Il Santuario di chi non ha il Tempio. L’illusione di chi ce l’ha

 

Terza e ultima parte di "Tempio, vacche rosse, piromani e mandanti"

"Benché io li abbia allontanati fra le nazioni e dispersi in paesi stranieri, io sarò per loro un santuario per un poco di tempo nei paesi dove sono andati." — Ezechiele 11:16

"Abbiamo fatto un patto con la morte, un'intesa con lo Sheol; quando il flagello straripante passerà, non ci raggiungerà, perché abbiamo fatto della menzogna il nostro rifugio… Ecco, io pongo come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento sicuro: chi crede in essa non avrà fretta” – Isaia 28:15-16 – Nuova Diodati

"È una visione per un tempo già fissato; essa si affretta verso il suo termine e non mentirà; se tarda, aspettala, perché certamente verrà e non tarderà. Ecco, la sua anima è gonfia, non è retta in lui; ma il giusto vivrà per la sua fede." — Abacuc 2:3-4

 

Sala di controllo

Centrale di Chernobyl, reattore numero 4. Venerdì 25 aprile 1986.

Il reattore va spento per manutenzione, e prima di spegnerlo si vuole fare una prova. Una prova di sicurezza, tra l'altro: verificare che la turbina, mentre rallenta, dia ancora corrente alle pompe per i secondi che servono ai generatori d'emergenza per partire. Sensata. Scritta nel programma. Approvata.¹

Si comincia a scendere di potenza. Nel pomeriggio, come il programma esattamente prevede, si scollega il raffreddamento d'emergenza: durante la prova disturberebbe. Poi da Kiev chiedono di aspettare, c'è bisogno di corrente in rete. Si aspetta. Ore, a metà potenza.

Arriva la notte, e con la notte un altro turno: uomini che ereditano a mezzanotte un programma scritto per il pomeriggio.

La potenza scivola giù, troppo. Il reattore si impantana. Per tirarlo su si estraggono le barre di controllo, una dopo l'altra, più di quanto le regole vorrebbero: ma senza potenza la prova non si fa, e la prova va fatta stanotte.

All'1:23 la prova comincia. Qualche secondo, e la potenza sale invece di scendere.

Il capoturno preme il pulsante che spegne tutto. Sensato, no?

Il reattore esplode.

Fermiamoci un attimo in questa sala, perché ci torneremo.

Nessuno voleva. Nessuno ha sabotato. Ogni uomo ha fatto un passo che, dal suo punto di osservazione, con il quadrante che aveva davanti, aveva perfettamente senso.

Chi ha scollegato il raffreddamento seguiva il programma.

Chi ha estratto le barre voleva finire il lavoro assegnato.

Chi ha premuto il pulsante ha fatto la cosa più giusta che un operatore possa fare davanti a un reattore che sale: fermarlo.

Un passo alla volta, ciascuno difendibile. E in fondo alla fila di passi difendibili c'è il peggior incidente nucleare della storia.

Perché?

Lasciamo la domanda in sospeso, con la sala che si riempie di polvere, e andiamo in un altro posto e in un altro tempo. Un canale in Babilonia, venticinque secoli prima.

 

Il buco nel muro

Canale Chebar, per l'ultima volta. Ma l'orologio va spostato indietro.

La scena dei due legni, quella con cui si è aperta la seconda parte, veniva dopo la caduta: il fuggiasco era già arrivato al canale. Questa viene prima. Sesto anno della deportazione, sesto mese, quinto giorno (Ezechiele 8:1): Gerusalemme è in piedi, il tempio funziona, l'incenso sale.²

Il sacerdote è seduto in casa sua. Davanti a lui, come sempre, gli anziani di Giuda. E su di lui cade la mano del Signore.

Una figura di fuoco lo afferra per una ciocca di capelli, lo solleva fra terra e cielo, e in visioni divine lo porta a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda a settentrione (8:2-3).

Comincia una visita guidata, se così vogliamo dire. La guida è Dio.

Prima tappa, la porta del nord: un idolo, che il testo chiama "idolo della gelosia" (8:5). E la frase che tornerà a ogni fermata: "Vedrai abominazioni ancora peggiori" (8:6).

Seconda tappa. "Figlio d'uomo, scava nel muro." Ezechiele scava, e nel muro si apre un buco che dà su una porta. "Entra, e guarda le scellerate abominazioni che commettono qui" (8:8-9).

