Portate le vostre prove
"Io sono Yahweh, e non ce n'è alcun altro; fuori di me non c'è altro Dio! Io ti ho preparato, sebbene non mi conoscessi, perché da oriente a occidente si riconosca che non c'è altro Dio fuori di me. Io sono Yahweh, e non ce n'è alcun altro" – Isaia 45:5-6
"Io annuncio la fine sin dal principio, molto tempo prima dico le cose non ancora avvenute; io dico: 'Il mio piano sussisterà, e metterò a effetto tutta la mia volontà'" – Isaia 46:10
"Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi predicasse un evangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia maledetto. Come abbiamo già detto, ora lo dico di nuovo: Se qualcuno vi predica un evangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia maledetto" – Galati 1:8-9
Un solo libro chiede di essere messo alla prova
Immaginiamo una scena.
Siamo in un'aula di tribunale. Sul tavolo del giudice sono posati cinque libri e ognuno di essi, tramite i propri rappresentanti, dichiara la stessa identica cosa: "Io sono la parola del Cielo. Gli altri quattro mentono."
Il giudice li osserva e pone una domanda semplice: "Bene. Come procediamo?"
Il primo rappresentante risponde: "Il mio libro va creduto. Chi dubita, offende."
Il secondo: "Il mio libro è inimitabile. Provate a scriverne uno uguale e capirete."
Il terzo: "Il mio libro va sentito col cuore. Pregate, e sentirete un ardore nel petto."
Il quarto: "Il mio libro è eterno, non ha inizio né autore. Non si discute: si recita."
Il quinto rappresentante apre il proprio libro e legge: "Presentate la vostra causa, dice il Signore, esponete le vostre ragioni... Annunciateci ciò che avverrà in futuro e sapremo che siete dèi" – Isaia 41:21-23
Il giudice alza lo sguardo: "Mi state dicendo che questo libro... chiede il controinterrogatorio?"
Quattro imputati chiedono l'immunità. Uno solo chiede il processo.
Fermiamoci un attimo perché questa non è una parabola inventata per fare colore: è la situazione reale in cui ci troviamo ogni volta che qualcuno ci ripete la frase più politically correct e più vuota del nostro tempo: "Tutti i libri sacri si equivalgono."
Sembra una frase rispettosa. In realtà è la frase più sciocca e irrispettosa di tutte, perché nessuno di quei libri la sottoscrive. Ognuno di essi pretende di essere l'unico. Quindi metterli a confronto non è arroganza nostra: è la logica interna dei testi stessi a imporlo.
E la Bibbia, come abbiamo appena visto, non solo accetta il confronto: lo esige. "Esaminate ogni cosa e ritenete ciò che è buono" – 1 Tessalonicesi 5:21
Provate a trovare un invito simile nel Corano, nei Veda, nel Libro di Mormon o in qualunque altro testo a cui sia stata appiccicata l'etichetta di "sacro". Buona fortuna.
Chi segue questo blog ricorderà che un confronto lo abbiamo già fatto: Bibbia contro le "scienze" dei popoli vicini.
Ricordate lo sterco d'asino e di coccodrillo che i medici egiziani spalmavano sulle ferite, papiro alla mano, mentre la Legge mosaica ordinava di seppellire perfino gli escrementi fuori dall'accampamento?¹
Oggi facciamo qualcosa di diverso.
Non Bibbia contro popoli antichi: Bibbia contro gli altri libri che si presentano come parola di Dio o degli dèi.
E lo faremo senza guanti ma con regole scritte, eque e chiare per tutti.
Le regole del processo
Chi frequenta questo blog sa che non amiamo i giochi di prestigio esegetici, da qualunque parte arrivino. Perciò, prima di toccare un solo versetto, dichiariamo i criteri.
Così, quando qualcuno griderà al trucco – e qualcuno probabilmente griderà al trucco – potrà rileggere questo paragrafo.
Regola 1 – Solo fonti che gli avversari stessi considerano autorevoli. Per l'Islam citeremo esclusivamente il Corano e le raccolte di hadit sahih (cioè "autentici" secondo la scienza islamica degli hadit, non secondo noi). Per i mormoni, i loro testi canonici e le dichiarazioni delle istituzioni scientifiche. Niente polemisti di seconda mano, niente "l'ho letto su un volantino".
Regola 2 – Ogni riferimento con numero verificabile. Capitolo e versetto, numero di hadit, anno di scavo. Il lettore deve poter controllare tutto in dieci secondi. Se non potete verificarlo, non credeteci: è la Regola che questo blog applica per primo a sé stesso.
Regola 3 – Concessioni dichiarate. Dove le date sono discusse, lo diciamo noi per primi. Un argomento che ha bisogno di nascondere le obiezioni non è un argomento: è propaganda.
Regola 4 – Stesso metro per tutti. Bibbia inclusa. E vedremo chi regge.
Regola 5 – L'imputato è il Testo, non i suoi autonominati gestori. Questa regola merita un paragrafo tutto suo, perché è qui che si consuma l'equivoco più diffuso.
Qualcuno, arrivato a questo punto, sta già scaldando i motori: "Ah sì? E le crociate? E l'Inquisizione? E i roghi? E i concili che hanno deciso questo e quello?"
Calma. Tutto materiale interessante – e tutto materiale che riguarda la cristianità, non il Testo.
Su questo blog lo abbiamo documentato più volte: le istituzioni religiose che si sono autoproclamate custodi della Bibbia l'hanno strumentalizzata, "interpretata" secondo convenienza, piegata ai propri interessi di potere.
Non lo neghiamo, anzi. Lo denunciamo da sempre, e proprio con il Testo in mano. Chi vuole processare la cristianità si accomodi pure: ci troverà tra i testimoni dell'accusa.
Ma sul tavolo del giudice, oggi, ci sono i libri: non le aziende che li hanno gestiti.
E notate la simmetria che questa regola impone: vale per tutti.
