Tempio, vacche rosse, piromani e mandanti - 1 parte

"Se il SIGNORE non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori." — Salmo 127:1

 

Gente che fa sul serio

C'è un edificio, a Gerusalemme, nel quartiere ebraico della città vecchia, a pochi passi dal Muro occidentale, che contiene una menorà.

Non un modellino. Non una riproduzione da museo. Una menorà alta quasi due metri, rivestita d'oro, costruita secondo le specifiche di Esodo 25: i calici a forma di mandorla, i pomi, i fiori. Pronta.

Pronta per cosa?

Per il tempio.

L'edificio è la sede del Temple Institute, un istituto fondato nel 1987 con uno scopo dichiarato: preparare tutto ciò che serve alla ricostruzione del tempio di Gerusalemme. E quando diciamo tutto, intendiamo proprio tutto.

I paramenti del sommo sacerdote, tessuti secondo le istruzioni di Esodo 28: l'efod, il pettorale con le dodici pietre, la lamina d'oro per il turbante. Gli utensili per i sacrifici: bacini, forchettoni, palette, la conca di rame. I progetti architettonici, aggiornati e dettagliati. E centinaia di giovani di famiglia sacerdotale, individuati e addestrati al servizio, pronti a officiare.¹

Fermiamoci un attimo e diciamolo con onestà: questa non è gente che gioca.

Questa è gente che ha letto la Bibbia e l'ha presa sul serio. Che crede a un tempio di pietra, con un altare vero e sacrifici veri — non a un "tempio spirituale", non a una metafora, non a una "organizzazione" che si autoproclama santuario.

Gente che studia i dettagli del culto con una cura che la maggior parte della cristianità non dedica nemmeno al Padre nostro.

E noi, su questo punto, che cosa possiamo obiettare?

Niente.

Noi per primi abbiamo scritto che il tempio della fine è letterale. Che la profezia va presa alla lettera prima che alla larga. Che Israele sta al centro del proposito di Dio e nessuna dottrina della sostituzione potrà mai scalzarlo, perché lo ha giurato Dio stesso.

Quindi, davanti alla menorà d'oro e ai paramenti pronti, la reazione istintiva è una sola: finalmente c’è qualcuno che ci crede.

Zelo. Serietà. Attesa operosa.

Sembra una cosa buona.

Tenete a mente questa parola: sembra. Ci torneremo.

 

Il fatto — cronaca, con le date

Il 15 settembre 2022, all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, atterrano cinque giovenche.

Rosse.

Vengono dal Texas. Le ha allevate Byron Stinson, un allevatore evangelico 1a, e a organizzarne il viaggio sono stati il Temple Institute insieme a Boneh Israel, un'organizzazione cristiana che lavora per la ricostruzione del tempio. Costo dell'operazione, secondo le cifre circolate: circa mezzo milione di dollari.

Il trasporto, tra l'altro, è un piccolo capolavoro di ingegno: tra Stati Uniti e Israele non esiste un accordo per l'importazione di bovini vivi, quindi le cinque giovenche viaggiano dichiarate come "animali domestici di grandi dimensioni".

Bestiame no, animali da compagnia sì. Sono abbastanza piccole da stare nelle gabbie per cani di taglia grande.

All'arrivo, l'accoglienza è cerimoniosa. I rabbini le ispezionano: rosse, senza difetto, mai sottoposte al giogo. Idonee.

Idonee a cosa?

Qui dobbiamo aprire la Scrittura, perché senza Numeri 19 questa cronaca non si capisce.

La legge di Mosè prescriveva una giovenca "rossa, senza macchia, senza difetti, che non abbia mai portato il giogo" — Numeri 19:2. Veniva scannata fuori dal campo e bruciata interamente; le sue ceneri, conservate, servivano a preparare l'acqua di purificazione. Purificazione da che cosa? Il capitolo è esplicito:

"Chi avrà toccato il cadavere di una persona sarà impuro sette giorni... Chiunque avrà toccato un morto e non si sarà purificato, contamina la dimora del SIGNORE, e quella persona sarà eliminata" — Numeri 19:11, 13.

La giovenca rossa serve a una cosa sola: purificare dal contatto con i morti.

Senza quelle ceneri, nessun sacerdote può servire in un tempio ricostruito: verrebbe dal mondo, e il mondo è pieno di tombe. Per questo, da secoli, la tradizione rabbinica conta le giovenche: nove dalla prima all'ultima, dicono; e la decima — insegnava Maimonide — la offrirà il Messia.

Ecco perché cinque vitelle texane sbarcate a Ben Gurion sono una notizia.

Non sono bestiame: sono un prerequisito rituale. Sono il pezzo mancante che separa i paramenti già cuciti e la menorà già dorata dall'inizio effettivo del culto.

E chi le ha spedite lo sa benissimo. È esattamente per questo che le ha spedite.

Fin qui, la cronaca. Date, nomi, cifre, un capitolo di Numeri. Nessun giudizio: solo i fatti, messi in fila.

