I 144.000 dell'Apocalisse: quando l'ovvio diventa impossibile
Immaginiamo una scena.
Un uomo deve partire per un lungo viaggio. Prima di andarsene chiama il suo amministratore e gli affida alcune istruzioni precise.
Gli dice: "Vai dagli operai e riferisci esattamente questo. Marco si occupi del campo a nord. Francesco si occupi del campo vicino al fiume. Luca si occupi degli ulivi. Luigi si occupi delle vigne. E ciascun caposquadra metta su un gruppo di duecento uomini."
L'amministratore ascolta, annuisce e parte ma lungo la strada comincia a ragionare…
"Forse il padrone non intendeva davvero Marco. Ha detto Francesco ma forse non intendeva nominare una persona specifica. Forse Luca non è Luca. Forse Luigi rappresenta la forza operaia. E quei duecento uomini per gruppo… figuriamoci, forse voleva dire 'fai tu, purché funzioni'".
Così arriva dagli operai e riferisce un messaggio completamente diverso.
Non dice più ciò che il padrone gli aveva ordinato di dire ma... "Il padrone vuole che tutti lavorino insieme, senza badare troppo ai nomi, ai gruppi, agli incarichi o ai numeri. I campi sono simbolici. I nomi sono simbolici. Anche i numeri sono simbolici."
Gli operai seguono quelle istruzioni. O meglio: seguono le non-istruzioni che hanno ricevuto dall'amministratore.
Passa il tempo. Il padrone ritorna e trova il caos assoluto.
Il campo a nord è stato trascurato, gli ulivi sono morti, le vigne sono state rubate. I gruppi non corrispondono più a ciò che lui aveva stabilito.
Allora domanda: "Che cosa avete fatto?" E qualcuno risponde: "Abbiamo seguito le tue istruzioni, no?"
Fermiamoci un attimo.
Qualcuno direbbe onestamente che quelle istruzioni sono state seguite?
Oppure il problema è nato molto prima, nel momento in cui qualcuno ha deciso che le parole del padrone non significavano più ciò che dicevano?
Fin qui tutti concorderebbero: se una persona riceve istruzioni precise e le sostituisce con altre, non sta trasmettendo il messaggio originale. Lo sta modificando.
Eppure, quando arriviamo ai 144.000 dell'Apocalisse accade qualcosa di molto simile. Anzi, di molto peggio.
Giovanni scrive: "Della tribù di Giuda dodicimila suggellati; della tribù di Ruben dodicimila; della tribù di Gad dodicimila…" E continua così, tribù dopo tribù, fino a raggiungere il numero complessivo di 144.000 – Apocalisse 7:4-8
Il testo non parla genericamente di una massa indefinita e non dice semplicemente "molti".
Non dice "un grande gruppo" e non dice "credenti provenienti da ogni popolo".
Dice 144.000 da dodici tribù, dodicimila per tribù, e le chiama per nome.
Eppure, proprio davanti a questa precisione, molti sentono il bisogno di spiegare che il numero non sarebbe davvero un numero, che le tribù non sarebbero davvero tribù e che Israele non sarebbe davvero Israele.
Ma allora la domanda "Come dimostriamo che i 144.000 sono davvero 144.000?" è già sbagliata. Ha già un vizio di fondo.
La domanda dovrebbe essere: "Per quale motivo dovremmo abbandonare la lettura più naturale del testo?" E soprattutto: "Perché l'onere della prova viene posto su chi legge semplicemente ciò che è scritto, invece che su chi sostiene che il testo significhi qualcos'altro?"
Benvenuti nel mondo dell'esegesi antica e moderna, dove la cosa più difficile da sostenere è l'ovvietà.
Troppa semplificazione?
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che abbiamo semplificato eccessivamente una questione decisamente più complessa.
Dopotutto la Bibbia utilizza spesso un linguaggio simbolico e l'Apocalisse, più di ogni altro libro biblico, è ricca di immagini, metafore e rappresentazioni simboliche.