Non giudicheremo il Corano dai califfi, né i Veda dalle degenerazioni del sistema castale, né il Libro di Mormon dai dirigenti di Salt Lake City... salvo quando è il libro stesso a prescrivere la cosa. La distinzione tra testo e gestori è concessa a tutti gli imputati.
| Quattro chiedono l'immunità. Uno chiede il controinterrogatorio |
Prima prova – La profezia verificabile
Partiamo dal criterio che la Bibbia stessa propone come discriminante fondamentale tra il vero Dio e gli dèi di cartapesta: annunciare il futuro in modo verificabile.
Una delle scritture guida di questo articolo è Isaia 46:10 che dice "Io annuncio la fine sin dal principio, molto tempo prima dico le cose non ancora avvenute; io dico: 'Il mio piano sussisterà, e metterò a effetto tutta la mia volontà'" e prima ancora, Essa lancia addirittura una sfida dicendo "Annunciateci ciò che avverrà in futuro e sapremo che siete dèi" – Isaia 41:23
Non "scrivete poesie più belle delle nostre" e non "fate provare un ardore nel petto".
Annunciate il futuro. Un criterio che chiunque – credente, ateo, marziano – può verificare con un libro di storia in mano.
E la Bibbia si sottopone per prima al proprio criterio.
Ciro, azione dettagliata, nome chiaro. "Io dico di Ciro: 'Egli è il mio pastore; egli adempirà tutta la mia volontà, dicendo a Gerusalemme: Sarai ricostruita! e al tempio: Le tue fondamenta saranno gettate!'" – Isaia 44:28. E ancora: "Così parla il Signore al suo unto, a Ciro" – Isaia 45:1.
Isaia opera nell'VIII secolo a.C. Ciro conquista Babilonia nel 539 a.C. ed emana il decreto di ritorno (Esdra 1:2-4). Un conquistatore straniero, nominato per nome, con il compito descritto, circa un secolo e mezzo prima che nascesse.
Babilonia. Non solo la caduta, ma i dettagli: i Medi indicati come strumento ("Ecco, io suscito contro di loro i Medi" – Isaia 13:17) — e badate alla data: quando Isaia scrive, la superpotenza è l'Assiria, Babilonia è una città vassalla che colleziona ribellioni, e i Medi non sono nemmeno una nazione: sono tribù sparse dell'altopiano iranico, registrate negli annali assiri tra i pagatori di tributo. La profezia sceglie come vittima un impero che non esiste ancora e come carnefice un popolo che non esiste ancora, ignorando la potenza dominante del momento — che infatti sarebbe uscita di scena prima dell'adempimento — la città che non sarebbe mai più stata riabitata (Isaia 13:19-22), perfino il prosciugamento delle sue acque ("Io dico all'abisso: 'Prosciugati; io asciugherò i tuoi fiumi'") – Isaia 44:27; confronta Geremia 50:38; 51:36
Erodoto, storico pagano senza alcun interesse a confermare i profeti ebrei, racconta che Ciro entrò in città deviando l'Eufrate e passando per il letto del fiume.² E il Cilindro di Ciro – argilla, non apologetica: è esposto al British Museum – conferma la presa della città e la politica di rimpatrio degli esuli.³
Tiro. Ezechiele 26:4, 12: le pietre, il legname e perfino la polvere della città "gettati in mezzo alle acque". Una minaccia bizzarra – chi butta in mare una città? – finché, 250 anni dopo, Alessandro Magno costruisce un terrapieno verso l'isola di Tiro usando esattamente le macerie della città vecchia. Il testo lo aveva scritto; la storia lo ha eseguito, con uno zelo quasi imbarazzante.⁴
Questi sono solo alcuni esempi presi dalla Bibbia e sono verificabili.
Cosa offrono gli altri libri su questo terreno?
Il Corano rivendica essenzialmente una sola profezia storica: la vittoria dei Romani sui Persiani, "entro alcuni anni" – Sura 30:2-4.
E qui il paragone con i Medi appena visto diventa impietoso, perché le due profezie si lasciano misurare voce per voce.
Isaia nomina come carnefice un popolo che non era ancora una nazione e come vittima una città che non era ancora un impero, scavalcando la superpotenza del momento; margine d'anticipo: un secolo e mezzo abbondante; esito: definitivo e verificabile ancora oggi, perché Babilonia non fu mai più riabitata.
La Sura 30 "prevede" che una delle due superpotenze già esistenti, già in guerra da generazioni, la cui alternanza di vittorie e sconfitte era la normalità geopolitica dell'epoca, avrebbe rivinto. Nessun nome di condottiero, nessun luogo, nessuna data: solo "entro alcuni anni" — in arabo bid'i sinin, che gli stessi commentatori islamici quantificano tra tre e nove. Un pronostico con il cinquanta per cento di probabilità in partenza e sei anni di margine all'arrivo.
E l'esito? I Romani rivinsero davvero, attorno al 628. Peccato che nel giro di pochi anni entrambe le superpotenze venissero travolte dalle conquiste arabe: la "vittoria profetizzata" durò lo spazio di un decennio scarso. Isaia annuncia una fine che dura da venticinque secoli; la Sura 30 azzecca un intervallo tra due crolli.
Insomma: da una parte si nominano un impero e una nazione che devono ancora nascere, con l'esito inciso nella geografia fino ad oggi. Dall'altra si pronostica il rivincitore di un derby già in corso da generazioni, con sei anni di tolleranza. Non è nemmeno la stessa disciplina sportiva.⁵
I Veda: zero. Non una profezia storica nominativa verificabile. Non è un'accusa: è che il genere letterario non le contempla proprio. Il che va benissimo, finché non si pretende che quei testi superino un esame a cui non si sono mai iscritti.
Il Libro di Mormon merita una menzione speciale: contiene profezie dettagliatissime e puntualmente adempiute... su eventi precedenti al 1829, anno in cui Joseph Smith lo "tradusse". Profetizzare il passato: una disciplina in cui, lo ammettiamo, il libro è imbattibile.
"Se il profeta dice una cosa nel nome del Signore e la cosa non succede, quella è una parola che il Signore non ha detta" – Deuteronomio 18:22.
Anche il criterio di falsificazione ce lo fornisce la Bibbia. Gli altri libri si guardano bene dal suggerirne uno.
