più vecchio o più giovane. E, aspetto rivelatore, spesso non viene riconosciuta prima dell'analisi, ma solo dopo — quando il risultato non torna.
Come ammise il dottor Neustupny dell'Accademia Ceca delle Scienze al simposio di Uppsala: la contaminazione "può essere chiaramente distinta se il risultato devia considerevolmente dal valore atteso."
Tradotto: l'anomalia non la riconosciamo guardando il campione, ma quando il laboratorio ci dà una data che non ci piace, improvvisamente la vediamo benissimo.
E qui arriviamo alla confessione più celebre.
Al simposio di Uppsala, un archeologo americano descrisse con disarmante candore l'approccio della sua disciplina:
"Se una data ottenuta col carbonio 14 sostiene le nostre teorie, la mettiamo nel testo principale. Se non le contraddice del tutto, la mettiamo in una nota in calce. E se è completamente sfasata, la lasciamo perdere."
Anni dopo, un altro archeologo rincarò la dose: "Più aumenta la confusione su quale metodo, quale laboratorio, quale periodo di dimezzamento e quale taratura sia più attendibile, meno noi archeologi ci sentiremo obbligati ad accettare senza discutere qualsiasi 'data'."
E il radiochimico che aveva fornito la data contestata ribatté: "Preferiamo occuparci di fatti basati su misurazioni valide, non di archeologia alla moda o che fa leva sulle emozioni."
Se gli scienziati litigano così tra loro, noi profani abbiamo almeno il diritto di non prendere tutto per buono, di obiettare, di dubitare, senza per questo passare per ignoranti medievali?
4. I limiti della dendrocronologia: la stampella che regge la stampella
Consapevoli
che il radiocarbonio, da solo, non basta a garantire date affidabili,
gli scienziati hanno cercato un’àncora esterna: la
dendrocronologia, cioè lo studio degli anelli di accrescimento degli
alberi.
L’idea, in apparenza, è semplice: un anello
corrisponde a un anno. Finalmente qualcosa di concreto, visibile,
quasi rassicurante.
Gli stessi anelli degli alberi, però, vengono oggi usati anche per ricostruire antiche variazioni del carbonio 14 atmosferico — per esempio i picchi attribuiti a grandi tempeste solari del passato. In altre parole: il medesimo strumento che testimonia l’instabilità del sistema radiocarbonico viene poi utilizzato per correggerlo. Vi sembra che qualcosa non torni?
L’albero
protagonista di questa cronologia è il Pinus
aristata,
una specie longeva del sud-ovest degli Stati Uniti.
L’idea è
usare la sequenza dei suoi anelli come scala di riferimento per
“calibrare” il radiocarbonio, che infatti oggi non viene più
considerato uno strumento di datazione assoluta ma relativa. Per
sapere la “data vera”, ci dicono, bisogna confrontare il
risultato con la curva dendrocronologica.
Molto bene.
Il problema è che anche la dendrocronologia presenta crepe non piccole.
Primo:
un anello non corrisponde sempre a un anno.
Lo
stesso Ferguson, padre della cronologia del Pinus
aristata,
ammise che in alcuni casi il 5% o più degli anelli può mancare. E
in particolari condizioni climatiche un albero può produrre due,
perfino tre anelli nello stesso anno. Se il clima del passato era
diverso — e tutto indica che lo fosse — il numero di anelli
multipli o mancanti potrebbe essere stato molto più elevato di
quanto osserviamo oggi. Ma nessuno può verificarlo direttamente.
Secondo:
nessun albero vivente copre davvero i 7.000 anni dichiarati dalla
cronologia completa.
Gli alberi viventi più antichi inclusi
nella serie risalgono solo all’incirca all’800 d.C. Parliamo di
poco più di mille anni.
Per spingersi più indietro, Ferguson ha dovuto assemblare diciassette campioni di legno morto, cercando di far combaciare le sequenze di anelli larghi e stretti. È un po’ come ricostruire un puzzle senza avere l’immagine sulla scatola.
E quando un pezzo non si incastra bene?
Qui emerge il paradosso più interessante: lo stesso Ferguson ammise che, per orientare la collocazione dei campioni nella cronologia, si richiede una datazione al radiocarbonio “per indicare l’età generale del campione”.
Capite il cortocircuito?
La
dendrocronologia dovrebbe correggere il radiocarbonio.