Si parla di stelle che cadono dal cielo, ma nessuno immagina astri giganteschi precipitare sulla Terra come mele mature da un albero – vedi Apocalisse 6:13
Si parla di un grande dragone rosso, ma nessuno pensa che Giovanni stesse descrivendo una creatura rettiliana letterale in grado di volare – vedi Apocalisse 12:3
Si parla di bestie che emergono dal mare, di cavallette con caratteristiche insolite e di molti altri elementi chiaramente simbolici.
Perciò la domanda è legittima.
Se l'Apocalisse contiene così tanti simboli, perché i 144.000 dovrebbero fare eccezione? Non stiamo forse ignorando la natura stessa del libro?
La risposta è semplice: no.
Non neghiamo affatto l'esistenza dei simboli e non neghiamo neppure che interpretarli possa essere difficile.
La vera domanda, però, è un'altra.
Possiamo davvero collocare i 144.000 nella stessa categoria del dragone, delle bestie e delle stelle che cadono dal cielo? Possiamo leggere 144.000 e concludere che significhi qualcos'altro? Possiamo leggere Israele e intendere qualcos'altro? Possiamo leggere le tribù, elencate una per una, e intendere qualcos'altro?
Molti interpreti ritengono di sì, quindi questo articolo esaminerà attentamente le loro ragioni.
Le argomentazioni principali sono generalmente cinque.
1. Israele sarebbe diventato simbolico
Secondo questa interpretazione, il Nuovo Testamento avrebbe sostituito Israele con una realtà più ampia, spesso identificata con la Chiesa o con l'insieme dei credenti.
Di conseguenza, quando l'Apocalisse parla delle tribù d'Israele non starebbe realmente parlando di Israele, ma di una realtà spirituale più vasta.
Se questa premessa fosse corretta, allora il riferimento alle dodici tribù deve per forza significare qualcos'altro.
2. Le dodici tribù non esisterebbero più
Un'altra obiezione molto diffusa sostiene che le antiche divisioni tribali siano andate perdute nel corso dei secoli.
Molte genealogie non sono più disponibili e gran parte delle tribù sarebbe stata assimilata o dispersa.
Perciò, secondo questa visione, Giovanni non potrebbe riferirsi a dodici tribù reali. Anche in questo caso, il linguaggio diventerebbe necessariamente simbolico.
3. L'elenco delle tribù è diverso da altri elenchi biblici
Chi legge attentamente Apocalisse 7 nota subito un fatto curioso: l'elenco delle tribù non coincide perfettamente con quelli presenti in altre parti della Bibbia – vedi ad esempio Numeri 26:5-51 Alcune tribù compaiono in modo diverso da quanto ci si aspetterebbe mentre altre sembrano assenti.
Per molti interpreti questo sarebbe la prova che Giovanni non stia descrivendo una realtà letterale.
4. Mancano Dan ed Efraim
Questa osservazione viene spesso presentata come una conferma della precedente. La tribù di Dan non compare nell'elenco ed Efraim non viene menzionato direttamente.
Al loro posto troviamo altre particolarità che rendono la lista insolita rispetto a quelle delle Scritture Ebraiche.
Per alcuni commentatori questo sarebbe sufficiente a dimostrare che l'intero elenco deve essere interpretato simbolicamente.
5. Il numero stesso sarebbe simbolico
Infine vi è probabilmente l'argomento più noto: il numero 144.000 è composto da dodici per dodici per mille. Poiché il dodici e il mille possiedono spesso un valore simbolico nelle Scritture, molti ritengono che anche il risultato finale debba necessariamente essere simbolico.
Il numero non indicherebbe quindi una quantità precisa, ma un concetto spirituale.
A prima vista queste argomentazioni possono apparire convincenti e alcune vengono ripetute ormai da secoli mentre altre sono entrate in commentari, predicazioni e opere teologiche moderne.
Vale quindi la pena esaminarle con attenzione ma prima di farlo poniamoci una domanda molto semplice.
Queste conclusioni nascono davvero dal testo di Apocalisse 7 oppure derivano da presupposti introdotti nei secoli da persone che appartenevano a certe realtà religiose?