Il dettaglio da non dimenticare, prima di voltare pagina, è uno solo, e sta scritto in Numeri 19: l'animale che hanno spedito è quello che purifica dalla contaminazione dei morti.

Ricordiamo queste parole a andiamo avanti.


 

La dottrina — con le loro parole

Perché un allevatore evangelico del Texas alleva giovenche per un culto che non è il suo?

Perché organizzazioni “cristiane” spendono mezzo milione di dollari per un rituale del libro dei Numeri?

La risposta non dobbiamo indovinarla. L'hanno scritta loro, in libri che hanno venduto decine di milioni di copie. Ci basta citarli.

La dottrina si chiama dispensazionalismo.

Nasce attorno al 1830 con John Nelson Darby, si diffonde nel mondo evangelico angloamericano con la Bibbia annotata di Cyrus Scofield (1909), e diventa cultura di massa nel 1970 con un libro: The Late Great Planet Earth di Hal Lindsey — decine di milioni di copie, il saggio "religioso" più venduto del suo decennio.

Poi, negli anni Novanta e Duemila, la saga romanzesca di Tim LaHaye: altre decine di milioni.

Che cosa insegna questa dottrina sul tempio? Mettiamo in fila i punti, ciascuno con la fonte.

Primo: il tempio deve sorgere, e manca solo quello. Lindsey lo scrive senza giri di parole: nel dramma finale d'Israele resta un solo evento per completare la scena — ricostruire l'antico tempio sul suo sito. L'ostacolo della moschea? Non importa come, scrive: il tempio sarà ricostruito, "la profezia lo esige".²

Secondo: quel tempio è il tempio della tribolazione. Nello schema dispensazionalista il terzo tempio non è il tempio glorioso del Regno. È l'edificio in cui l'anticristo si insedierà, sedendosi "nel tempio di Dio" e profanandolo con l'abominazione della desolazione.

Il tempio va ricostruito — spiega Lindsey — proprio perché l'anticristo possa installarvisi.³ Nei loro schemi ha perfino un nome tecnico: il tempio della tribolazione.

Fermiamoci un attimo, perché questo punto va guardato negli occhi.

Nella loro stessa dottrina, il tempio che stanno aiutando a costruire non è la casa della benedizione. È la scena del sacrilegio. Lo dicono loro. Lo scrivono loro. Lo predicano loro.

Terzo: la tribolazione è il "tempo di angoscia di Giacobbe". Chi la attraversa? Israele. I loro predicatori citano Geremia 30:7 e, per il bilancio, la loro lettura di Zaccaria 13:8: due terzi periranno, un terzo passerà per il fuoco. Due su tre. Non lo diciamo noi: è la loro aritmetica, esposta dai loro pulpiti come dato pacifico del programma profetico.

Quarto: loro, nel frattempo, non ci saranno. È il rapimento pre-tribolazione, il cuore del sistema fin da Darby: la Chiesa viene portata in cielo prima che tutto questo cominci. La tribolazione, il tempio profanato, l'angoscia di Giacobbe — tutto avviene mentre loro guardano dall'alto. Abbiamo già trattato questo aspetto della dottrina dispensazionalista in un articolo dedicato; qui ci basta registrare il punto per quello che è: nel loro copione, il pubblico ha già lasciato la sala prima dell'incendio.⁵ 

Quinto: Israele è l'orologio. E qui non serve nemmeno parafrasare, perché l'espressione è loro, testuale, in copertina: "Israel — God's Prophetic Time Clock", Israele, l'orologio profetico di Dio. Titolo di libri, di trasmissioni, di articoli.

Il ragionamento dichiarato è il seguente: ogni avanzamento verso il tempio è la lancetta che si muove; e siccome il rapimento precede la tribolazione, e la tribolazione richiede il tempio, allora... più il tempio avanza, più la loro partenza è vicina.

Ecco il perché delle giovenche. Adesso il quadro è completo e possiamo riassumerlo tutto con le loro parole, senza aggiungerne una: il tempio che finanziano è, per loro, il tempio dell'anticristo; l'evento che accelerano è, per loro, l'angoscia di Giacobbe con i suoi due terzi; e loro, secondo loro, saranno assenti — rapiti prima che il fumo salga.

Israele è l'orologio; le giovenche sono le lancette; e la mano che le spinge viene dal Texas.

Fin qui tutto questo potrebbe essere errore in buona fede.

Si può leggere male Daniele. Si può leggere male Malachia, Zaccaria, Tessalonicesi. Si può ereditare uno schema dal proprio predicatore, che l'ha ereditato dal suo, fino a Scofield e a Darby, senza mai averlo verificato riga per riga. Lo sappiamo bene: anche noi abbiamo creduto a letture che poi il Testo ci ha smontato in mano.

L'errore esegetico fatto in buona fede non è l'imputazione di questo articolo.

L'imputazione arriva tra poco.

Prima, però, dobbiamo concedere ancora una cosa — e per farlo ci serve un bambino e un orologio.