Seconda prova – L'onestà sui propri eroi
Gli storici – quelli laici, non i predicatori – usano un criterio chiamato "criterio dell'imbarazzo": nessuno inventa dettagli che danneggiano la propria causa. Se un testo li riporta, è perché documentava, non perché faceva propaganda.
Applichiamolo.
Davide, il re per eccellenza, l'uomo "secondo il cuore di Dio": adultero e mandante di omicidio, per iscritto, con nomi e dinamica – 2 Samuele 11.
Pietro l'apostolo: rinnega tre volte di conoscere Gesù davanti a una serva – Matteo 26:69-75.
Giona, il profeta: scappa dall'incarico e poi fa il broncio a Dio perché la sua predicazione ha funzionato – Giona 4.
Gli apostoli: litigano su chi di loro sia il più grande mentre il Maestro parla loro della propria morte – Marco 9:33-34.
Vi sembra lo scritto di qualcuno che inventa storie o vuole fare vuota propaganda?
E i primi testimoni della risurrezione sono donne – Matteo 28:1-10 – cioè, per il diritto dell'epoca, i testimoni meno spendibili in assoluto. Nessun falsario del primo secolo, potendo scegliere, avrebbe scelto così.
Ora confrontate.
Nella tradizione islamica Maometto è al-insān al-kāmil, "l'uomo perfetto", modello insuperabile per definizione teologica. Le agiografie dei fondatori, in generale, funzionano tutte così: il fondatore ha sempre ragione, vince sempre, e i suoi difetti – quando la memoria collettiva è troppo fresca per cancellarli – vengono promossi a virtù.
Volete un esempio del meccanismo?
Le fonti islamiche antiche raccontano che Maometto recitò versetti in lode delle tre dee di Mecca, salvo poi espungerli quando l'angelo, ripassando con lui la recitazione, li disconobbe.
L'apologetica moderna rigetta l'episodio — ma il versetto nato per sistemarlo è rimasto nel Corano: "Non inviammo prima di te né messaggero né profeta senza che Satana interferisse nella sua recitazione; ma Allah abroga ciò che Satana suggerisce" (Sura 22:52).
L'errore non viene negato: viene promosso a prerogativa di tutti i profeti. E per chi preferisce le fonti certificate: in Sahih al-Bukhari 5038 Maometto ammette candidamente di aver dimenticato dei versetti rivelati — e anche qui la dimenticanza è già coperta da rivelazione (Sura 87:6-7) e perfino migliorativa, perché "se abroghiamo un versetto o lo facciamo dimenticare, ne portiamo uno migliore" (Sura 2:106).
Dio che corregge in corso d’opera la propria parola eterna: da errore a revisione funzionale.
Joseph Smith, dal canto suo, quando perse le prime 116 pagine del manoscritto e non poté rischiare una seconda "traduzione" divergente dalla prima, ricevette prontamente la rivelazione che Dio aveva previsto tutto da millenni e aveva fatto preparare tavole di riserva (Dottrina e Alleanze, sezioni 3 e 10) – vedi nota in calce n° 6
Del resto, l'unica volta in cui una "traduzione" di Smith è diventata verificabile, sappiamo com'è andata: i papiri egiziani da cui dichiarò di aver tradotto il Libro di Abramo, creduti perduti, sono riemersi nel 1967. Gli egittologi li hanno esaminati: comuni testi funerari egizi, senza alcuna relazione con Abramo.⁷ Non lo dicono i pastori evangelici: lo dice l'egittologia.
E notate su quale piano si gioca il confronto, qui: non la morale dei protagonisti — di quella abbiamo già parlato — ma la meccanica stessa della rivelazione.
In sedici secoli di scrittura biblica, nessun profeta e nessun apostolo ha mai scritto una parola per poi vedersela sostituire da una rivelazione successiva. Non esiste un versetto che dica "quel passo di Isaia è annullato: eccone uno migliore".
I passi difficili sono rimasti al loro posto, le tensioni apparenti pure, le lezioni scomode conservate perfino negli apparati critici, come abbiamo visto. Possono divergere le traduzioni su singoli dettagli — lo abbiamo documentato noi stessi, senza sconti, proprio su Daniele — ma il testo sottostante nessuno lo ha mai richiamato in fabbrica. Anzi: il Testo vieta esplicitamente l'operazione, in apertura e in chiusura del canone: "Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla" – Deuteronomio 4:2; "Se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio aggiungerà ai suoi mali i flagelli descritti in questo libro" – Apocalisse 22:18-19.
Il Corano, invece, l'operazione la incorpora come istituto: "Se abroghiamo un versetto o lo facciamo dimenticare, ne portiamo uno migliore o uno simile" – Sura 2:106.
La parola eterna e increata con la clausola di aggiornamento inclusa. E Dottrina e Alleanze di Smith, come visto, aggiunge perfino la retro-correzione preventiva.
La conseguenza pratica, per chi legge, è tutta qui: la Bibbia si può valutare per ciò che è, dalla prima all'ultima pagina — ed è esattamente ciò che questo articolo fa.
Gli altri testi li stiamo valutando per ciò che sono diventati, dopo le sostituzioni, le espunzioni e le migliorie.
"L'erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura per sempre" – Isaia 40:8.
Un'affermazione del genere può permettersela solo un testo che non prevede di doversi correggere.
Terza prova – Chi era in anticipo e chi in ritardo
E qui arriviamo ad un punto focale dell'articolo. Perché nel valutare le conoscenze contenute in un testo non conta solo che cosa dice ma conta anche quando lo dice.
Collochiamo i fatti sulla linea del tempo, e l'onestà intellettuale farà il resto.
Circa 1500 a.C. – Età del bronzo. La medicina più avanzata del pianeta è quella egiziana, e la conosciamo bene grazie al papiro Ebers: escrementi di coccodrillo, di asino e di mosca tra i principi attivi di punta.¹ In quello stesso mondo, la Legge mosaica prescrive:
l'isolamento dei malati con sintomi sospetti, con esame, attesa e riesame – Levitico 13:1-46 (il malato "se ne starà solo; abiterà fuori dall'accampamento", v. 46);
il seppellimento degli escrementi fuori dall'accampamento – Deuteronomio 23:12-13;
il lavaggio e la separazione temporanea per chiunque tocchi un cadavere – Numeri 19:11-19;
e un dettaglio che da solo vale il capitolo: il vaso d'argilla contaminato va spezzato, quello di legno va lavato – Levitico 11:32-33; 15:12.