Dentro, pareti istoriate di rettili, di bestie, di idoli, tutt'intorno. E settanta anziani in piedi, ciascuno con l'incensiere in mano, e la nuvola d'incenso che sale (8:10-11). Settanta: il numero del consiglio d'Israele, da Mosè in poi.

È qui che viene pronunciata la frase che chi ha letto la prima parte ha già trovato e che finora abbiamo lasciato muta: "Il Signore non ci vede; il Signore ha abbandonato il paese" (8:12).

Sono parole dette dentro il tempio, nel buio, con l'incensiere in mano, da chi il tempio lo gestisce.

Terza tappa, ancora alla porta del nord: donne sedute, che piangono il dio Tammuz (8:14). Un culto straniero, in lacrime, dentro il recinto. Chi sia Tammuz, e perché questa mezza riga peserà, lo vedremo alla sezione sulla direzione.

Quarta tappa, la più interna: il cortile dei sacerdoti, "fra il portico e l'altare" — lo spazio dove si sta soltanto per ufficio.³ Venticinque uomini. Le spalle rivolte al santuario, le facce a oriente. E si prostrano, verso il sole che sorge (8:16).

Le spalle al santuario. Dentro il santuario.

E le parole di Dio, severe, senza appello: "Anch'io agirò con furore; il mio occhio non risparmierà nessuno e non avrò pietà; grideranno ai miei orecchi ad alta voce, e io non li ascolterò" (8:18).

Fermiamoci qui, prima del capitolo 9 e dell'uomo in lino, che conosciamo già e che ritroveremo più avanti.

Questa è una fotografia. Un tempio in piedi, in funzione, gestito da un consiglio al completo, con l'incenso che sale — e Dio che lo mostra al suo profeta da dietro un buco nel muro, stanza per stanza, come si mostra una casa già perduta.

Sotto la fotografia, da venticinque secoli, c'è scritta una data. Prima di leggerla, mettiamo sul tavolo quello che abbiamo in mano.

 

Da dove partiamo

La seconda parte ci ha lasciato un inventario preciso. Lo elenchiamo.

Una distruzione orfana: quella che manda un terzo al vento (Ezechiele 5:2) perché ci sia qualcuno da radunare poi — e che non può essere quella finale, che non disperde nessuno.

Un terzo orfano: quello che passa per il fuoco e sopravvive (Zaccaria 13:9), quando alla fine chi doveva uscire è uscito da anni.

Un uomo in lino orfano: quello che attraversa la città prima che la spada arrivi, quando alla fine non c'è nessuno da segnare.

E davanti all'uomo in lino, un tempio in funzione, con l'incenso che sale, sgradito a Dio: quello di Isaia 66:3, dove si scanna un bue "come si uccidesse un uomo".

Per tutte queste cose la seconda parte ha eliminato i posti uno a uno — non ad Har-Maghedon, non a metà, non subito dopo — e ha lasciato un posto solo: prima di tutto. Prima del deserto, prima delle trombe, prima del sigillo che toglie la pace dalla terra.

E ha dato anche la ragione per cui nessuno lo vede, quel posto: chi vede una casa sola – Giuda - ha una distruzione sola in agenda, e un tempio solo nel conto.

Questo articolo, dunque, risponderà a tre domande.

Chi costruisce quel tempio.

Chi ne viene lasciato fuori e da che parte guarda.

 

Il nostro metodo

Chi ha letto Daniele con un commentario in mano crede di sapere dove collocare il versetto 14 del capitolo 11: nel 200 avanti Cristo.

Antioco III scende in Giudea, i giudei aprono le porte alla sua avanguardia contro la guarnigione egiziana, e Giuseppe Flavio lo racconta con la lettera del re in mano.⁴

I "violenti del tuo popolo" sarebbero quelli e solo quelli.

La data è stampata nei commentari, sotto il versetto, da duemila anni.

Ma prima di accettare questa data, consideriamo chi l'ha messa lì.

Nella seconda parte li abbiamo colti in fallo nel metodo: essi estrapolano Isaia 66:8 ignorando i sette versetti precedenti, e "va bene così". Si sceglie il singolo versetto quando il versetto piace.

C’è poi un secondo metodo che si usa quando il versetto non piace o quando complica le cose. Considerare tutto come parentesi chiusa, al passato. Si scrive sopra una data — 587, 200, 330 — e il versetto smette di riguardarci: è già successo, non c'è altro da vedere.