 

L'orologio e il bambino

Facciamo una cosa che in tribunale si chiama concessione dell'ipotesi più favorevole.

Concediamo il rapimento.

A cui, tra l’altro, crediamo, sia chiaro. Nell'articolo dedicato l’abbiamo smontato nei tempi e nei modi, non nel concetto in sé.

Ammettiamo, per i prossimi cinque minuti, che lo schema sia tutto giusto: rapimento, poi tribolazione, poi il resto.

Anche così, i conti non tornano. E per capire perché, non serve un teologo.

Serve un bambino.

Un bambino piccolo, che non sa ancora leggere l'orologio. Una sera chiede alla mamma: "Quando torna papà dal lavoro?"

E la mamma, indicando l'orologio a muro: "Quando la lancetta corta è su questo numero qui, e la lancetta lunga su quest'altro qua."

Il bambino per un po’ aspetta. Poi aspettare gli pesa.

Allora prende una sedia, la trascina sotto l'orologio, ci sale sopra, stacca l'orologio dal muro. E sposta le lancette. La corta sul numero che ha detto la mamma. La lunga sull'altro.

Perfetto. L'orario è quello giusto.

Ma il papà non torna.

Fermiamoci un attimo, perché qui non c'è niente da ridere: c'è tutto da capire.

Il bambino non ha sbagliato l'orario. Ha sbagliato metodo: ha creduto che le lancette comandassero il tempo, mentre lo segnano soltanto. Il papà torna quando il suo lavoro è finito — e a quell'ora le lancette ci arrivano da sole, col loro tempo, senza sedia e senza mani.

Ora rileggiamo lo schema che abbiamo appena concesso.

Dio ha stabilito una sequenza: tempio, tribolazione, ritorno.

Benissimo.

E allora chi ha detto che spingere il primo evento anticipa gli altri?

Dio aspetta forse di vedere quanto ci mette l'uomo a costruire un muro o ad allevare una mucca per decidersi a rapire? Ha appaltato il calendario?

E c'è di più, perché il versetto che loro stessi citano per il ritorno del Signore al tempio continua — e la continuazione non la cita mai nessuno:

"Ecco, io vi mando il mio messaggero; egli preparerà la via davanti a me. E subito il Signore, che voi cercate, l'Angelo del patto, che voi desiderate, entrerà nel suo tempio. Ecco egli viene, dice il SIGNORE degli eserciti. Ma chi potrà sostenere il giorno della sua venuta? Chi potrà rimanere in piedi quando egli apparirà?" — Malachia 3:1-2.

Prima il messaggero. Poi il Signore. E quando arriva — chi potrà sostenerlo?

Il versetto che leggono come una promessa si chiude con una domanda che è un avvertimento. Anche questa: nella pagina giusta, la riga saltata.

E adesso il tocco finale che non abbiamo costruito noi.

Come chiamano Israele, nei loro libri e nelle loro trasmissioni, gli evangelici? L'abbiamo visto al punto cinque: l'orologio.

"L'orologio profetico di Dio."

E allora la domanda si fa da sola: se è un orologio... perché gli state spostando le lancette?

Un orologio si guarda. Si guarda con attenzione, con amore perfino — "vegliate", disse il Signore, e lo disse a tutti. Ma la mano che si allunga sul quadrante non sta vegliando.

Sta forzando.

Eppure — e qui vogliamo essere onesti fino in fondo — il bambino della nostra storia non è un baro. È un bambino. Vuole suo padre, non capisce lo strumento, e sbaglia con tutto l'amore di cui è capace. Se lo schema evangelico fosse solo questo, saremmo davanti a un errore tenero: teologia sbagliata, cuore giusto.

Tenetelo a mente, questo bambino. Perché a fine articolo dovremo tornare da lui — e chiedergli scusa.

 

Il volantino — dove finisce la buona fede

Adesso il tono cambia, e vi diciamo prima perché.

Fin qui abbiamo processato una lettura. Da qui in poi processiamo una condotta. E la differenza tra le due cose non l'abbiamo inventata noi: sta nella Scrittura, e la vedremo tra poco.

Prima, i fatti già deposti — solo rimessi in fila.

Il tempio che finanziano è, secondo la loro stessa dottrina, il tempio dell'anticristo. La scena del sacrilegio. Lo scrivono nei loro libri.

L'evento che quel tempio innesca è, secondo la loro stessa dottrina, l'angoscia di Giacobbe. E il bilancio lo predicano dai loro pulpiti, con la loro lettura di Zaccaria 13:8: due terzi. Due ebrei su tre.

E loro, secondo la loro stessa dottrina, a quell'appuntamento non ci saranno: rapiti prima.

Tre affermazioni, tre fonti, tutte loro. Noi non abbiamo aggiunto neppure una virgola: abbiamo solo tolto la distanza tra le pagine.