Fermiamoci su quest'ultimo punto.
L'argilla è porosa: trattiene i microrganismi negli interstizi, e nessun risciacquo dell'epoca poteva raggiungerli. Il legno a superficie compatta, invece, si può lavare efficacemente. Una distinzione che ha senso soltanto conoscendo la porosità dei materiali e l'esistenza di agenti patogeni invisibili – scoperti oltre tremila anni dopo.
Chi glielo aveva detto, a Mosè? Il papiro Ebers no di certo.
E quanto valesse quell'anticipo lo dimostra la storia della medicina: nel 1847 il dottor Ignác Semmelweis propose ai colleghi di lavarsi le mani tra le autopsie e i parti. Fu deriso, isolato, e morì in manicomio nel 1865.⁸
I medici europei dell'Ottocento morivano di orgoglio e mancanza di igiene davanti a una prescrizione che Numeri 19 metteva per iscritto trentadue secoli prima.
VII secolo d.C. – Ventidue secoli dopo Mosè. Ippocrate è sugli scaffali da un millennio. Galeno da mezzo. Le biblioteche di Alessandria e di Gundeshapur hanno raccolto il sapere medico di Grecia, Persia e India. E in questo contesto, le fonti islamiche più autorevoli – sahih, autentiche per la scienza islamica stessa, Regola 1 – riportano che Maometto:
prescrisse a dei malati di bere latte e urina di cammello come terapia – Sahih al-Bukhari 233; 5686;⁹
insegnò che se una mosca cade nella bevanda va immersa tutta, perché un'ala porta la malattia e l'altra la cura – Sahih al-Bukhari 5782.¹⁰
Non lo diciamo noi. Non lo dice un sito di polemisti. Lo dice Bukhari, la raccolta che l'Islam sunnita considera il libro più autentico dopo il Corano.
E il Corano stesso, sul piano delle conoscenze naturali, ci informa che il sole tramonta "in una sorgente fangosa" – Sura 18:86 – e che il seme dell'uomo esce "di tra la colonna vertebrale e le costole" – Sura 86:6-7.
Concessione, come da Regola 3: gli apologeti islamici moderni propongono per questi passi letture metaforiche, traduzioni alternative, contestualizzazioni. Prendiamole sul serio, per un momento. E poi facciamoci la domanda che chiude il discorso: come mai la Bibbia, più antica di duemila anni, scritta in mezzo a popoli che curavano le ferite con lo sterco, non ha bisogno dello stesso soccorso metaforico sulle proprie norme igieniche? I suoi versetti su quarantena, escrementi e vasellame si possono leggere alla lettera, applicare alla lettera, e funzionano. Alla lettera.
Quando un testo va difeso spiegando che non intendeva ciò che dice, e un altro va semplicemente letto, la differenza non è di interpretazione. È di natura.
Qualcuno, a questo punto, correrà a prendere il Salmo 19: "E il sole come uno sposo che esce dalla camera nuziale? E le colonne della terra? Anche voi leggete in metafora quando vi conviene!"
No: leggiamo in metafora quando il testo o il contesto lo dichiara. Ed è una differenza che si vede a occhio nudo.
Il Salmo 19 si apre con "Al direttore del coro. Salmo di Davide": è uno spartito, e due versetti prima dello sposo i cieli "raccontano la gloria di Dio" e "parlano senza parole" (Salmo 19:2-4).
Le "colonne della terra" compaiono nel cantico di Anna (1 Samuele 2:1, 8) e nei dialoghi poetici di Giobbe — lo stesso libro che, nello stesso registro, dichiara che Dio "sospende la terra sul nulla" (Giobbe 26:7, contro 9:6): il testo stesso vi avverte che sta dipingendo la stabilità dell'ordine creato, non facendo ingegneria strutturale.
Nessuno ha dovuto scoprire che erano poesia dopo Galileo: lo dicevano dall'intestazione, secoli prima di qualunque imbarazzo. Il genere è dichiarato in partenza, non invocato a posteriori.
Perciò confrontiamo le cose omogenee: legge con legge, poesia con poesia, cronaca con cronaca.
Le norme di Levitico sono prescrizioni, e alla lettera funzionano.
Sura 18:86 non è un inno o una canzone: è narrazione di viaggio — un uomo cammina fino al luogo dove il sole tramonta, lo "trova" in una sorgente fangosa "e vi trovò accanto un popolo".
C'è la geografia e ci sono gli abitanti sul posto. È davvero interpretabile diversamente?
Bukhari 5686 non è un salmo: è una prescrizione medica, con i malati, la terapia e il decorso. La metafora invocata lì non è un genere letterario: è un'ambulanza chiamata quattordici secoli dopo l'incidente – vedi nota in calce numero 11
E per chi volesse rilanciare con "il sole si ferma su Gabaon": anche il meteorologo più laureato dice ogni sera "il sole sorge alle 6:12", e nessuno lo processa per geocentrismo.
Il linguaggio dell'osservatore è il linguaggio di tutti, ieri e oggi. Chi lo trasformò in astronomia da tribunale, ai danni di Galileo, non fu il Testo: fu la cristianità.
E questo, ormai lo sapete, è un processo al quale testimoniamo volentieri — dall'altra parte dell'aula.
E per completare il quadro: in alcune tradizioni induiste l'urina di vacca (gomutra, ingrediente del panchagavya) è considerata purificante e curativa. Non è archeologia: è cronaca, la trovate in commercio ancora oggi. Millenni di testi "eterni e increati" e il traguardo terapeutico è lo stesso del VII secolo arabo.
Uno scriveva in anticipo, bene, sul proprio tempo. Gli altri in ritardo, malissimo, pur avendo tutto il vantaggio del tempo. Giudicate voi.