Ma quando
la dendrocronologia incontra difficoltà, si appoggia al
radiocarbonio per sapere dove collocare i propri pezzi.
È l’immagine di due zoppi con una sola stampella, che se la passano a turno.
In un
vecchio film si vedeva la seguente scena: un uomo propone all’altro
di sistemargli la casa malandata.
“Non ne vale la pena”,
risponde lui, “tanto voglio andarmene.”
“E perché vuoi
andartene?”
“Perché la casa cade a pezzi.”
Ecco la stessa logica circolare.
“Il radiocarbonio va calibrato perché oltre una certa soglia sballa.”
“Benissimo. Calibriamolo con la dendrocronologia.”
“E come costruiamo la dendrocronologia più antica?”
“Con il radiocarbonio.”
E il cerchio si chiude.
C’è infine un ultimo dettaglio che dovrebbe far riflettere.
Il legno morto utilizzato per estendere la cronologia è rimasto all’aperto per migliaia di anni, esposto a pioggia, neve, sbalzi termici, insetti, muffe, decomposizione naturale e semplicemente agli esseri umani in cerca di legna da ardere.
Che un
albero vivo possa resistere mille o duemila anni è perfettamente
plausibile.
Ma un pezzo di legno morto, esposto alle intemperie
per sei millenni?
Ebbene, è su questa catena di campioni che poggiano le date più antiche della calibrazione radiocarbonica.
5. La racemizzazione degli amminoacidi: quando pochi gradi cambiano tutto
Un terzo metodo merita attenzione, anche perché ha prodotto uno degli episodi più imbarazzanti della paleoantropologia moderna.
Negli organismi viventi, gli amminoacidi si presentano quasi esclusivamente nella forma detta “levogira”.
Dopo la morte, iniziano lentamente a trasformarsi nella forma speculare detta destrogira.
Misurando il rapporto tra le due forme, si dovrebbe poter stabilire da quanto tempo quell'organismo è morto.
Il problema fatale è che la velocità di questa trasformazione dipende in modo drammatico dalla temperatura esterna: una variazione di soli 14°C la accelera di dieci volte.
Ma nessuno conosce la storia termica di un osso rimasto sepolto per millenni.
Per quante estati è rimasto esposto al sole? È finito in un incendio? È stato vicino a un fuoco acceso da qualcuno? È rimasto sepolto da ghiacci per decenni o secoli?
I risultati parlano più di qualsiasi spiegazione tecnica.
Lo scheletro dell'uomo Del Mar, California: la racemizzazione gli attribuì 48.000 anni.
I metodi radiometrici uranio-piombo gli attribuirono 11.000 anni.
Lo scheletro di Sunnyvale, menzionato prima, sempre in California: la racemizzazione disse 70.000 anni ma col radiocarbonio passà a 4.400. Questo non è un “margine di errore”. È un altro pianeta.
Altro che iperuranio o poli-acqua!* (vedi la prima nota in calce)
Certo, nessun metodo di misura è perfetto né pretende di esserlo.
Ma quando due tecniche considerate entrambe affidabili producono date separate non da decenni o secoli, bensì da millenni, il problema non può più essere liquidato come una normale imprecisione sperimentale.
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| Vi fidereste di un orologio con lancette multiple e sei ore completamente diverse? |
A questo punto la domanda diventa inevitabile: stiamo davvero misurando il tempo… o stiamo soprattutto misurando le supposizioni incorporate nei nostri metodi?
6. E il Diluvio? L'elefante nella stanza dei datatori
Se siamo tra coloro che prendono sul serio la narrazione biblica, c'è un fattore che la scienza ignora completamente ma che spiegherebbe molte delle anomalie osservate: il Diluvio universale, collocato dalla cronologia biblica intorno al 2370 a.C., circa 4.400 anni fa.
Abbiamo visto che l'orologio radiocarbonico non misura una quantità assoluta, ma un rapporto: carbonio 14 (radioattivo) diviso carbonio 12 (stabile).
Perché l'orologio funzioni, entrambi devono essere rimasti costanti.
Un evento della portata del Diluvio li avrebbe sconvolti entrambi, e in modi indipendenti. Non un singolo errore, ma una cascata di perturbazioni sovrapposte.
Vediamo passo per passo.