1. Israele sarebbe diventato simbolico
Probabilmente questa è l'obiezione più importante di tutte. Anzi, a ben vedere, è la radice dalla quale nascono quasi tutte le altre.
Secondo questa interpretazione, Dio avrebbe terminato il proprio rapporto con Israele come nazione e avrebbe trasferito le promesse, i privilegi e il ruolo profetico ad una nuova realtà spirituale, generalmente identificata con la Chiesa.
Questa idea è oggi conosciuta come supersessionismo o teologia della sostituzione.
Non si tratta di una dottrina nata all'interno delle Scritture ma di una corrente interpretativa che si sviluppò progressivamente nei secoli successivi alla morte degli apostoli, in un contesto storico nel quale le tensioni tra cristiani ed ebrei erano sempre più forti e nel quale iniziarono a comparire numerose opere polemiche contro il giudaismo.
A questo punto, però, emerge un primo curioso paradosso.
Quando leggiamo gli scritti apostolici non troviamo mai una dichiarazione che affermi: "Dio ha sostituito Israele." Non troviamo mai: "Le promesse fatte ai patriarchi sono state revocate." Non troviamo mai: "Le dodici tribù non hanno più alcun ruolo nel proposito divino."
Troviamo diverse scritture che vanno proprio nella direzione opposta.
L'apostolo Paolo ad esempio, scrivendo ai Romani, pone una domanda diretta: "Ha Dio rigettato il suo popolo?" (Romani 11:1) E risponde immediatamente: "Non sia mai!"
Se davvero fosse esistita una sostituzione di Israele, qualcuno evidentemente si era dimenticato di informare Paolo e tutti gli altri – confronta Atti 1:6.
Ma Paolo non solo non parla di una sostituzione, ma dedica l'intero capitolo 11 di Romani a spiegare esattamente il contrario concludendo con una delle affermazioni più nette di tutto il Nuovo Testamento: "I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili." (Romani 11:29)
Naturalmente i sostenitori della sostituzione citano alcuni versetti che, a loro avviso, dimostrerebbero il contrario.
Se così fosse, però, si aprirebbe una questione molto seria.
Se alcuni versetti insegnassero davvero la sostituzione definitiva di Israele, allora ci troveremmo davanti a un problema non da poco. Significherebbe che almeno una delle due affermazioni è falsa. Da una parte avremmo Paolo che nega il rigetto definitivo di Israele; dall'altra dei passi che lo affermerebbero. E se una contraddizione così importante – non una semplice sfumatura - fosse realmente presente nella Scrittura, perché dovremmo fermarci qui?
Quante altre affermazioni potrebbero essere errate?
Quante altre promesse potrebbero essere revocate?
Quanto sarebbe ancora affidabile la Parola di Dio?
Sarebbe ancora Parola di Dio?
Fortunatamente non siamo costretti a scegliere tra Paolo e Gesù, tra Paolo e Giovanni o tra Paolo e gli altri scrittori biblici perché il problema non è la Scrittura.
Quei versetti semplicemente non dicono davvero ciò che spesso si afferma che dicano. Analizziamoli con attenzione.
Tra i più comuni troviamo il dialogo con la samaritana presso il pozzo (Giovanni 4:21-24) e le parole di Gesù: "Ecco, la vostra casa vi è lasciata deserta." (Matteo 23:38)
Ma queste scritture dimostrano davvero che Israele è stato sostituito?
La conversazione con la samaritana mostra che la vera adorazione non sarebbe più stata limitata ad un luogo geografico specifico, non che Dio avesse revocato le promesse fatte ad Abramo, Isacco e Giacobbe.
L'argomento è stato trattato ampiamente in questo blog - [link].
Le parole sulla casa lasciata deserta descrivono un giudizio.
Un giudizio severo, sì. Ma giudizio e sostituzione non sono la stessa cosa.
E qui c'è un dettaglio che chi cita Matteo 23:38 dimentica sistematicamente di leggere: il versetto immediatamente successivo. Gesù infatti aggiunge: "Non mi vedrete più finché diciate: 'Benedetto colui che viene nel nome del Signore.'" (Matteo 23:39)
C'è un finché. Lo stesso passo che viene utilizzato per dimostrare la sostituzione definitiva contiene al suo interno l'apertura del ritorno. Non è una chiusura: è un'interruzione che già prefigura il rientro.