Su Daniele questa convinzione lavora da secoli, e con quali risultati lo abbiamo mostrato altrove: l'angelo dice tre volte che la visione riguarda il tempo della fine, e lo dice mentre la sta spiegando dal montone in poi; la lettura corrente fa partire la visione da Alessandro e riserva il "tempo della fine" all'ultimo pezzo, il piccolo corno — come se l'angelo avesse detto "il piccolo corno di cui parlerò in fondo riguarda il tempo della fine", e non l'ha detto. E tra il quarto re di Persia e il "re potente" del capitolo 11 passano centotrentatré anni e otto sovrani, che la stessa lettura salta come se il testo avesse un buco.⁵

Noi di metodo ne abbiamo uno solo: consideriamo la logica del contesto e dei passi affini e li usiamo con coerenza, sempre, senza condizionamenti di parte anche quando l'interpretazione ci porta dove non ci aspetteremmo.

Usiamolo sul versetto 14.

La scrittura dice che i violenti "si leveranno per far stare in piedi una visione, e cadranno".⁶

Una visione. Senza articolo: qualcosa che il popolo di Daniele aspetta da sempre.

Se la visione è la loro, dunque, si tratta del Messia. E prima di lui, la casa in cui il Messia andrebbe accolto.

Non c'è molto spazio di interpretazione: se il popolo di riferimento è quello di Daniele, e lo è, la visione che essi vorrebbero adempiere può riguardare solo quello.

La scrittura guida di questo articolo usa la stessa parola, e la coniuga all'unico modo che il testo ammette: "è ancora una visione per il tempo fissato… se tarda, aspettala". Aspettarla. I violenti del versetto 14 non aspettano: la mettono in piedi.

E per chiamare questo gesto con il suo nome non serve la nostra esegesi. Basta il loro libro: il Talmud fa giurare ai figli d'Israele tre cose, e una è di non "forzare la fine".⁷

Non lo citiamo perché conti — per noi non conta — lo citiamo perché conta per loro. Chi costruisce la casa per far arrivare l'ospite in anticipo ha rotto un giuramento del proprio libro prima ancora di aprire il Libro che conta davvero.

Ora la domanda che fa crollare le date del passato.

I giudei del 200 a.C., quando aprirono le porte ad Antioco, che visione stavano mettendo in piedi?

Che il Messia lo aspettassero, glielo concediamo senza discutere: avevano Genesi 49:10, avevano la promessa a Davide, avevano Isaia 11. Ma il versetto non parla di aspettare: parla di far stare in piedi. È un progetto vero e proprio, non una speranza. Ma nel 200 a.C. non c'era niente da mettere in piedi: il tempio era in funzione da oltre tre secoli, con l'incenso che saliva regolarmente.

Cosa fecero, quei giudei, lo dicono loro stessi: chiesero al re un decreto. Legname per il tempio, esenzione dalle tasse, il diritto di vivere secondo le loro leggi — e lo ottennero.⁴

Chiedere privilegi a un re non è forzare una fine: è l'esatto contrario. E chi ottiene un decreto non inciampa: Antioco li premiò.

Per trovare il loro inciampo bisogna aspettare trent'anni e un altro Antioco, e infatti i commentari fanno così, spostando la caduta dieci versetti più in là.

Il versetto, invece, tiene le due cose insieme: si alzano per mettere in piedi, e cadono. Un popolo con la visione in mano, la fretta di farla avverare e una casa da costruire affinché avvenga.

Quando è successo questo?

Nel 200 a.C. quel popolo semplicemente non c'era.

L'angelo aveva detto per quali giorni parlava: "ciò che avverrà al tuo popolo negli ultimi giorni" (10:14). Chi sposta tutto al 200 a.C. lo fa contro il senso della Scrittura che invece parla del tempo della fine (12:4, 9).

Ma oggi quel popolo c'è: ha un istituto a Gerusalemme con i paramenti già cuciti ed ha chi lo aiuta da fuori. Non un allevatore che si è svegliato una mattina con un'idea: un allevatore con dietro una dottrina che lo aspettava da un secolo, chiese che hanno raccolto i fondi, un'associazione che ha organizzato il trasporto e un pubblico che ha applaudito allo sbarco.

La prima parte di questa serie lo ha documentato con le loro fonti, nome per nome, e chi oggi dice "iniziativa personale" evidentemente non conosce i fatti. Essi aspettano lo stesso ospite con un altro nome. I muratori sono del popolo; l'impalcatura la porta il mondo — e il mondo, in questo caso, ha almeno una denominazione religiosa.