Il numeratore: il carbonio 14 prima del Diluvio. La Bibbia descrive acque sospese sopra l'atmosfera. Se c’è stata questa barriera, e noi crediamo che ci sia stata, questa barriera avrebbe ridotto o impedito la penetrazione dei raggi cosmici, limitando di molto la produzione di carbonio 14 - leggi Genesi 1:7
Vi ricordate che uno degli assunti utili affinché la datazione del carbonio-14 fosse valida era che la quantità di produzione del c-14 dovesse rimanere sempre invariata?
Una coltre d’acqua “sopra la distesa”, da sola, smentirebbe questo assunto.
Il denominatore: il grande serbatoio di carbonio stabile. Ed ecco la parte che spesso viene trascurata. Ricordiamo che il rapporto C-14/C-12 dipende anche dalla quantità totale di carbonio stabile in circolazione — il cosiddetto "serbatoio di scambio", che comprende l'atmosfera, gli oceani e la biosfera. E la biosfera siamo tutti noi: ogni creatura vivente, ogni pianta, ogni albero è un pacchetto di carbonio 12 temporaneamente "parcheggiato" fuori dall'atmosfera.
Ora pensiamo a cosa succede in sequenza.
Prima del Diluvio: una biomassa probabilmente molto più abbondante di quella odierna — foreste sterminate, una fauna ricchissima, un'umanità in crescita in un clima temperato — teneva sequestrata una quantità enorme di C-12. Tutto quel carbonio era temporaneamente fuori dal gioco atmosferico e oceanico.
Il Diluvio colpisce: sterminio quasi totale. Otto persone sopravvivono, più gli animali sull'arca. Il resto, a parte le creature marine, muore – Genesi 7:11, 23: 8:2
Miliardi di tonnellate di carbonio organico vengono rilasciate di colpo nel sistema — in parte decomponendosi, in parte venendo sepolte nei sedimenti (quella biomassa sepolta è in buona parte ciò che diventa carbone, petrolio, gas naturale — i famosi combustibili fossili che oggi bruciamo, reintroducendo C-12 "morto" nel ciclo e alterando di nuovo il rapporto, il cosiddetto effetto Suess documentato dagli anni '50; in pratica stiamo facendo in piccolo ciò che il Diluvio avrebbe fatto in grande).
Subito dopo il Diluvio: la biosfera è ridotta ai minimi termini. Pochissime "unità carbonio" viventi stanno assorbendo C-12 dall'atmosfera. Il serbatoio di scambio è temporaneamente squilibrato: quasi tutto il carbonio stabile è nell'atmosfera e negli oceani, con pochissimo carbonio "parcheggiato" negli esseri viventi.
Nel frattempo, gli oceani cambiano.
Il volume oceanico aumenta enormemente. I successivi assestamenti della crosta terrestre espongono nuove superfici rocciose all'erosione — comprese le rocce calcaree — che immettono carbonato negli oceani, accrescendo ulteriormente la riserva di C-12 disciolto.
Nei secoli successivi: la vegetazione ricresce, gli animali si moltiplicano, l'umanità si espande. La biosfera ricomincia lentamente a sequestrare C-12.
Il denominatore del rapporto si redistribuisce gradualmente, e l'orologio radiocarbonico riprende a funzionare in modo più regolare.
Il risultato? Almeno tre o quattro fasi con rapporti C-14/C-12 radicalmente diversi, in un arco di tempo relativamente breve. E l'orologio radiocarbonico ovviamente sballa e sballa e sballa... e non sballa di qualche decennio ma di decine di migliaia di anni e probabilmente di più.
E non è un caso che le date radiocarboniche sembrino ragionevolmente corrette a partire dal 1500 a.C. circa — più o meno mille anni dopo il Diluvio, un tempo plausibile perché i livelli si riequilibrassero. Prima di quel punto, le discrepanze si moltiplicano.
La scienza stessa — pur senza saperlo — potrebbe aver ricavato le prove indirette di un evento catastrofico mondiale, proprio attraverso le date che funzionano bene fino al punto in cui sballano.
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| La datazione biblica e quella "secolare" corrisponde perfettamente fino a 1000 anni dopo il diluvio, e abbastanza bene fino al diluvio... per poi divergere completamente. Perché? |
7. La registrazione scritta: l'unico orologio che non si scarica
Fermiamoci a questo punto e guardiamo il quadro d'insieme.