Perché questi tre punti, nei loro libri, non stanno mai sulla stessa pagina. Stanno in capitoli diversi, in sermoni diversi, e ognuno per conto suo suona quasi devoto. È quando li avvicini che comncia a sentirsi un cattivo odore.

Avviciniamoli.

Spediscono a Israele — con amore, dichiarano — l'animale che serve ad avviare il culto nel tempio. Il tempio che loro chiamano "della tribolazione". La tribolazione che loro descrivono come il mattatoio di due terzi del popolo. E hanno già prenotato l'uscita.

C'è una parola sola per lo schema, ed è la parola della giovenca stessa.

Numeri 19, lo abbiamo letto: la giovenca rossa purifica da una cosa sola, il contatto con i morti. È l'animale dei cadaveri. E loro lo spediscono per accelerare un copione che di cadaveri — nel loro conteggio, non nel nostro — ne prevede milioni.

Spediscono la giovenca e sacrificano il popolo.

Rileggetela, questa frase, perché non è una battuta: è la liturgia del loro schema, rovesciata com'è. Nel rito di Mosè la vittima era l'animale e il popolo veniva purificato. Nel loro copione l'animale è lo strumento, e la vittima designata è il popolo.

(...)
 

Ora, qualcuno dirà: ma loro ci credono. Sono sinceri. Bene. Proviamo a raccontarla come si racconterebbe in questura.

Un uomo finanzia chi darà fuoco a una casa. Non a una casa qualunque: alla casa della famiglia che lui dice di amare più di ogni altra al mondo. Il bilancio previsto delle vittime lo conosce con precisione, perché sta scritto sul volantino: moriranno suo fratello, suo zio, i suoi cugini e i suoi nipotini — e il volantino lo stampa e lo distribuisce lui. E per la notte dell'incendio ha già prenotato il biglietto per il mare.

Interrogato, risponde: "Ma io alla famiglia voglio bene. E poi dopo l'incendio arriveranno i pompieri, e sarà tutto più bello di prima."

In quale tribunale del mondo o pianeta dell’universo questa si chiama buona fede?

La buona fede legge male un versetto. La buona fede sbaglia una data, confonde un unto, eredita uno schema dal nonno predicatore. La buona fede, l'abbiamo concessa per tre sezioni intere.

Ma la buona fede non alleva mandrie. Non finanzia “il tempio dell’anticristo”.

Tra il leggere male e l'agire c'è un salto che nessuna sincerità copre. E che sia così non lo diciamo noi: lo dice il Signore, con due frasi che chiediamo di leggere lentamente.

"Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane" — Giovanni 9:41.

La Scrittura stessa distingue: c'è l'errore di chi non vede, e c'è la responsabilità di chi dichiara di vedere. Loro cosa dichiarano?

Di vedere benissimo. Di conoscere il programma nei dettagli: la sequenza, i tempi, perfino il bilancio. È tutto sul volantino.

Il volantino che distribuiscono è la prova a loro carico.

E che il volantino lo conoscano bene, e che la cosa li rallegri, non dobbiamo dimostrarlo noi: si sono premurati di dirlo in pubblico.

Quando le giovenche sono atterrate, hanno festeggiato. E l'allevatore che le ha cresciute ha spiegato al pubblico, testualmente, che la costruzione del terzo tempio inaugurerà la battaglia di Har-Maghedon e la seconda venuta di Gesù.⁸

Leggete di nuovo: la costruzione del tempio inaugurerà Har-Maghedon. Lo dice l'uomo delle giovenche, con entusiasmo. Sta descrivendo — nel suo stesso schema — l'anticamera del macello di due terzi del popolo che dice di amare, e la descrive come una buona notizia in arrivo.

C'è un profeta che parla di coloro che anelano, con gioia, l’arrivo di Har-maghedon. Parlava a gente che invocava il gran giorno convinta che sarebbe stato il giorno della propria vittoria:

"Guai a voi che desiderate il giorno del SIGNORE! Che sarà mai per voi il giorno del SIGNORE? Sarà un giorno di tenebre e non di luce; come uno che fugge davanti al leone e incontra l'orso; o entra in casa, appoggia la mano al muro e il serpente lo morde" — Amos 5:18-19.

Notate su chi cade il guaio. Non su chi nega il giorno ma su chi lo desidera ardentemente ed è convinto di essere al sicuro.

L'unica categoria che Amos maledice, in queste righe, è quella che festeggia all'aeroporto.

E notate anche il resto: il profeta aveva già messo in conto quelli convinti di avere la via d'uscita. La fuga dal leone, la casa sicura, la mano sul muro — e il serpente. Nella parabola di Amos, il posto dove ti credi in salvo è il posto dove aspetta il morso.

Loro rispondono che a quel giorno non ci saranno: saranno rapiti prima.

Ma quelli di Amos, il giorno, lo invocavano per lo stesso motivo — certi che sarebbe toccato ad altri. Desiderare il giorno credendosi esenti non attenua il guaio: lo aggrava.

E qui dobbiamo dire una parola sull'accusa che, a questo punto, qualcuno starà già preparando contro di noi.