Del resto la stessa scena si era già verificata circa seicento anni prima.
Gerusalemme era stata distrutta. Il tempio era stato abbattuto. Il popolo era stato deportato. Eppure nessun profeta concluse che Dio avesse revocato il patto con Abramo o annullato le promesse fatte ai patriarchi. Perché allora la distruzione del primo secolo dovrebbe essere interpretata in modo diverso dal giudizio precedente? Dove viene affermato? Quale profeta lo annuncia? Quale apostolo lo insegna?
E soprattutto: quale testo dichiara che la seconda distruzione abbia annullato promesse che la prima distruzione non aveva annullato? – confronta Geremia 31:37
C'è inoltre una nota storica che merita attenzione. Le idee che in seguito confluiranno nella teologia della sostituzione iniziano a diffondersi proprio nel periodo in cui l'ultimo degli apostoli sta lasciando la scena.
Giovanni scrive: "Figlioletti, è l'ultima ora; e come avete udito che deve venire l'anticristo, di fatto già ora sono sorti molti anticristi." E ancora mette in guardia contro coloro che si allontanano dall'insegnamento ricevuto.
È quindi quantomeno interessante che, mentre gli scritti apostolici insistono sulla necessità di rimanere nell'insegnamento originario, inizino contemporaneamente a comparire nuove interpretazioni che spostano progressivamente Israele fuori dal centro del racconto biblico.
E qui emerge un secondo paradosso.
Se vogliamo sapere come gli apostoli comprendevano le promesse fatte ad Israele, perché dovremmo partire dagli autori vissuti secoli dopo? Perché dovremmo interpretare Giovanni attraverso scrittori del secondo o terzo secolo invece di farlo attraverso Giovanni stesso?
L'autore dell'Apocalisse è Giovanni, non Giustino Martire o chi per lui.
Eppure, molto spesso, il lettore moderno arriva ad Apocalisse 7 con una conclusione postuma già stabilita: Israele non può significare Israele, le tribù non possono significare tribù, le promesse non possono riferirsi alle promesse.
A quel punto il problema non è più il testo ma il presupposto con cui ci si avvicina.
Ed è proprio questo presupposto che dovremo esaminare attentamente nel resto dell'articolo perché non esiste ragionamento logico che tenga se abbiamo già stabilito, a priori, quale deve essere la risposta.
La questione della centralità di Israele è stata trattata in diversi articoli di questo blog – link
E' veramente il numero che interessa agli esegeti o il soggetto che vi si cela?
2. Le dodici tribù non esisterebbero più
Una seconda obiezione sostiene che le antiche tribù d'Israele siano ormai scomparse e quindi le genealogie sono andate perdute.
Le popolazioni si sono mescolate e di conseguenza le tribù del nord si sarebbero dissolte tra le nazioni.
Questo sarebbe il motivo logico per cui, quando Giovanni parla di dodici tribù, non può riferirsi alle tribù reali.
A prima vista l'argomento può sembrare ragionevole ma c'è un piccolo problema.
La Bibbia non sembra condividere affatto questa conclusione.
In Deuteronomio 30, dopo aver annunciato la dispersione di Israele tra le nazioni, Dio dichiara: "Quand'anche i tuoi esuli fossero all'estremità dei cieli, di là il Signore tuo Dio ti raccoglierà e di là ti prenderà." È interessante osservare ciò che il testo non dice. Non dice: "Ti raccoglierò entro cento anni" o "Finché sarà ancora possibile, per voi umani, ricostruire le genealogie."
Non dice: "Finché le tribù saranno riconoscibili agli occhi degli uomini."
La promessa non contiene limiti temporali, clausole di scadenza o eccezioni.
Dio semplicemente afferma che li raccoglierà.
Ma come potrebbe raccogliere persone che non esistono più? Come potrebbe radunare tribù che sarebbero scomparse per sempre?
La stessa difficoltà emerge nei profeti.