Da un lato abbiamo una serie di metodi scientifici che:
poggiano su presupposti riconosciuti come errati dai loro stessi creatori;
producono risultati che variano di decine di migliaia di anni a seconda del metodo usato;
si sostengono a vicenda in modo circolare;
vengono accettati o scartati dagli archeologi a seconda che confermino o meno le teorie del momento;
e sono stati recentemente definiti, anche nella letteratura scientifica, una "struttura cadente".
Dall'altro abbiamo una cronologia biblica che:
è tenuta da uomini che potevano contare gli anni senza perderne e senza inventarne: se ci sono errori, sono riconducibili a decine, non certo a migliaia o milioni di anni- ("Sem aveva cento anni quando generò Arpacsad due anni dopo il diluvio... E Arpacsad visse trentacinque anni. Quindi generò Sela..." — Genesi 11:10-26);
è stata tramandata con cura e custodita da una sorveglianza quasi maniacale;
ha dimostrato la sua affidabilità storica con usanze e popoli scoperti anche dopo molti anni nonché come guida profetica su date specifiche, verificabili storicamente.
Conclusione: dove mettere i piedi
Non si tratta di rifiutare la scienza.
Siamo consci che la scienza ha migliorato e semplificato la vita di miliardi di persone.
Il semplice fatto che stiamo usando un blog, un computer, un software di scrittura, dimostra che riconosciamo e apprezziamo la scienza per tutto ciò che di buono e utile ha fatto. E non è poco.
Si tratta semplicemente di non farne un idolo.
La scienza è un metodo, parziale, fallibile, usato da uomini che devono interpretare i dati. E quando i suoi stessi praticanti ammettono che le supposizioni di base sono errate o mancanti, che i risultati variano di ordini di grandezza, e che le correzioni si sostengono a vicenda in un circolo vizioso — possiamo permetterci di mantenere un sano senso critico senza sentirci stupidi, superstiziosi o creduloni.
Il radiocarbonio funziona ragionevolmente bene per gli ultimi 2.500-3.000 anni. Non a caso, è la fascia temporale in cui le sue date coincidono con la cronologia biblica.
La usiamo ad esempio per datare i rotoli del Mar Morto e non c’è contraddizione in questo.
Non è che lo usiamo quando ci fa comodo e lo scartiamo quando non ci fa comodo: ne comprendiamo il principio generale e i limiti.
Quando le date si spingono oltre, si entra in un territorio dove i presupposti diventano sempre più fragili e dove la narrazione biblica, al contrario, offre una spiegazione molto più coerente.
Da un lato abbiamo sei orologi diversi che sono stati ridatati, corretti, calibrati, puntellati, e che ancora oggi danno risultati enormemente divergenti e fanno litigare chi li usa.
Dall'altro, una registrazione che conta il tempo dell’uomo in seimila-settemila anni, che ha predetto date storiche verificabili, personaggi e civiltà verificabili, documenti extrabiblici coerenti, manufatti e palazzi ben databili e che non ha mai avuto bisogno di essere "ricalibrata."
Ovviamente non siamo ingenui e non pretendiamo che la scienza confermi la nostra fede — la fede non si basa sui laboratori o sul “doppio cieco”.
Ma possiamo serenamente osservare che, quando la scienza ha provato a contraddire la Bibbia, è la scienza che ha dovuto fare marcia indietro e rivedere le proprie conclusioni. Non il contrario.
E quando le ultime profezie che stiamo aspettando si adempiranno, Dio renderà definitivamente stolta la sapienza del mondo – 1 Corinti 1:19-20
“Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” e non c’è altro da aggiungere se non “amen” – 1 Timoteo 3:16-17
Note in calce
L’espressione
“stiamo parlando dell’iperuranio” viene spesso usata per
indicare fantasie astratte, irreali, scollegate dal mondo concreto —
quasi che il monopolio delle farneticazioni appartenga ai
filosofi.
Eppure Platone, nel parlare dell’iperuranio, non
pretendeva di fare scienza sperimentale: stava costruendo una
metafisica dichiarata, non presentando misurazioni di laboratorio o
dati empirici. Nessuno si è mai presentato con una provetta dicendo:
“abbiamo rilevato l’iperuranio”.
Molto
più istruttivo sarebbe forse ricordare il caso della poli-acqua.