Antisemiti.

Perché è così che funziona, oggi: chi annuncia che su Gerusalemme è scritto un giudizio si becca l'etichetta, e chi applaude qualunque cosa Israele faccia si prende la patente di amico d'Israele. Bene. Mettiamo le due posizioni sul tavolo e pesiamole.

Noi crediamo che Dio non abbia mai abbandonato Israele e mai lo abbandonerà: Geremia 31:37 è per noi intoccabile, e lo abbiamo difeso per iscritto contro ogni dottrina della sostituzione. Crediamo che il tempio verrà, che il ripristino verrà, e che sarà Dio a fare tutto questo, tramite un suo incaricato, e nei tempi da Lui stabiliti. E crediamo che prima ci sarà un giudizio, perché sta scritto — e perché "voi soli ho conosciuto fra tutte le famiglie della terra; perciò vi punirò per tutte le vostre iniquità" (Amos 3:2): l'elezione, nella Bibbia, non è mai stata un'assicurazione di impunità. Semmai è una responsabilità.

Anche se la applichiamo diversamente da loro, anche a noi, dunque, quella profezia dei due terzi che passeranno per il fuoco (Zaccaria 13:8-9) non è ignota. La sappiamo. La accettiamo. Ma non la “spingiamo”.

Loro invece la trattano come un cronoprogramma da accelerare. Non la ricevono come lutto annunciato: la spendono come tabella di marcia. E il carburante che ci mettono sotto — le giovenche, i fondi, la pressione politica — non lo mettono per amore del popolo che passa nel fuoco. Lo mettono per il proprio tornaconto personale, il rapimento anticipato in cielo.

Ecco la differenza, e sta tutta in un concetto semplice. Noi accettiamo la profezia, nel bene e nel male e lasciamo la cosa nelle mani di Dio. Loro la spingono e la spingono per sé.

Geremia amava Gerusalemme più di chiunque, e per averle detto la verità fu calato in una cisterna con l'accusa di tradimento (Geremia 38:4). I profeti del "pace, pace" la accompagnarono al 587 con gli applausi. E Gesù, davanti a Gerusalemme, non applaudì: pianse (Luca 19:41-44). Perché la amava.

E c'è un avvertimento in più che loro dovrebbero leggere due volte, perché li riguarda in prima persona. Perfino quando Dio si serve delle nazioni per castigare Israele, guai a chi calca la mano — e guai a chi festeggia.

A Babilonia, verga della sua ira: "io ero adirato contro il mio popolo... e tu non li trattasti con misericordia" - Isaia 47:6

Agli edomiti che gioirono della caduta di Gerusalemme: "non ti compiacere del giorno di tuo fratello... non parlare con arroganza nel giorno della sua angoscia" - Abdia 12

E la riga più impressionante di tutte, in Zaccaria: "io sono grandemente adirato contro le nazioni che stanno tranquille: perché quando io ero un po' adirato, esse hanno aggravato il male" - Zaccaria 1:15

Un po' adirato. Dio ridimensiona la sua ira per farci vedere quanto ha calcato la mano chi eseguiva.

Qualcuno risponderà: ma noi non festeggiamo per i morti; festeggiamo per il rapimento.

Ma non si possono dividere le due cose perché nel loro stesso copione, i morti non sono un incidente lungo la strada: sono un capitolo dichiarato, senza il quale il capitolo che festeggiano non arriva.

Rimuovete la tribolazione, e non c'è più rapimento; rimuovete il tempio profanato, e non c'è più tribolazione; rimuovete le giovenche, e non c'è più tempio. La cronologia l'hanno scritta loro. Chi accelera un treno accelera anche i vagoni che dice di non voler vedere.

E c'è una riga di Dio stesso che chiude la questione: "Come è vero che io vivo, dice il Signore DIO, io non mi compiaccio della morte dell'empio" - Ezechiele 33:11

Dio, sul giudizio che deve eseguire, dichiara il proprio dispiacere.

Chi accelera lo stesso giudizio per un vantaggio personale in quale categoria si sta mettendo?

E allora la domanda la lasciamo al lettore perché a questo punto si risponde da sola:

chi è l'antisemita — chi riconosce che il giudizio deve arrivare ma aspetta Dio, o chi paga perché bruci il prima possibile?



La profezia non è un copione

Resta da scendere all'ultimo piano. Perché sotto le giovenche, sotto il volantino, sotto il biglietto per il mare, c'è una teologia e dobbiamo guardarla in faccia, perché è peggiore di tutto quello che le sta sopra.

Chiedetevi: cosa bisogna credere, di Dio, per pensare di dovergli aiutare una profezia ad adempiersi?

Bisogna credere due cose, una più grave dell'altra.

La prima: che da solo Egli non possa.