Ezechiele parla della visione della valle delle ossa secche – Ezechiele capitolo 37
Successivamente descrive la riunificazione di Giuda e di Efraim, cioè delle tribù del nord.
Geremia parla ripetutamente del ritorno di Israele e numerosi profeti annunciano il ricongiungimento delle tribù disperse.
Tutti questi testi condividono un presupposto molto semplice: Dio sa dove sono, Dio sa chi sono, Dio li distingue benissimo e Dio li raccoglierà.
E qui arriviamo al punto centrale.
Quando leggiamo l'obiezione secondo cui le tribù non esisterebbero più, stiamo davvero parlando di un problema biblico? Oppure stiamo parlando di un problema nostro?
Noi non siamo in grado di identificare con certezza neppure i nostri trisavoli, probabilmente.
Ma l'Apocalisse non descrive un censimento umano: Dio richiama i suoi.
Perciò la vera domanda non è: "Riusciamo noi a sapere chi appartiene a ciascuna tribù?"
La vera domanda è: "Riuscirà Dio a saperlo?"
Vale davvero la pena rispondere a questa domanda? – Genesi 18:14; Geremia 32:27
Il tema del raduno delle tribù disperse è stato ampiamente trattato in questo blog in diversi articoli come ad esempio questo.
3. L'elenco delle tribù è diverso da altri elenchi biblici / 4. Mancano Dan ed Efraim
Questa è probabilmente una delle obiezioni più diffuse.
Chi legge attentamente Apocalisse 7 nota subito che l'elenco delle tribù non coincide perfettamente con quelli presenti in altre parti della Bibbia.
A questo punto molti interpreti giungono rapidamente alla conclusione: "L'elenco è diverso, quindi è simbolico." Ma è davvero una conclusione inevitabile?
Se un elenco differisce da un altro elenco, dimostra che le tribù non sono reali o semplicemente che dobbiamo prestare maggiore attenzione ai dettagli?
In altre parole: una differenza è una prova di simbolismo oppure un invito ad aguzzare la vista? Prendiamo il caso più evidente.
Nell'elenco di Apocalisse 7 manca Efraim.
A prima vista è un problema perché Efraim è tutt'altro che una figura marginale nella storia biblica. Quando Giacobbe benedice i figli di Giuseppe, pone deliberatamente la mano destra sul più giovane, Efraim, e pronuncia parole molto particolari: "La sua discendenza diventerà una moltitudine di nazioni." (Genesi 48:19)
Non si tratta di una benedizione qualunque. Efraim viene associato ad una moltitudine, ad una pienezza di nazioni.
Secoli dopo Paolo scrive: "Un indurimento parziale si è prodotto in Israele finché sia entrata la pienezza delle nazioni; e così tutto Israele sarà salvato." (Romani 11:25-26)
Anche qui, a prima vista il ragionamento di Paolo sembra strano.
Che relazione esisterebbe tra la salvezza di Israele e l'ingresso della pienezza delle nazioni? Perché collegare due realtà apparentemente diverse?
Non si tratta di una suggestione esegetica.
L'ebraico di Genesi 48:19 dice melò ha-goyim (מְלֹא־הַגּוֹיִם), "pienezza delle nazioni"; il greco di Romani 11:25 dice plērōma tōn ethnōn (πλήρωμα τῶν ἐθνῶν).
Paolo non sta inventando un'espressione: sta riprendendo, in modo riconoscibile, il sintagma della benedizione pronunciata da Giacobbe su Efraim.
La questione diventa ancora più interessante quando osserviamo che Paolo, parlando dei Gentili, cita la profezia di Osea riguardante Lo-Ammi, "non mio popolo" (Osea 1:9-10; 2:23, ripreso in Romani 9:25-26).
Il problema è che nel contesto originale Osea non sta parlando di Romani, Greci o Persiani: sta parlando di Israele. Più precisamente del regno del nord.
Paolo non lo sapeva, forse? Ha sbagliato citazione?