Quarta prova – La trasmissione del testo
Un libro che pretende di essere parola di Dio deve rispondere anche di come è arrivato fino a noi. Vediamo i curricula.
La Bibbia: una quarantina di scrittori, sedici secoli, tre lingue, tre continenti – e una coerenza tematica che va da Genesi ad Apocalisse. Migliaia di manoscritti antichi, pubblici, confrontabili da chiunque, con le loro varianti documentate e discusse alla luce del sole in ogni apparato critico. E la prova del nove: i Rotoli del Mar Morto. Il Grande Rotolo di Isaia, copiato attorno al 125 a.C., precede di circa mille anni i manoscritti masoretici che possedevamo – e il testo è sostanzialmente lo stesso.¹² Un millennio di copiatura a mano, e il messaggio è arrivato integro.
Il Corano: il califfo Uthman, una ventina d'anni dopo la morte di Maometto, fece preparare una versione standard e ordinò di bruciare tutte le copie divergenti. Fonte? Islamica, come da Regola 1: Sahih al-Bukhari 4987.¹³ Un metodo di critica testuale indubbiamente sbrigativo. E indubbiamente efficace – finché, nel 1972, sotto il tetto della Grande Moschea di Sana'a, nello Yemen, non saltarono fuori manoscritti coranici antichissimi. Con varianti testuali vere e proprie: parole diverse, ordine diverso, aggiunte e omissioni — non sviste di copista o grafie alternative.¹⁴ Bruciare le prove funziona solo se le bruci proprio tutte.
Notate la differenza di filosofia: una tradizione conserva le varianti e le mette in nota, l'altra le manda al rogo. Una si fida del confronto onesto, l'altra lo teme. E – dettaglio che vale oro – la Bibbia ha conservato perfino le lezioni scomode, quelle che i copisti avrebbero avuto tutto l'interesse a normalizzare.
Le trovate ancora lì, in nota, in qualunque edizione critica. Provate a chiedere l'equivalente per il testo di Uthman e sperate che la prendano a ridere.
Il Libro di Mormon: un solo uomo, una sola generazione, nessun manoscritto antico – e migliaia di modifiche tra l'edizione del 1830 e quelle attuali. Per lo più grammaticali, concediamolo. Per lo più.
In 1 Nefi 11:18 l'edizione 1830 chiamava Maria "madre di Dio"; dal 1837 è diventata "madre del Figlio di Dio".¹⁵ Quando la "traduzione più corretta di qualsiasi libro sulla terra" (definizione di Joseph Smith) ha bisogno di ritocchi dottrinali, qualche domanda sorge.
Quinta prova – Archeologia e geografia
L'archeologia non dimostra l'ispirazione di un testo – mettiamolo in chiaro, Regola 3. Dimostra però una cosa più modesta e micidiale: chi descriveva un mondo reale e chi un mondo immaginario. Ed è già una scrematura.
Gli Ittiti. Per tutto l'Ottocento i critici li usavano come prova che la Bibbia inventasse popoli: un impero menzionato decine di volte nelle Scritture e mai trovato da nessuna parte. Poi, nel 1906, gli scavi di Boghazköy riportarono alla luce Hattusa, capitale di un impero ittita con tanto di archivi di stato.¹⁶ I critici passarono ad altro, senza scusarsi. Fa niente: i fatti avevano già parlato.
La "Casa di Davide". Fino al 1993 andava di moda dire che Davide fosse una leggenda, un re Artù ebraico. Poi a Tel Dan saltò fuori una stele aramaica del IX secolo a.C. con l'espressione "casa di Davide" – scritta dai nemici d'Israele, che difficilmente avevano interesse a puntellare le leggende altrui.¹⁷
Ponzio Pilato, liquidato da alcuni come personaggio letterario, finché nel 1961 a Cesarea non emerse la pietra con la sua dedica: "Pontius Pilatus, praefectus Iudaeae".¹⁸
E dall'altra parte del tavolo?
Il Libro di Mormon colloca nell'America precolombiana cavalli, acciaio, carri, grano, greggi. Peccato che l'archeologia americana non ne ha trovato la minima traccia – e la questione è diventata così imbarazzante che la Smithsonian Institution, stanca di essere tirata in ballo dagli apologeti, ha dovuto mettere per iscritto in una dichiarazione ufficiale che il Libro di Mormon non ha alcun valore come guida archeologica e che i suoi contenuti non trovano riscontro nelle evidenze del continente.¹⁹ Quando un istituto scientifico deve pubblicare un comunicato per chiedere di essere lasciato fuori dalle tue prove, forse le tue prove hanno un problema.
Le città bibliche si scavano e si trovano. Quelle del Libro di Mormon si cercano. Auguriamo agli archeologi mormoni buona fortuna: sono quasi due secoli che ne hanno bisogno - vedi nota in calce numero 20
Le obiezioni prevedibili
Le mettiamo per iscritto noi, così risparmiamo tempo a tutti.
1. "Anche la Bibbia ha violenza e passi difficili." Vero. E non lo nascondiamo: Regola 4, stesso metro per tutti, ma questo articolo non riguarda né la violenza in sé né i passi difficili. Un ordine storico circoscritto, per quanto duro, non è una prescrizione medica sbagliata, né una profezia fallita, né un errore di cosmologia. I criteri di questo processo erano dichiarati in partenza: verificabilità e anticipo sul tempo. Su quei criteri, i passi difficili non spostano la questione un grammo.
2. "State facendo la scelta selettiva dei passi che vi convengono." Benissimo: la sezione commenti è aperta. Portateci l'equivalente coranico o vedico di Ciro nominato un secolo e mezzo prima. Portateci il criterio di falsificazione che i Veda propongono per sé stessi. Aspettiamo. Il bello dei criteri dichiarati in anticipo è che l'accusa di selettività si può verificare: provateci.
3. "È un ragionamento circolare: usate la Bibbia per provare la Bibbia." Riguardate le note in calce: Erodoto, il Cilindro di Ciro, il papiro Ebers, gli archivi di Hattusa, la stele di Tel Dan, gli egittologi, la Smithsonian, e le fonti islamiche più autorevoli per l'Islam. Se questo è un circolo, è il circolo più affollato di testimoni esterni della storia dei tribunali.