Che l'Onnipotente abbia annunciato e poi sia rimasto lì, con le mani in mano, ad aspettare i volontari. E anche qui il Testo aveva già risposto, con i due verbi nella stessa riga: "Io ho parlato, e lo farò avvenire; ne ho formato il disegno, e lo eseguirò" - Isaia 46:11

Chi parla è chi esegue. Noi abbiamo bisogno di Dio, ma Dio non ha bisogno di nessuno. Giovanni il Battista lo ricordò a chi si sentiva indispensabile al piano per diritto di nascita: "da queste pietre Dio può far sorgere dei figli ad Abraamo" - Matteo 3:9

A Dio bastano i sassi. Anzi, neppure quelli.

La seconda, che della prima è la conseguenza logica: che il male previsto non sia stato solo previsto — ma creato.

Creato apposta, perché gli serve. Che la tribolazione sia un ingrediente della ricetta. Che l'anticristo sia un fornitore da mettere in condizione di lavorare. Che senza il tempio profanato, l'angoscia di Giacobbe e i due terzi, il piano resti fermo — e che quindi chi accelera il male stia collaborando col piano.

Ma un Dio a cui il male serve è un Dio che il male l'ha voluto, e un Dio che il male l'ha voluto è un Dio che il male l'ha creato. È la vecchia bestemmia travestita da zelo: "Dio ha creato Satana il Diavolo."

E non è vero. Dio ha creato un cherubino perfetto e libero. Egli scelse il suo modo di agire e l'iniquità si trovò in lui dopo — non gli fu installata. Quell'angelo ha fatto di sé stesso un satana, che non è un nome: è un titolo, e significa oppositore. Dio non l'ha fabbricato: l'ha previsto, e ha profetizzato la soluzione dei danni che avrebbe causato.

La profezia è una prognosi, non una prescrizione. Il medico che ti dice come andrà la malattia non ti sta ordinando di ammalarti né ti sta maledicendo. E il Dio che annuncia il male in arrivo non lo sta commissionando: lo sta rivelando in anticipo. C’è una bella differenza.

L'adempimento, infatti, non assolve mai l'esecutore. La Scrittura lo dice nel punto più alto possibile. C'era un atto più profetizzato, più necessario, più incastonato nel proposito di Dio della morte del Messia? Eppure:

"Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo per mezzo del quale il Figlio dell'uomo è tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!" — Matteo 26:24.

Come sta scritto e guai a quell'uomo: nella stessa frase. L'adempimento da una parte, la responsabilità dall'altra, e nessuna delle due cancella l'altra. Pietro, a Pentecoste, tiene le due metà nello stesso versetto: consegnato "per il determinato consiglio e la prescienza di Dio" — e voi, "per mano di iniqui, l'avete ucciso" - Atti 2:23

La prescienza di Dio non assolve la mano dell'uomo - confronta anche Matteo 18:7

Nell'articolo citato sul rapimento abbiamo scritto — e lo confermiamo riga per riga — che la prova serve: raffina, purifica, imbianca (Daniele 11:35); produce virtù provata (Romani 5:3-5); rende la fede più preziosa dell'oro (1 Pietro 1:6-7); perfino il Signore "imparò l'ubbidienza dalle cose che soffrì" - Ebrei 5:8

Ma Dio non commissiona il fuoco: lo converte. Non accende l'incendio per avere il crogiolo; prende il fuoco che l'iniquità ha già acceso e ci raffina dentro il suo popolo.

È il verbo di Giuseppe davanti ai fratelli che l'avevano venduto: "voi avevate pensato del male contro di me; Dio ha pensato di convertirlo in bene" - Genesi 50:20

Ed è il verbo di Balaam che malediceva sul serio: "il SIGNORE tuo Dio mutò per te la maledizione in benedizione, perché il SIGNORE tuo Dio ti amava" - Deuteronomio 23:5

La maledizione non era nel programma di Dio: era nelle intenzioni di Balaam. Dio l'ha rovesciata in corso d’opera.

E Paolo disse "tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio" - Romani 8:28

Paolo non nega la tribolazione né la sua utilità. La prova rivela di che materiale siamo fatti e Dio la userà per raffinare i Suoi, ma ciò non significa che Egli provi alcuno – Giacomo 1:13

Chi trasforma il problema in utilità sta esercitando la potenza. Chi avesse bisogno del problema starebbe confessando la propria dipendenza e ambiguità morale.

Il Dio della Scrittura è il primo. Il dio del copione è quello delle religioni.

Nella stessa logica rientra il resoconto di Faraone che fu lasciato indurire da Dio.

Guardate l'ordine dei fatti, perché la struttura è sempre la stessa.

Faraone si ostina da solo per cinque piaghe — "vedendo che c'era respiro, si ostinò in cuor suo" (Esodo 8:15) — e solo dopo "il SIGNORE indurì il cuore del faraone" (9:12).

Lo stesso ordine con i profeti di Acab: lo spirito di menzogna (1 Re 22) arriva in bocche che avevano già scelto il libro paga, per un re che aveva già imprigionato Micaia con la motivazione registrata: "non mi profetizza mai nulla di buono" (22:8).