 

Il tassello al posto giusto

Rileggiamo il versetto, per intero, adesso che abbiamo il contesto senza condizionamenti.

"In quel tempo molti insorgeranno contro il re del mezzogiorno; e uomini violenti del tuo popolo si leveranno per far stare in piedi una visione, ma cadranno" — Daniele 11:14.

Prima riga: c'è un mondo in subbuglio. Re che si scontrano, molti che insorgono. È dentro quel disordine che i violenti si alzano. Il disordine sembra funzionale alla loro azione. Nessuno costruisce un tempio su quella spianata in un pomeriggio qualunque: serve un momento in cui i re hanno altro da guardare, o interesse a lasciar fare, o convenienza a dare una mano.

Il versetto lo dice senza dirlo: i violenti si muovono quando i grandi si muovono. Chi li aiuta, in quel momento, è il mondo. Non è Dio.

Seconda riga: "uomini violenti del tuo popolo". In ebraico paritzim, da una radice che dice sfondare, aprire brecce.⁸ Non è un giudizio nostro: è il nome che il testo dà loro. E il testo quella parola l'ha già messa accanto a un tempio una volta, per bocca di Geremia: "spelonca di paritzim", detto della casa del Signore, con la gente dentro che diceva "siamo salvi" (7:10-11). Gesù la ripete in quella stessa casa (Matteo 21:13). I predoni del tempio hanno un nome vecchio, e Daniele lo usa per chi lo mette in piedi.

Terza riga: "per far stare in piedi una visione". L'abbiamo appena letta: la visione d'Israele, il Messia, e prima di lui la casa. Far stare in piedi la casa per far arrivare l'ospite. Pietre già tagliate, paramenti già cuciti, giovenche già sbarcate: la prima parte di questa serie ha già fatto i nomi.

Quarta riga, la più corta e la più pesante: "ma cadranno". Ve-nikhshalu: inciamperanno.

Fermiamoci su questo verbo, perché il capitolo lo usa due volte, e le due volte non dicono la stessa cosa.

Qui, al versetto 14, inciampa chi si alza per forzare la visione. E quando il capitolo arriva ai saggi — "quelli che tra il popolo hanno intelligenza" — inciampano anche loro: "cadranno sotto la spada e le fiamme, la prigionia e il saccheggio, per un certo tempo… per essere affinati, purificati e resi candidi" (11:33-35). Stesso verbo, sorte opposta. I primi cadono e basta. I secondi cadono dentro un crogiolo, e ne escono puliti.

Come disse lo scrittore di Proverbi. "Il giusto cade sette volte e si rialza, ma gli empi inciampano nella sventura" (24:16).

I giusti cadono e si rialzano. I malvagi (o violenti, in questo caso) cadono e basta.

Osea — il libro di Efraim — chiude proprio così: "Le vie del Signore sono rette; i giusti cammineranno per esse, ma i trasgressori vi inciamperanno" (14:9). Stessa strada, due andature. E a chi torna dalla dispersione è promessa l'altra: "li farò camminare per una via diritta, dove non inciamperanno" - Geremia 31:9

Due tipi di inciampo, dunque. Chi mette in piedi la visione da sé, inciampa e cade. Chi trema alla Parola e aspetta, inciampa nel crogiolo per essere affinato e rialzato da Dio.

I violenti del popolo, nel disordine dei re e con l'aiuto del mondo, faranno di testa loro.

Come abbiamo visto nel secondo articolo di questa serie, un edificio così ha una sola collocazione possibile: prima di tutto. Prima della spada che disperde il terzo, prima delle trombe che iniziano il recupero di Efraim, prima del sigillo che toglie la pace. Il tempio è in piedi e funzionante quando l'uomo in lino ci passa davanti.

Non sappiamo quando sarà gettata la prima pietra, non sappiamo quando il cantiere inizierà ad operare: quella zona il Maestro l'ha lasciata all'osservazione, non al calcolo - Marco 13:32. 

Sappiamo l'ordine: prima questo tempio, poi la spada, poi il resto.

Anzi, prima ancora di questo tempio c’è una persona di cui parleremo più avanti.

Perché nessuno ha visto questa parte in venticinque secoli?

Perché chi ha eliminato Efraim dalla Scrittura o dal proposito di Dio, vede un solo giudizio, una sola distruzione.