Per
quasi un decennio fu presentata come una rivoluzionaria scoperta
scientifica dall’intera comunità scientifica: articoli pubblicati
su riviste prestigiose come Science e Nature, laboratori coinvolti,
repliche internazionali, carriere costruite su questa “scoperta”,
ipotesi catastrofiche sul futuro dell’umanità.
Poi si scoprì che quella misteriosa sostanza non era altro che acqua contaminata da impurità, sudore e residui dei capillari di vetro utilizzati negli esperimenti.
La questione è pesantissima ed appartiene alla storia recente eppure nessuno dice:
“stiamo parlando della poli-acqua”
come sinonimo di delirio collettivo scientificamente certificato.
Forse perché continuiamo inconsciamente ad associare la fantasia ai filosofi e l’obiettività agli scienziati, dimenticando che l’essere umano rimane umano in entrambi i casi: capace tanto di intuizioni profonde quanto di errori enormi, sia davanti a una lavagna filosofica sia davanti a un microscopio.
Nel
caso Sunnyvale, la questione è, per certi versi, anche più grave,
perché non si parla di metafisica dichiarata né di un errore
ormai archiviato, ma di datazioni incompatibili tra loro che
continuano a convivere nella letteratura scientifica: 70.000
anni secondo un metodo, 8.000-9.000 secondo un altro, 4.400 secondo
un altro ancora.
Non è semplicemente un “margine di errore
del 10%”: stiamo parlando di un’assurdità del 1500% di
differenza.
Questo cos’è se non il segno che, almeno in certi ambiti della paleoantropologia, l’apparenza di precisione può essere molto più solida e allettante della precisione reale?
Se un ingegnere progettasse un ponte calcolando il carico a 4.400 tonnellate e il carico reale fosse 70.000 tonnellate, non lo chiamerebbero "margine di errore." Lo chiamerebbero processo penale.
Eppure nel campo della paleoantropologia questo viene digerito con un'alzata di spalle e un "servono ulteriori studi."
Riferimenti bibliografici
Opere fondamentali sulla datazione radiocarbonica
Libby, W.F. — Radiocarbon Dating, University of Chicago Press, Chicago, 1952 (1ª edizione); 2ª edizione 1955. Il testo fondativo del metodo, scritto dal suo inventore e premio Nobel per la Chimica 1960.
Olsson, I.U. (a cura di) — Radiocarbon Variations and Absolute Chronology: Proceedings of the Twelfth Nobel Symposium held at the Institute of Physics at Uppsala University, Almqvist & Wiksell, Stoccolma / Wiley-Interscience, New York, 1970, 652 pp. Gli atti del simposio di Uppsala del 1969, fonte principale delle ammissioni sulle supposizioni errate, delle citazioni di Neustupny, Ferguson, Damon, Säve-Söderbergh e della celebre frase dell'archeologo americano (Prof. Brew) sulle date "messe nel testo, in nota, o scartate" (p. 35).
Citazioni specifiche dagli atti del Simposio di Uppsala
Le seguenti citazioni provengono tutte dai Proceedings of the Twelfth Nobel Symposium (Olsson 1970), con i numeri di pagina indicati nel testo originale analizzato:
Neustupny, E. — "The Accuracy of Radiocarbon Dating", pp. 23-34. Contiene l'ammissione sulla contaminazione riconosciuta solo a posteriori e l'avvertenza sui campioni non contemporanei all'evento datato.
Ferguson, C.W. — Contributo sulla dendrocronologia del Pinus aristata: anelli mancanti (5% o più per secolo), anelli multipli, e l'uso del radiocarbonio per orientare la collocazione dei pezzi di legno morto nella cronologia.
Damon, P.E. — Osservazioni sulla possibilità che la datazione dendrocronologica possa "essere messa in dubbio da alcuni ricercatori."
Säve-Söderbergh, T. — Racconto dell'aneddoto del Prof. Brew sull'atteggiamento degli archeologi verso le date del C-14 (p. 35).
Fromm, E. — Osservazioni sui depositi glaciali scandinavi e sull'inattendibilità dei "telecollegamenti" tra serie diverse.
Revisioni clamorose della datazione fossile
Nelson, D.E., Morlan, R.E., Vogel, J.S., Southon, J.R., Harington, C.R. — "New Dates on Northern Yukon Artifacts: Holocene Not Upper Pleistocene in Age", Science, vol. 232, n. 4751, 9 maggio 1986, pp. 749-751. I quattro manufatti in osso del territorio dello Yukon ridatati da ~27.000-30.000 anni a ~1.350-3.000 anni. Il cosiddetto "Old Crow flesher" (scarnatoio) era in errore di quasi 26.000 anni. Riportato anche in Science News, 10 maggio 1986.