4. "E le crociate? E l'Inquisizione? E i roghi? E i concili?" Indicateci il versetto che li comanda, che li approva — e già che ci siete, anche quelli che giustificano l'esistenza stessa della cristianità — e ne riparliamo. Non li troverete. E notate una cosa, prima di giocare questa carta: la cortesia che chiedete l'abbiamo già concessa a tutti, per primi. In tutto questo articolo non abbiamo messo in conto al Corano le conquiste dei califfi, le decapitazioni o gli imperi costruiti con la spada; non abbiamo messo in conto ai Veda le degenerazioni del sistema delle caste; non abbiamo messo in conto al Libro di Mormon la poligamia di frontiera o gli affari di Salt Lake City. Avremmo potuto: il materiale non manca. Ma le regole erano state dichiarate — Regola 5: l'imputato è il testo, non i suoi gestori — e le abbiamo rispettate fino in fondo, anche quando rinunciarvi significava rinunciare ad argomenti facili. Ogni libro è stato processato per ciò che c'è scritto dentro, non per ciò che qualcuno ha combinato sventolandolo. Perciò la stessa moneta vale per la Bibbia: il Testo non risponde dei suoi falsari — altrimenti dovremmo processare la matematica perché nel mondo esistono i bilanci truccati.
Riepilogo
Mettiamo in fila ciò che abbiamo visto:
Un solo libro invita esplicitamente i lettori a esaminarlo e fornisce perfino il criterio per falsificare i propri profeti – 1 Tessalonicesi 5:21; Deuteronomio 18:22.
Un solo libro contiene profezie dettagliate, addirittura nominative, verificate dalla storia e da fonti pagane: Ciro, Babilonia, Tiro. Il meglio della concorrenza è "Roma rivincerà, prima o poi".
Un solo libro documenta i fallimenti dei propri eroi invece di imbalsamarli nell'agiografia.
Un solo libro dettava norme igieniche microbiologicamente sensate nell'età del bronzo; gli altri prescrivevano urina di cammello e mosche nel piatto avendo Ippocrate in biblioteca da mille anni.
Un solo libro è arrivato a noi attraverso migliaia di manoscritti pubblici e confrontabili; gli altri attraverso un rogo di stato o le revisioni dottrinali di un uomo solo.
Un solo libro descrive popoli e luoghi che l'archeologia continua a dissotterrare; per gli altri l'archeologia ha dovuto pubblicare smentite ufficiali.
E badate: in ogni singolo punto abbiamo usato le fonti degli avversari o fonti esterne a tutti. Come promesso.
Conclusione: chi ha chiesto di portare le prove? Chi le ha portate?
Torniamo nell'aula da cui siamo partiti.
Cinque libri sul tavolo. Quattro chiedevano di essere creduti, sentiti, recitati, rispettati. Uno solo ha detto: "Presentate la vostra causa... portate le vostre prove" – Isaia 41:21.
Il processo si è tenuto. Le prove sono state esibite, numerate, verificabili. E l'unico libro che ha chiesto il controinterrogatorio è anche l'unico che ne è uscito illeso.
Lo scopo non è stato deridere nessuno: abbiamo messo i libri uno accanto all'altro e li abbiamo lasciati parlare. Sono stati loro, con le loro stesse pagine e le loro stesse fonti, a distribuirsi i ruoli in aula.
E c'è un'ultima immagine che il tribunale di Isaia ci consegna, ed è forse la più eloquente di tutte. Perché quella sfida agli dèi delle nazioni ha un verdetto, scritto pochi capitoli dopo, e comincia con una scena che vale mille argomenti:
"Bel crolla, Nebo cade; i loro idoli sono messi sopra animali, su bestie da soma; questi idoli che voi portavate qua e là sono diventati un carico, un peso per la bestia stanca. Sono caduti, sono crollati assieme, non possono salvare il carico" – Isaia 46:1-2
Guardatela bene, questa scena. Bel e Nebo erano gli dèi di Babilonia, la superpotenza del tempo: templi immensi, sacerdozi millenari, processioni oceaniche. E nel giorno del rendiconto eccoli lì: legati sui basti, caricati come bagagli, trofei di guerra trasportati dai loro stessi adoratori in fuga — un peso morto che fa piegare le ginocchia alle bestie.
Gli dèi che dovevano portare il loro popolo finiscono portati. Non possono salvare nessuno: non riescono a salvare nemmeno sé stessi dal ruolo di fardello.
Ed è in mezzo a questa scena che Dio pronuncia la frase che distingue, da sempre, la Sua Parola da tutte le costruzioni umane:
"Io annuncio la fine sin dal principio, molto tempo prima dico le cose non ancora avvenute" – Isaia 46:10
Colui che annuncia dal principio il termine ha già annunciato anche il termine delle costruzioni umane. Tutte.
Quelle che oggi sembrano templi incrollabili domani saranno un cumulo di rovine.
Colui che annuncia dal principio il termine l'ha già annunciato.
"Yahweh è il vero DIO, egli è il DIO vivente e il re eterno. Davanti alla sua ira trema la terra e le nazioni non possono reggere davanti al suo sdegno. Così direte loro: «Gli dèi che non hanno fatto i cieli e la terra scompariranno dalla terra e di sotto il cielo»" – Geremia 10:10-11 ²¹
Chi ha orecchi per intendere, intenda.
Note in calce
Papiro Ebers, ~1550 a.C., il più esteso trattato medico dell'antico Egitto: tra i rimedi documentati figurano escrementi di coccodrillo, asino e mosca applicati su ferite e affezioni.
Erodoto, Storie, I, 191: la presa di Babilonia mediante deviazione dell'Eufrate e ingresso dal letto del fiume.
Cilindro di Ciro, VI secolo a.C., British Museum (n. inv. 90920): presa di Babilonia e politica di rimpatrio dei popoli deportati con restituzione dei loro oggetti sacri.