E coloro che hanno eliminato Efraim dal proposito di Dio non li accetteranno quando, questi, si presenteranno.

 

I fratelli scacciati

Nella seconda parte abbiamo letto Isaia 66 dal versetto 1 al 4, e il capitolo ci ha consegnato un tempio in funzione che Dio non ha chiesto, sacrifici che gli sembrano delitti, una nazione chiamata che non risponde. Ci siamo fermati sulla soglia del versetto 5 con una domanda. Adesso la leggiamo.

"Ascoltate la parola del Signore, voi che tremate alla sua parola. I vostri fratelli, che vi odiano e vi scacciano per amore del mio nome, dicono: 'Si mostri il Signore nella sua gloria, e vediamo la vostra gioia!'. Ma saranno confusi" — Isaia 66:5.

Il profeta non parla a chi sta nel tempio, ovviamente. Parla a chi è stato messo fuori e dalla nazione intera. Di questi si dice una cosa sola: tremano alla Parola.

Non costruiscono, non offrono, non anticipano; e in quella casa, che Dio ha già rifiutato quattro versetti prima, non chiedono di entrare. Chiedono di essere riconosciuti per quello che sono: loro fratelli.

Tremano alla Parola di Dio, e aspettano.

La scrittura specifica chi li tiene fuori. I loro fratelli. Stesso sangue, stesso Dio sulla bocca. E lo fanno in Nome di Dio. Non è una cacciata politica: è religiosa. Scacciano in nome di Dio chi aspetta Dio.

Fermiamoci su "fratelli", perché è la parola che nella seconda parte abbiamo lasciato in sospeso, e ora ha un peso preciso.

Chi sono i fratelli che Giuda non riconosce come fratelli?

Lo sappiamo da diverse scritture: Efraim e tutto il resto del nord.

Quelli di cui il registro non tiene traccia, quelli che il rabbinato — l'abbiamo visto — riconosce come Manasse e fa convertire come stranieri.¹⁰

Il versetto 5 è la scena vista dalla loro parte: gente che si dice di Giacobbe, che trema alla Parola, e che dal tempio in funzione si sente rispondere "voi non siete nostri fratelli, e Dio è con noi".

E lo scherno chiude la porta: "Si mostri il Signore nella sua gloria, e vediamo la vostra gioia!".

Dite di aspettare Dio? Noi la casa l'abbiamo già costruita, l'incenso sale, i paramenti sono cuciti. Fatelo venire, il vostro Signore, e poi ridiamo.

Chi sta fuori non è dentro il paese. Non ha altare, non ha recinto, non ha una città da cui essere cacciato: è fuori dal conto, ed è fuori da millenni.

La cacciata del versetto 5 non è un'espulsione dalla città: è un rifiuto di fratellanza e ancor più di accoglienza.

E questa scena Ezechiele l'ha già vista.

"Figlio d'uomo, i tuoi fratelli, i tuoi fratelli, gli uomini del tuo parentado e tutta la casa d'Israele, tutta quanta, sono quelli a cui gli abitanti di Gerusalemme hanno detto: 'Allontanatevi dal Signore! A noi è stato dato questo paese in possesso'" — Ezechiele 11:15.

I tuoi fratelli, due volte. Tutta la casa d'Israele, tutta quanta. E la frase di chi sta dentro: state lontani, il paese è nostro.

È Isaia 66:5 con un'altra voce. Chi ha il paese scaccia i fratelli in nome di Dio.

E Dio risponde: "Benché io li abbia allontanati fra le nazioni e dispersi in paesi stranieri, io sarò per loro un santuario per un poco di tempo nei paesi dove sono andati… Vi raccoglierò dai popoli, vi radunerò dai paesi dove siete stati dispersi, e vi darò il paese d'Israele" (11:16-17).

Un santuario. Per chi è fuori dal recinto, e finché è fuori.

Fermiamoci qui, perché è il rovescio esatto della fotografia: dentro il recinto c'è un tempio senza Dio, con l'incenso che sale verso un muro; fuori dal recinto c'è Dio senza tempio, per quelli che sono respinti dai loro fratelli.

Ezechiele ha risposto ai fratelli. Isaia, un versetto dopo, risponde a chi ha chiuso loro la porta.

"Una voce, un tumulto dalla città; una voce dal tempio; la voce del Signore che rende la retribuzione ai suoi nemici" — Isaia 66:6.