Naturalmente questo articolo non tratterà tutti i collegamenti tra Efraim, Osea, Romani 9, Romani 11 e la pienezza delle nazioni. Abbiamo già dedicato un intero studio a questo argomento e rimandiamo il lettore ad uno di questi.
Per il momento è sufficiente osservare una cosa: forse l'assenza di Efraim è semplicemente un indizio da comprendere.
Del resto Efraim potrebbe non essere realmente assente.
Nell'elenco compare infatti Giuseppe e molti studiosi riconoscono che Efraim potrebbe essere rappresentato proprio attraverso il nome del padre.
Ma c'è un altro dettaglio ancora più interessante.
Molti sostengono che i 144.000 e la grande folla siano semplicemente lo stesso gruppo osservato da due prospettive diverse (tanto per ribadire che il numero sarebbe simbolico).
Eppure il testo sembra indicare esattamente il contrario: il contrasto sembra ribadire, semmai, che c'è un gruppo senza numero e un altro ben numerato.
Giovanni non dice semplicemente che sono molti. Li conta. Li distingue. Li divide per tribù. Dodicimila per tribù. Centoquarantaquattromila in totale.
Subito dopo, però, compare quest'altro gruppo e il linguaggio cambia completamente.
Non troviamo più un numero né una suddivisione precisa. Troviamo una moltitudine mista che "nessun uomo poteva numerare" (Apocalisse 7:9).
È difficile immaginare un contrasto più netto ed è proprio qui che l'assenza di Efraim diventa interessante. Se Efraim è davvero associato ad una moltitudine di nazioni, e se Paolo collega la salvezza di Israele alla pienezza delle nazioni, allora il lettore attento non può fare a meno di porsi una domanda: e se fosse primariamente Efraim questa "grande folla di ogni tribù e popolo e lingua"?
E se la menzione di Giuseppe al posto di Efraim stia semplicemente dicendo "C'è una parte, maggioritaria, che comprende la grande folla e una parte, minoritaria, che fa parte dell'esercito"?
Qualunque sia il concetto che abbiate di "grande folla", qualunque cosa vi abbiano insegnato, la mancanza di Efraim tra i 144.000 non dimostra affatto che il numero sia simbolico.
Semmai costringe il lettore ad osservare che ci sono due gruppi ben distinti: uno numerato e limitato, l’altro enorme e senza numero.
L'assenza di Dan ci porta ad una conclusione simile.
Nel corso dei secoli alcuni commentatori hanno sostenuto che Dan sarebbe stato escluso perché da quella tribù dovrebbe provenire l'anticristo. È una teoria molto popolare ma presenta un problema piuttosto serio.
Perché mai Dio dovrebbe escludere un'intera tribù dal suggellamento a causa delle azioni di un singolo individuo?
Seguendo la stessa logica dovremmo escludere molte altre tribù, dal momento che l'intera storia d'Israele è costellata di idolatria, ribellioni e apostasie.
Ruben andò addirittura a letto con Bila, la concubina di suo padre. Perché Ruben c'è e Dan no? Esiste inoltre una difficoltà cronologica che raramente viene discussa.
Come detto, secondo molti sostenitori di questa teoria, Dan sarebbe escluso perché da quella tribù dovrebbe provenire l'Anticristo.
Ma nell'ordine degli eventi descritto dall'Apocalisse il suggellamento dei 144.000 avviene prima della manifestazione della Bestia.
In altre parole, Dan verrebbe escluso prima ancora che il presunto colpevole abbia compiuto qualunque azione.
Dio starebbe condannando un'intera tribù non per ciò che ha fatto, ma per ciò che un individuo dovrebbe fare in futuro. Una logica piuttosto difficile da trovare nel resto delle Scritture.
Esiste però un precedente biblico molto più interessante.
Quando le tribù ricevono la loro eredità, Dan incontra enormi difficoltà nel conservare il territorio assegnato. La pressione dei nemici è tale che i Daniti finiscono per abbandonare la loro eredità originaria e migrare verso nord, occupando una regione diversa. In altre parole, rinunciano al territorio ricevuto perché mantenerlo avrebbe richiesto una lotta continua.
Naturalmente non stiamo affermando che questa sia la spiegazione definitiva dell'assenza di Dan: è un'ipotesi.