In tutti e due i casi Dio non crea il malvagio: consegna chi si è già scelto alla propria scelta, rendendola definitiva. E Paolo dà la formula generale:

"Poiché non si sono curati di conoscere Dio, Dio li ha abbandonati a una mente reproba" — Romani 1:28.

Dio non fabbrica ingannati: ratifica ingannatori di sé stessi.

La seconda e ultima parte di questo articolo mostrerà quale scrittura, questi signori, hanno ignorato e perché li mette nella parte sbagliata del racconto.

 

Troviamo le differenze

Prima di concludere, dobbiamo sistemare un conto in sospeso.

Ve lo avevamo promesso: dobbiamo tornare dal bambino con l'orologio perché rileggendo quell'esempio, dopo tutto quello che abbiamo mostrato, ci siamo accorti di una cosa.

Abbiamo fatto un torto.

L'esempio era sbagliato non per eccesso ma per difetto.

E allora facciamo il gioco più onesto che ci sia — quello delle differenze. Da una parte il bambino. Dall'altra il mandante col volantino. Contiamole.

Uno. Il bambino non sa leggere l'orologio e non è colpa sua: è un bambino. Loro pubblicano manuali su come leggerlo. Da mezzo secolo, a decine di milioni di copie.

Due. Il bambino vuole solo che il papà torni per abbracciarlo. Il mandante sposta le lancette sapendo che a quell'ora scatta l'incendio — e per quell'ora ha prenotato un biglietto per le vacanze.

Tre. Il bambino non ci guadagna niente. Attorno alle lancette spostate, invece, girano donazioni, libri, abbonamenti, pellegrinaggi. Il conto alla rovescia è anche un modello d'affari.

Quattro, e questa pesa più di tutte, il bambino, se il papà non torna, non incolpa la mamma e non attribuisce motivi errati al papà. Loro, per far tornare i conti del copione, hanno bisogno di un Dio che ha creato il male.

Il bambino sbaglia con l'orologio; loro sbagliano con la personalità di Dio.

Quattro differenze. Il gioco è finito.

Il bambino, quando il papà finalmente tornerà, correrà ad abbracciarlo — e gli sarà perdonata la marachella dell’orologio: è un bambino, e il padre lo sa.

Anche il mandante e sovvenzionatore del piromane, sia chiaro, l'abbraccio lo aspetta. Anzi: si è prenotato il primo appuntamento, lontano dalla casa, mentre la casa brucia. È convinto che il padre, arrivando, lo ringrazierà per avergli facilitato l’incendio.

Ma il padre che aspetta è il padre della famiglia di quella casa che sta bruciando. E la domanda, allora, non è se il mandante vuole abbracciare il padre. È se il padre vorrà abbracciare lui.

Per quella scena, la Scrittura aveva previsto tutto.

Non l’abbiamo fatto per te?

"Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo...?"

Chiediamo scusa per l’esempio errato.

Abbiamo sbagliato.

Non è certo a quel bambino che il Signore risponderà: "Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori" — Matteo 7:22-23.



Note in calce

1a) Gli "evangelici" citati in questo articolo sono i dispensazionalisti — la filiera Darby-Scofield-Lindsey-LaHaye, maggioritaria nel sionismo cristiano americano — non tutti gli evangelici. Molti evangelici criticano aspramente questa spinta ad affrettare la profezia, e in particolare l'episodio delle giovenche rosse.

  1. Come si trovano oggi dei "discendenti di Aaronne"? I cognomi sacerdotali (Cohen, Katz e varianti) portano da secoli una tradizione di discendenza trasmessa di padre in figlio, e a metà degli anni Novanta la genetica vi ha trovato un riscontro parziale: una quota alta di uomini che si dichiarano kohanim, sia ashkenaziti sia sefarditi, condivide una stessa firma sul cromosoma Y — che passa di padre in figlio come il titolo (Skorecki et al., Nature 385, 1997; Thomas et al., Nature 394, 1998; raffinamenti in Hammer et al. 2009). Va detto con precisione cosa il dato prova e cosa no: la firma è un indizio statistico di popolazione, non un certificato individuale — molti kohanim dichiarati non la portano, e la portano anche uomini che kohanim non sono; né il cromosoma può dire se l'antenato comune fosse Aaronne o un capostipite posteriore. La stessa legge ebraica, del resto, non accetta il test genetico come prova di status sacerdotale: fa fede la tradizione familiare. La Scrittura aveva già affrontato il problema al primo ritorno: chi non trovò il proprio nome nei registri fu escluso dal sacerdozio "finché non sorgesse un sacerdote con Urim e Tummim" (Esdra 2:62-63) — cioè finché non decidesse Dio. I registri sono andati distrutti nel 70; la questione, biblicamente, è ancora rimandata a un'autorità che oggi non c'è. Ma anche ammettendo che la firma genetica valesse come certificato — e non vale — resterebbe un problema che nessun laboratorio potrà mai risolvere: il progetto di tempio a cui questi preparativi dicono di ispirarsi, quello di Ezechiele 40-48, non ammette all'altare i "discendenti di Aaronne" in genere, ma un ramo preciso della casa: "i sacerdoti leviti, figli di Zadoc, che hanno custodito il mio santuario quando i figli d'Israele si sviavano" (Ezechiele 44:15-16; si veda anche 40:46; 43:19); gli altri, quelli che si sviarono, sono espressamente retrocessi al servizio senza accesso all'altare (44:10-13). Ora, Zadoc discendeva da Eleazar, mentre la casa deposta di Eli discendeva da Itamar (1 Samuele 2:30-36; 1 Re 2:26-27, 35) — ed Eleazar e Itamar erano fratelli, figli di Aaronne: stesso padre, stesso cromosoma Y. La firma del Cohen, anche funzionasse alla perfezione, arriva fino ad Aaronne e lì si ferma: non distinguerà mai il ramo di Zadoc da quello di Eli, né dai leviti sviati di Ezechiele 44. Il laboratorio, al massimo, certifica la casa; il Testo chiede il ramo; e il ramo lo conosce solo chi tiene il registro.