Non citiamo le profezie riguardanti il "capro peloso", le settanta settimane e simili, e attenzione a non fraintendere il perché. Non rinunciamo a quelle profezie – rinunciamo alle interpretazioni che la cristianità vi ha appiccicato sopra. Su questo blog abbiamo mostrato nel dettaglio perché la lettura "matematica" delle settanta settimane e l'identificazione del capro con Alessandro Magno non reggono al confronto col testo. Daniele 2, 8 e 11 sono Parola di Dio e attendono il loro adempimento, che sarà preciso come tutti gli altri. Ma proprio per questo non li useremo qui come profezie "adempiute": sarebbe fare il gioco di chi ha trasformato il testo in pasta frolla pur di avere una prova comoda da esibire. In questo articolo usiamo solo profezie il cui adempimento è già scritto nei libri di storia e supera il nostro stesso vaglio. Un lusso che gli altri libri non possono permettersi nemmeno con i loro argomenti migliori. Vedi su questo blog: "Le 70 Settimane: la profezia che nessun apostolo citò mai" e "Il capro peloso e Alessandro Magno: la profezia che nessuno ha letto davvero".
Il testo consonantico antico del Corano, privo di segni vocalici, permette di leggere il passo in due modi opposti — sayaghlibūna, "vinceranno", oppure sayughlabūna, "saranno vinti" (e simmetricamente all'inizio: "i Romani sono stati vinti" o "hanno vinto"). La seconda lettura è minoritaria ma attestata nei commentari classici tra le qira'at. Una profezia il cui testo può annunciare sia la vittoria che la sconfitta è, per costruzione, infalsificabile.
La parte migliore è un dettaglio che pochi leggono fino in fondo. La rivelazione (Dottrina e Alleanze 10:10-19) non si limita a spiegare perché Smith non doveva ritradurre le pagine perdute: precisa che uomini malvagi le avevano rubate e ne avevano alterato le parole, così che, se lui avesse prodotto una seconda traduzione, l'avrebbero esibita gridando alla contraddizione. Rileggete con calma, perché è un capolavoro: la rivelazione vaccina in anticipo contro l'unica prova che avrebbe potuto smascherare il "traduttore". Pagine ritrovate identiche? Profeta confermato. Pagine ritrovate divergenti? "Ve l'avevo detto: le hanno alterate i malvagi." Testa vince lui, croce perdete voi. Una rivelazione con la rete di sicurezza incorporata, consegnata su misura poche settimane dopo il danno — e infalsificabile per progetto, non per sbadataggine dell'interprete. Il Testo biblico, al confronto, gioca senza rete: "Se il profeta dice una cosa nel nome del Signore e la cosa non succede, quella è una parola che il Signore non ha detta" – Deuteronomio 18:22. Un criterio suicida. Per chi inventa.
I papiri di Joseph Smith, riemersi al Metropolitan Museum nel 1967, sono stati identificati come "Libro delle respirazioni" e altri testi funerari egizi di epoca tolemaica. Robert K. Ritner (egittologo, Università di Chicago), The Joseph Smith Egyptian Papyri: A Complete Edition, 2013.
Ignác Semmelweis (1818-1865), pioniere dell'antisepsi ostetrica, osteggiato dalla comunità medica e morto nel manicomio di Döbling.
Sahih al-Bukhari 233 e 5686 (numerazione standard, consultabile su sunnah.com): prescrizione di bere latte e urina di cammella a scopo terapeutico.
Sahih al-Bukhari 5782: l'hadit della mosca ("in una delle sue ali c'è la malattia e nell'altra la cura").
Il passo appartiene al racconto di Dhul-Qarnayn, "il Bicorne" (Sura 18:83-98), che viaggia fino al luogo dove il sole tramonta, "lo trovò che tramontava in una sorgente melmosa, e trovò presso di essa un popolo", poi fino al luogo dove il sole sorge, e infine costruisce una muraglia di ferro e rame contro Gog e Magog. Non è un'immagine poetica: è un itinerario, con tanto di abitanti residenti accanto alla pozza. I grandi commentatori islamici classici, al-Tabari in testa, identificarono il Bicorne con Alessandro Magno (raffigurato sulle monete con le corna di Ammone), e gli studiosi hanno da tempo rilevato la stretta parentela dell'episodio con la Leggenda siriaca di Alessandro, testo cristiano composto attorno al 629-630 d.C. — a ridosso immediato della predicazione di Maometto — in cui Alessandro raggiunge il mare fetido al tramonto ed erige la porta di ferro contro Gog e Magog. Folclore tardoantico promosso a rivelazione. L'apologetica moderna rigetta oggi l'identificazione con Alessandro (comprensibilmente: un pagano politeista come eroe monoteista è un ospite scomodo) proponendo Ciro o figure ignote — il che sposta il problema senza risolverlo, perché il sole che si fa il bagnetto nella sorgente melmosa resta dov'è. E il contesto in cui tutto questo sarebbe stato rivelato, fornito dalle fonti islamiche stesse, trasforma il prestito in disastro. Secondo la Sira di Ibn Ishaq — la più antica biografia di Maometto — la Sura 18 scese come risposta a un vero e proprio esame di profezia: i Quraysh, per verificare le credenziali del candidato, mandarono emissari dai rabbini ebrei, i quali suggerirono tre domande, tra cui quella sui "giovani dell'età antica dalla storia meravigliosa". "Se risponde, è un profeta." Ora, dei rabbini che interrogano dalle proprie Scritture hanno in mente un solo terzetto di giovani dalla storia meravigliosa: Sadrac, Mesac e Abednego nella fornace di Babilonia. Dove, tra l'altro, il conteggio è parte del miracolo: "Non abbiamo noi gettato nel fuoco tre uomini legati?... Ecco, io vedo quattro uomini sciolti che camminano in mezzo al fuoco... e l'aspetto del quarto è simile a quello di un figlio degli dèi" (Daniele 3:24-25). Tre giovani, più una quarta presenza dall'aspetto divino: questa era la risposta che