Ma è interessante osservare che il comportamento storico della tribù sembra andare nella direzione opposta rispetto alle caratteristiche dei 144.000.
Troppo spesso questi ultimi vengono immaginati come un semplice gruppo di credenti scelti senza uno scopo particolare ma l'Apocalisse racconta una storia diversa.
I 144.000 vengono suggellati immediatamente prima che si abbattano i giudizi sulla terra e successivamente li ritroviamo con l'Agnello sul monte Sion.
L'intero libro è attraversato da immagini di guerra: si parla di eserciti, battaglie, cavalieri, giudizi.
Si parla del Re dei re che cavalca alla testa delle sue schiere.
Si parla di un giudizio così devastante che il sangue arriva fino ai freni dei cavalli.
Le guerre dell'Antico Testamento non vengono presentate soltanto come eventi storici ma diventano modelli profetici per il Giorno del Signore.
In questo contesto i 144.000 assomigliano molto più ad un esercito preparato per il giorno della battaglia che ad un gruppo scelto casualmente: essi sono un esercito consacrato, suggellato e preparato per il momento decisivo.
Per questo risulta suggestivo il Salmo messianico che dichiara: "Il tuo popolo si offre volenteroso quando raduni il tuo esercito. Parata di santità, dal seno dell'alba la tua gioventù viene a te come rugiada" – Salmo 110:3
I 144.000 non sono ovviamente persone trascinate contro la propria volontà. Stando al salmo, si offrono volenterosamente: sono soggetti che non arretrano nel giorno della battaglia.
Se questa osservazione fosse corretta, allora l'assenza di Dan serve a ribadire un concetto.
Sì, sono guerrieri. Sì, sono pronti per la battaglia. Sì, sono tutti scelti… ma sono tutti volontari – confronta Deuteronomio 20:8; Giudici 7:3
5. Il numero stesso sarebbe simbolico
Arriviamo infine all'ultima obiezione: secondo molti interpreti il numero 144.000 non dovrebbe essere preso alla lettera perché sarebbe altamente simbolico.
A dire il vero la risposta dei punti precedenti ha già gettato un'ombra molto pesante al concetto di "numero simbolico" perché una volta compreso che Israele è sempre al centro del proposito di Dio e significa semplicemente "Israele", e una volta capito che la differenza nominale nell'elenco non rende l'elenco simbolico, il resto va da sé.
Ma prendiamo comunque anche questo aspetto facendo finta di non aver letto i punti precedenti.
L'argomento viene normalmente presentato in questo modo: 144.000 = 12 × 12 × 1000.
Poiché il dodici e il mille possiedono un valore simbolico nelle Scritture, anche il numero finale dovrebbe essere simbolico.
A prima vista il ragionamento può sembrare convincente ma osservandolo più attentamente emergono alcuni problemi.
Il primo è molto semplice, addirittura banale.
Giovanni non scrive mai, da nessuna parte, 12 × 12 × 1000. Lo avete trovato voi?
Prima di obiettare che il risultato è comunque 144.000, ricordiamo che anche 135.631 + 8.369 fa 144.000 ma questi numeri semplicemente non compaiono nel testo.
E già che ci siamo: 144.000 è anche 360 × 400, oppure 720 × 200.
La scelta di 12 × 12 × 1.000 non è nel testo: è di chi la propone — e ha già deciso quale risultato vuole ottenere prima ancora di scomporre.
Il punto non è se una scomposizione matematica sia possibile. Il punto è se sia Giovanni a proporla oppure l'interprete.
Giovanni scrive invece: 12.000 da Giuda. 12.000 da Ruben. 12.000 da Gad. E continua così per dodici tribù.
In altre parole Giovanni non presenta una formula matematica ma un censimento militare e la differenza non è banale.
Un censimento conta persone mentre una formula matematica scompone numeri. Sono due operazioni completamente diverse.
Inoltre il metodo utilizzato è piuttosto curioso.
Immaginiamo che qualcuno attribuisca un significato particolare ai numeri 3 e 1.