  2. Temple Institute, Gerusalemme, fondato 1987; per gli oggetti pronti (menorà, paramenti di Esodo 28, utensili) si veda il sito ufficiale templeinstitute.org, sezione dedicata ai preparativi. [Verificare in stesura finale l'elenco dal sito e il numero dei leviti addestrati.]

  3. Arrivo delle cinque giovenche: 15 settembre 2022, aeroporto Ben Gurion; allevatore Byron Stinson (Texas); organizzazioni: Boneh Israel con il Temple Institute; costo riportato ~500.000 dollari. [Fonte primaria da fissare: Jerusalem Post del settembre 2022 o comunicato del Temple Institute; conservare anche una fonte sull'espediente dell'importazione come "animali domestici".]

  4. Maimonide, Mishneh Torah, Parah Adumah 3:4 (le nove giovenche della storia e la decima del Messia).

  5. Hal Lindsey (con C.C. Carlson), The Late Great Planet Earth, Zondervan, 1970 — capitolo su Israele: "rimane un solo evento per completare la scena... ricostruire l'antico tempio sul suo antico sito"; sull'ostacolo della moschea: il tempio sarà comunque ricostruito, la profezia lo esige. [Fissare pagina dall'edizione in possesso; Lindsey definisce altrove Israele "la miccia di Armageddon".]

  6. Per il tempio ricostruito in funzione dell'insediamento dell'anticristo: Lindsey, op. cit; Tim LaHaye - Jerry B. Jenkins, per la divulgazione narrativa dello schema; per la manualistica: LaHaye, Are We Living in the End Times?, 1999. L'espressione "tempio della tribolazione" è corrente nella loro pubblicistica.

  7. Geremia 30:7 e Zaccaria 13:8 nella lettura dispensazionalista.

  8. Sul rapimento pre-tribolazione e le sue origini (Darby 1830; Scofield Reference Bible 1909): si veda il nostro articolo "Uno sarà preso, l'altro abbandonato" (maggio 2025), con la nota storica.

  9. "Israel — God's Prophetic Time Clock": titolo, tra gli altri, di una trasmissione di Irvin Baxter (Endtime Ministries, 2011), di un articolo di Ray Smith su Rapture Ready (2013) e di un libro di Leslie Dutcher (2023). L'espressione è un luogo comune del genere: la usano in copertina.

  10. Il collegamento tra Malachia 3:1 e il messaggero/Elia (4:5), con l'obiezione "già adempiuto in Giovanni Battista" e la risposta da Matteo 17:11, è sviluppato nell'articolo sul tempio.

  11. Dichiarazione di Byron Stinson sulla costruzione del terzo tempio come inaugurazione della battaglia di Har-Maghedon e della seconda venuta: resa in un incontro pubblico dedicato al progetto delle giovenche. 

  12. Sia detto per inciso: perfino nello schema di chi parla, tra la costruzione del tempio e Har-Maghedon corrono i sette anni della "settimana" finale. "Inaugurerà" brucia anche il calendario proprio: l'entusiasmo, si vede, non guarda l'orologio nemmeno quando è il suo.

  13. L'elenco completo delle scritture sul valore probante della tribolazione (Daniele 11:34-35; Romani 5:3-5; Ebrei 5:8; Giacomo 1:2-4; 1 Pietro 1:6-7; Ebrei 11:32-40; 12:7-11; 1 Corinzi 3:12-15) è nel nostro articolo "Uno sarà preso, l'altro abbandonato" (maggio 2025), dove serviva a mostrare l'illogicità del rapimento pre-tribolazione: Dio non sottrae la sua Chiesa proprio alla prova che la raffina. La coerenza tra i due articoli sta nel verbo: la prova raffina perché Dio converte, non perché Dio commissiona. Si veda anche Neemia 13:2, che ribadisce Deuteronomio 23:5 con lo stesso verbo: "mutò la maledizione in benedizione".

 

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