Hublin, J.-J. et al. — "New fossils from Jebel Irhoud, Morocco and the pan-African origin of Homo sapiens", Nature, vol. 546, 8 giugno 2017, pp. 289-292. I fossili di Jebel Irhoud, inizialmente datati a ~40.000 anni (1961), poi ridatati a ~160.000 anni (2007), infine a ~315.000 anni (2017), spostando l'origine dell'Homo sapiens di oltre 100.000 anni.
Richter, D. et al. — "The age of the hominin fossils from Jebel Irhoud, Morocco, and the origins of the Middle Stone Age", Nature, vol. 546, 8 giugno 2017, pp. 293-296. Studio complementare sulla datazione tramite termoluminescenza delle selci bruciate di Jebel Irhoud.
Granger, D.E. et al. — "Cosmogenic nuclide dating of Australopithecus at Sterkfontein, South Africa", Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), 2022. I fossili di Australopithecus delle grotte di Sterkfontein, precedentemente datati a 2-2,6 milioni di anni, ridatati a 3,4-3,6 milioni di anni — un milione di anni più vecchi.
Errori del radiocarbonio su campioni di età nota o viventi
Keith, M.L. e Anderson, G.M. — Science, vol. 141, 1963, pp. 634-637. Molluschi d'acqua dolce vivi datati al radiocarbonio a 2.300 anni (effetto serbatoio del calcare).
Riggs, A.C. — Science, vol. 224, 1984, pp. 58-61. Lumache vive datate al radiocarbonio a 27.000 anni (acquiferi carbonatici).
Dort, W. — Antarctic Journal of the United States, vol. 6, sett.-ott. 1971, p. 211. Foca appena uccisa in Antartide datata al radiocarbonio come morta 1.300 anni fa.
Varie (rivista Radiocarbon) — Malta di un castello inglese di meno di 800 anni datata a 7.370 anni (contaminazione da carbonato antico nel materiale da costruzione).
Racemizzazione degli amminoacidi
I casi degli scheletri di Del Mar e Sunnyvale (California) sono documentati in diverse pubblicazioni. Le date con la racemizzazione (48.000 e 70.000 anni rispettivamente) furono proposte da Jeffrey Bada della Scripps Institution of Oceanography (Università della California, San Diego). Le successive ridatazioni con metodi radiometrici uranio-piombo (11.000 e 8.000-9.000 anni) e con il radiocarbonio (media di 4.400 anni per Sunnyvale) sono discusse nella letteratura paleoantropologica degli anni '70-'80 e riassunte nel testo originale analizzato.
Inaccuratezze nella calibrazione del radiocarbonio
Manning, S.W. et al. — Cornell University, 2018. Studio sulle inaccuratezze nella datazione radiocarbonica nella regione del Levante meridionale, con implicazioni per la cronologia archeologica e la storia biblica antica. Riportato in ScienceDaily, 5 giugno 2018: "Inaccuracies in radiocarbon dating."
Grotta di Darra-i-Kur (Afghanistan)
La datazione originale al Paleolitico (~30.000 anni) e la successiva ridatazione al Neolitico (~5.000 anni) dei resti della grotta di Darra-i-Kur sono discusse in: Kalb, C., "Radiocarbon dating only works half the time. We may have found the solution", Phys.org, 8 settembre 2022 (con riferimento allo studio sull'uso della datazione tramite DNA come alternativa).
Effetto Suess
Suess, H.E. — La diluizione del radiocarbonio atmosferico causata dalla combustione di combustibili fossili fu documentata per la prima volta da Hans Suess negli anni '50 ed è nota come "effetto Suess" (Suess effect). Cfr. Suess, H.E., "Radiocarbon concentration in modern wood", Science, vol. 122, 1955, pp. 415-417.
Nota sulle fonti
Le citazioni testuali dal Simposio di Uppsala e le analisi tecniche della teoria radiocarbonica sono basati sugli atti ufficiali del XII Simposio Nobel. I dati scientifici ivi riportati sono verificabili nelle fonti primarie sopra elencate.













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