Dalla città. Dal tempio. I nemici sono dentro, e sono i fratelli del versetto 5.

Questa voce l'abbiamo già sentita, ed è il capitolo che segue il buco nel muro. Ezechiele 9 si apre così: "Egli gridò ai miei orecchi ad alta voce" (9:1). La gloria sta sulla soglia della casa (9:3), e da lì esce l'ordine, con la direzione precisa: "Cominciate dal mio santuario" (9:6). Una voce dal tempio, contro chi sta nel tempio: la stessa direzione di Isaia, la stessa casa.

Ma attenzione a non confondere le due scene, perché la Scrittura non le confonde. Dentro la città di Ezechiele 9 c'è un'altra gente risparmiata: "quelli che sospirano e gemono per tutte le abominazioni che si commettono" là dentro (9:4), segnati in fronte prima che arrivi la spada. Sono dentro il paese, sono di Giuda, e la loro sorte è l'esilio, il terzo che passa per la spada e scampa (5:2-3).¹²

Continuiamo a parlare di chi è fuori.

Perché è per loro che il capitolo continua. Dopo la voce, la nascita (7-9), che la seconda parte ha collocato nel deserto dei popoli: i figli che Sion non sapeva di avere. E in fondo al capitolo la chiusura del cerchio: "porteranno tutti i vostri fratelli da tutte le nazioni, come un'offerta al Signore… alla casa del Signore" (66:20).

Mettiamo in fila il capitolo, com'è scritto: un tempio che Dio non ha chiesto (1-3); i fratelli fuori, scacciati da chi sta dentro (5); la voce dal tempio contro chi sta dentro (6); la nascita nel deserto (7-9); i fratelli riportati a casa (20).

Chi estrapola il versetto 8 legge una nascita senza il tempio che la precede e senza i fratelli che la seguono. Chi legge anche il contesto vede un tempio, una porta chiusa, una voce, e poi una nascita e un ritorno.

Tutto questo non riguarda il passato. Nel 538 tornarono solo tre tribù.

Il capitolo aspetta ancora il suo adempimento.

Un tempio in funzione, dunque, con quelli dentro che chiudono la porta a fratelli che non riconoscono. È il tempio del versetto 1, quello prima di tutto il resto.

Chi lo costruisce, lo sappiamo. Chi ne resta fuori, anche. Resta da vedere i diversi morivi per cui, questo tempio, porterà all’ira divina.

 

Spalle al santuario

Terza domanda: da che parte guarda.

Un tempio si orienta, e l'orientamento dice a chi è rivolto. Quello di Salomone guardava a est, e nella visione finale la gloria rientra "dalla via d'oriente" (Ezechiele 43:2), per la porta che poi resta chiusa perché il Signore ci è passato (44:1-2). Guardare a est, per un tempio a Gerusalemme, è guardare da dove Dio arriva. Fin qui, niente di male.

Il problema di Ezechiele 8 non è dove guardano i venticinque. È dove hanno le spalle.

Oggi chi volesse costruire un tempio avrebbe davanti una cosa che Salomone non aveva: una moschea, in piedi da tredici secoli, sul posto dove secondo la maggior parte dei calcoli stava il santuario. Cosa ne faranno non lo sappiamo, e non fingiamo di saperlo. Le strade sono tre, e le mettiamo in fila mostrando che nessuna delle tre cambierà il quadro.

La prima: demolirla.

Detta così suona come la strada dei violenti, e non lo è. È l'unica delle tre che la Scrittura conosce: "demolirete i loro altari, spezzerete le loro colonne" - Deuteronomio 12:3.

È la strada di Gedeone con l'altare di Baal, di Elia al Carmelo, di Giosia con il libro appena ritrovato. Se su quella spianata un tempio dovesse sorgere per ordine di Dio, la moschea non ci sarebbe più, come minimo, e nessun profeta si stupirebbe. Ma manca l’ordine da parte di Dio. Senza l'autorizzazione di Dio rimarrebbe a prescindere un atto presuntuoso, abusivo.

La seconda: conviverci.

Il tempio accanto alla cupola, con i calcoli topografici rifatti apposta perché il santuario cada qualche decina di metri più in là. Esistono, questi calcoli; sono meno noti delle giovenche ma esistono. Anche questa soluzione, non sarebbe certo ideale nella terra che porta il Nome di Dio. Il tempio nascerebbe male a prescindere.