Se trova scritto il numero 10 potrebbe decidere di scomporlo così: 10 = (3 × 3) + 1 E poi concludere: "Vedete? Il numero è simbolico!"
Peccato che il testo non aveva mai parlato di 3 e non aveva mai parlato di 1. Aveva parlato di 10.
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Quando il testo diventa meno interessante delle formule inventate per spiegarlo: Giovanni scrive un censimento, qualcuno ci ha costruito un teorema
La scomposizione è stata introdotta dall'interprete, non
dall'autore.
Il fatto che un numero possa essere scomposto in fattori ai quali attribuiamo un significato non dimostra che il numero sia simbolico. Dimostra soltanto che tutti i numeri possono essere scomposti… che è come dire che l'acqua è bagnata. Qualunque numero sufficientemente grande può essere scomposto, e allora?
Infine esiste un problema ancora più grande.
Anche ammesso che il dodici abbia un significato simbolico, cosa dimostrerebbe?
Le dodici tribù d'Israele erano simboliche oppure erano realmente dodici? I territori assegnati alle tribù erano simbolici oppure erano territori reali? I dodici apostoli erano simbolici oppure Gesù ne scelse realmente dodici?
Il simbolismo e la realtà non si escludono a vicenda. Anzi, nella Bibbia convivono continuamente.
Il numero dodici possiede probabilmente un valore simbolico ma nessuno conclude che gli apostoli fossero in realtà ventisette o centottantuno.
Il fatto che un numero abbia un significato non lo trasforma automaticamente in una metafora, lo rende semplicemente significativo.
Il settimo uomo nella discendenza di Adamo era davvero il settimo o, dal momento che il numero sette compare in Apocalisse ed è uno dei numeri più carichi di significato di tutta la Bibbia, magari era l'ottavo o il tredicesimo? – Genesi 5:21-24; Giuda 14
O magari non è mai esistito? Era simbolico pure Enoch?
Lo stesso vale per il numero mille, volendo prendere per buona pure la scomposizione arbitraria che abbiamo visto prima.
Spesso si sente affermare: "Mille è simbolico." Ma simbolico di cosa? Di una quantità grande? Di completezza? Di pienezza? Anche concedendo tutto questo, resta la domanda.
Perché il significato simbolico dovrebbe eliminare il valore numerico?
In Apocalisse 20 il regno millenario viene menzionato ripetutamente: sei volte in pochi versetti.
Se Giovanni avesse voluto dire semplicemente "un lungo periodo", perché continuare a ripetere "mille anni"?
Quando Giovanni scrive mille anni, intende mille anni.
Proviamo semplicemente a chiederci “Supponiamo pure che il numero 144.000 possieda un significato simbolico. Che cosa dimostrerebbe?”
Dimostrerebbe che il numero è importante, non che il numero sia falso.
Dopo aver esaminato tutte le principali obiezioni, emerge una conclusione piuttosto curiosa.
Nessuna di esse dimostra realmente che i 144.000 non siano semplicemente 144.000 tantomeno che non vengano scelti dalle tribù di Israele.
Alcune evidenziano difficoltà interpretative ma nessuna dice al lettore ad abbandonare la lettura naturale del testo.
E così torniamo esattamente al punto da cui siamo partiti.
Giovanni scrive 144.000, scrive dodicimila per tribù ed elenca le tribù una per una.
Perché, allora, siamo così ansiosi di spiegare che non intendeva ciò che ha scritto?
Forse perché il vero problema non è ciò che c'è scritto, che è ovvio.
Il problema è accettare le implicazioni di ciò che significa ciò che c'è scritto.
Forse il vero problema è ciò che abbiamo deciso riguardo a Israele prima ancora di arrivare al numero.
E il padrone della parabola, quando tornerà, non chiederà se le sue istruzioni potevano sembrare simboliche.
Chiederà perché qualcuno si è preso la libertà di andare oltre alle sue parole pensando bene di doverle “spiegare".
Diciamolo onestamente, poi. Il numero non c'entra niente.
L'imputato non è il numero.
L'imputato è, ed è sempre stato, Israele.






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