i rabbini attendevano. La risposta consegnata fu invece la leggenda cristiana dei Sette Dormienti di Efeso (storiella del V-VI secolo) — i "compagni della caverna" dei vv. 9-26 — che nessun rabbino poteva riconoscere come Scrittura nemmeno con la migliore buona volontà. E con il conteggio in tilt: "Diranno: tre, e il quarto era il loro cane. Diranno: cinque, e il sesto era il loro cane... Diranno: sette, e l'ottavo era il loro cane. Di': il mio Signore conosce meglio il loro numero" (Sura 18:22). Confrontate le due quarte presenze: in Daniele, un essere dall'aspetto divino in mezzo al fuoco; qui, un cane — forse, salvo ricontare, perché la parola eterna e increata, davanti a una leggenda di folclore, tira a indovinare e poi passa la mano. Consegna in ritardo, peraltro: le tradizioni islamiche raccontano che Maometto promise la risposta "per domani" e la rivelazione tardò una quindicina di giorni — tanto che il rimprovero del docente è incorporato nella Sura stessa: "Non dire mai 'lo farò domani' senza aggiungere 'se Allah vuole'" (Sura 18:23-24). Un esame preparato dai rabbini, consegnato in ritardo, con la nota disciplinare allegata e con la risposta copiata dal compito del vicino — quello della classe sbagliata. Completa il podio Maria madre di Gesù chiamata "sorella di Aronne" (Sura 19:28) e "figlia di Imran" (Sura 66:12; confronta 3:35-36), cioè sovrapposta a Miriam sorella di Mosè e di Aronne, figlia di Amram, vissuta quattordici secoli prima. Obiezione antica quanto l'Islam: già i cristiani di Najran la sollevarono, come attesta — fonte islamica, al solito — Sahih Muslim 2135, con annessa risposta ufficiale ("usavano dare i nomi dei profeti"). Quattordici secoli di omonimia sfortunata: capita. Un'ultima precisazione, doverosa: l'episodio dell'esame rabbinico sta nella Sira di Ibn Ishaq (trad. Guillaume, pp. 136-139), non in una raccolta sahih, e qualche apologeta se ne servirà per liquidare tutto. Si accomodi pure: la Sira è la fonte biografica più antica dell'Islam, è loro, ed è la spiegazione tradizionale islamica del perché la Sura 18 esista. Chi la butta via resta con due leggende cristiane in rivelazione — e senza nemmeno il motivo.
Grande Rotolo di Isaia (1QIsaª), ~125 a.C., Santuario del Libro, Gerusalemme: circa un millennio più antico del Codice di Leningrado, con testo sostanzialmente coincidente.
Sahih al-Bukhari 4987: Uthman fa preparare la recensione standard del Corano e ordina che ogni altro materiale coranico, in fogli o volumi, venga bruciato.
Manoscritti della Grande Moschea di Sana'a, scoperti nel 1972 durante lavori di restauro; il palinsesto inferiore presenta varianti rispetto al testo standard. Studi di G. Puin e successivi. Sadeghi e Goudarzi (2012), lo studio di riferimento sul palinsesto, documentano esattamente quel tipo di varianti: B. Sadeghi, M. Goudarzi, "Ṣan'ā' 1 and the Origins of the Qur'ān", Der Islam 87 (2012), pp. 1-129.
Libro di Mormon, 1 Nefi 11:18: "the mother of God" (edizione 1830) → "the mother of the Son of God" (dal 1837). Le modifiche complessive tra il 1830 e le edizioni attuali si contano nell'ordine delle migliaia.
Scavi di Boghazköy (Hattusa) diretti da Hugo Winckler a partire dal 1906: archivi reali dell'impero ittita, con migliaia di tavolette.
Stele di Tel Dan, rinvenuta nel 1993 (A. Biran, J. Naveh, Israel Exploration Journal 43, 1993): iscrizione aramaica del IX secolo a.C. con la menzione "bytdwd", "casa di Davide".
Pietra di Pilato, rinvenuta nel 1961 nel teatro di Cesarea Marittima; oggi al Museo d'Israele, Gerusalemme.
La Smithsonian Institution ha diffuso per decenni una dichiarazione ufficiale ("Statement Regarding the Book of Mormon") in cui precisa che il Libro di Mormon non viene usato né è utilizzabile come guida archeologica e che i suoi contenuti (cavalli, acciaio, grano, ecc. in epoca precolombiana) non trovano riscontro nelle evidenze del Nuovo Mondo.
Sui cavalli, l'ironia è doppia. Il genere Equus era originario delle Americhe, ma vi si estinse – ci dicono – circa diecimila anni fa, alla fine dell'ultima glaciazione; tornò solo con gli europei (Colombo dal 1493, Cortés nel 1519). Il Libro di Mormon colloca i suoi cavalli — perfino attaccati ai carri, Alma 18:9-10 — esattamente in mezzo a quel vuoto. E il vuoto non è solo archeologico (zero resti ossei databili al periodo nefita, zero iconografia, zero finimenti nei corredi): è linguistico. Quando i popoli nativi videro i cavalli degli spagnoli, non avevano una parola per nominarli e dovettero coniarla dal cane, l'unico grande animale domestico che conoscevano: mistatim, "grande cane", in cree; "cane sacro" in lakota; "cane-alce" per i Piedi Neri. Un intero continente che, davanti al cavallo, reagisce come chi non ne ha mai visto uno — dopo che, secondo il Libro di Mormon, ce li avrebbe avuti in casa per un millennio. La difesa apologetica corrente sostiene che "cavallo" nel testo indicherebbe in realtà il tapiro. Un tapiro da tiro. Anzi: un tapiro da guerra, attaccato al carro. Lasciamo al lettore la simpatica immagine, e al "più corretto di tutti i libri" l'imbarazzo del vocabolario.
Un dettaglio finale che vale la pena conoscere: Geremia 10:11 è l'unico versetto in aramaico di tutto il libro di Geremia — la lingua franca internazionale dell'epoca, la lingua delle nazioni. Il verdetto sulla fine degli dèi fasulli fu scritto, deliberatamente, nella lingua di chi quegli dèi li adorava: perché lo leggessero loro. Un articolo che processa i "libri sacri" delle nazioni non poteva chiudere con parole più adatte.







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