La terza: includerla.

Un tempio che non caccia la moschea ma la accoglie, e che chiama sé stesso con il versetto pronto: "la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli" (Isaia 56:7) è probabilmente lo scenario peggiore dei tre.

Un altro versetto estrapolato dal contesto che fa dire alla scrittura l’esatto opposto di quello che dice. I "popoli" di Isaia 56 sono gli stranieri che "si uniscono al Signore", osservano il sabato e "si attengono al mio patto" (56:6). Una casa per tutti quelli che vengono a Lui, non una casa per tutti i culti.

Questa terza strada, sola tra le tre, ha già un edificio. Ad Abu Dhabi, dal 2023, sta la Casa della Famiglia Abramitica: una moschea, una chiesa e una sinagoga nello stesso recinto, uguali per dimensioni, disegnate dalla stessa mano, nate dal Documento sulla Fratellanza Umana firmato quattro anni prima nella stessa città dal papa e dal grande imam di al-Azhar.¹³

Lo diciamo per quello che è: un modello che esiste, non una previsione. Non sappiamo cosa faranno ma se qualcuno sceglierà quella strada, l’idea esiste da un pezzo e il disegno è già in archivio.

Piccone, convivenza o recinto comune: nessuna delle tre strade sposta la questione.

Saltare Efraim e metà del proposito di Dio non è un particolare.

Il peccato grave è fare le cose di testa propria ignorando i tempi, parte del popolo e la Sua volontà.

Torniamo alle quattro tappe del capitolo 8, e stavolta guardiamo non che cosa c'è, ma chi. Alla porta del nord, donne che piangono Tammuz.

Tammuz è Dumuzi, il pastore-dio di Mesopotamia, e il suo lutto rituale è quello della sua sposa: Ishtar, che nei testi porta il titolo di "regina del cielo".¹⁴

La stessa a cui, in Geremia, "i figli raccolgono legna, i padri accendono il fuoco, le donne impastano la pasta per fare focacce" (7:18) — nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme, a due passi dal tempio. Un culto straniero, femminile, in lutto, dentro il recinto.

Nel cortile dei sacerdoti, i venticinque prostrati verso il sole. Un culto astrale, nel posto più interno.

E dietro il muro, i settanta con l'incensiere, che di Dio dicono "non ci vede".

Tre culti in una casa sola: quello di Dio, a parole; uno straniero, in lacrime; uno del cielo, in ginocchio.

In questo articolo non diamo interpretazioni su chi possa essere "Tammuz" o la “Regina del Cielo” e chi pensa all'Islam perché "guarda a est" faccia i conti con la bussola: dalla spianata la qibla è a sud-sud-est, e il Corano vieta di prostrarsi al sole con una riga sola (41:37).¹⁵

Notiamo ovviamente delle convergenze con questo o quello, ma per ora a noi basta la postura: è tutto ciò che ci serve. Un tempio in funzione con le spalle al santuario e un culto straniero nel recinto: ci basta.

E la postura Dio la giudica da sé, senza bisogno di sapere chi c'è sotto: "non alzare gli occhi al cielo, e vedendo il sole, la luna e le stelle, non lasciarti trascinare a prostrarti davanti a loro" - Deuteronomio 4:19

Il sole è rigido: prostrarsi a lui è idolatria e basta. L'oriente è elastico: si può guardare a est perché di là viene la gloria, o perché di là sorge il sole, e da fuori le due cose sembrano uguali.

Lo sapevano loro, prima di noi. Alla festa delle Capanne i sacerdoti, arrivati alla porta orientale, si voltavano verso il tempio e dicevano: "I nostri padri, in questo luogo, avevano le spalle al santuario del Signore e il volto a oriente, e si prostravano al sole; ma noi, i nostri occhi sono verso il Signore".¹⁶ Sono le parole di Ezechiele 8:16, recitate ogni anno, come confessione. Il rito sapeva qual era il rischio di un tempio che guarda a est: che a un certo punto si guardi il cancello e si dimentichi la stanza del padrone.

Ecco da che parte guarda questo tempio. Verso oriente, da dove aspetta che l'ospite arrivi, con la fretta di chi la casa l'ha costruita apposta. Ma con qualcosa che non torna.

E in quella nazione, nel frattempo, mentre l'incenso sale e i venticinque si prostrano, c'è qualcuno che sospira.

 

Hai una visione d'insieme? Accadrà quello che ti aspetti?

I segnati

Rientriamo nella casa, dove il capitolo 8 ci aveva lasciato, e lasciamo che il capitolo 9 vada fino in fondo.

La voce chiama. Dalla porta di sopra, quella che guarda a nord — la stessa delle donne e dell'idolo — entrano sei uomini, ciascuno con il suo strumento di distruzione in mano. E con loro un settimo, vestito di lino, con il calamaio alla cintura (9:1-2). Si fermano accanto all'altare di bronzo. La gloria si sposta sulla soglia (9:3).

Due ordini, in quest'ordine.

Al settimo: "Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e fa' un segno sulla fronte degli uomini che sospirano e gemono per tutte le abominazioni che si commettono in mezzo a lei" (9:4).

Ai sei: "Passate per la città dietro a lui, e colpite. Il vostro occhio non risparmi nessuno, non abbiate pietà… ma non avvicinatevi a nessuno che porti il segno. E cominciate dal mio santuario" (9:5-6).

Cominciano dagli anziani davanti alla casa: i settanta dell'incensiere, i venticinque del sole. I primi a cadere sono quelli che gestivano il tempio. E mentre la spada lavora, il profeta grida — "distruggerai tutto il rimanente d'Israele?" — e la risposta rimette sul tavolo, parola per parola, la frase della scrittura iniziale: "perché dicono: il Signore ha abbandonato il paese, il Signore non vede" (9:8-9). Due volte in due capitoli. Chi lo diceva è il primo a scoprire che non era vero.

Ora chi sono i segnati e dove ce lo dice il testo e non dobbiamo indovinare.

Sono dentro. Dentro la città, dentro il paese, e di quel popolo: giudei. Non sono i fratelli fuori dalla porta della sezione precedente, e non sono i costruttori. Sono quelli che hanno visto le stesse cose che il profeta ha visto dal buco nel muro, non le hanno approvate ma non le hanno potute fermare. Hanno sospirato. È tutto quello che il testo chiede per il segno: non un merito, una reazione.

E il segno cosa fa?

Non salva la città: la città cade lo stesso. Non salva il tempio: da lì si comincia. Non tira nessuno fuori dalla storia prima che la storia arrivi. Fa una cosa sola: quando la spada passa, chi porta il segno non cade sotto la spada. Va altrove.

Dove, lo ha detto lo stesso profeta tre capitoli prima: un terzo brucia in città, un terzo cade di spada, un terzo va al vento con la spada dietro (5:2); e "un piccolo numero", legato nel lembo del mantello (5:3), va dove va il profeta — in esilio. Il segno non è un lasciapassare per restare. È un biglietto per uscire, e si esce a piedi.

Il modello esiste, e lo ha dato Gesù con una riga sola, parlando della città che aveva davanti: "cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutte le nazioni" - Luca 21:24 

Due sorti, e sono le due che dichiara il profeta: la spada e la dispersione.

Nel 70 chi aveva ascoltato l'avviso era fuggito ai monti e non c'era.¹⁸ Il resto del seme di Abraamo c'era, e di quel resto uno fu preso e l'altro lasciato. Preso in catene, lasciato sotto la spada - Matteo 24:40-41; Luca 17:34-35¹⁹

Questo lo sapevamo da prima di Ezechiele, perché è la storia di Lot.

Lot sta seduto alla porta di Sodoma (Genesi 19:1). Non l'ha costruita, non la governa, non la approva: "quel giusto, che abitava fra loro, per ciò che vedeva e udiva tormentava ogni giorno la sua anima" (2 Pietro 2:7-8).²⁰ Sospira e geme, alla lettera. Poi vengono gli angeli, e Lot fa quello che fanno i segnati: indugia (19:16). Lo devono prendere per mano. E la ragione per cui viene preso per mano il testo la dice, e non è Lot: "Dio si ricordò di Abraamo, e fece uscire Lot di mezzo alla distruzione" (19:29).

Per la promessa. Non per merito.

E Lot esce a piedi, con il fuoco alle spalle, verso una città piccola e poi verso una grotta. Non vola. Perde la casa, perde la moglie che si volta, perde tutto quello che aveva a Sodoma. Si salva, ed è tutto.

Un segno prima della spada, un piccolo numero nel lembo, un resto condotto prigioniero fra le nazioni. Più volte la stessa scena, e in nessuna di queste chi esce ha vinto qualcosa. Ha sospirato dentro una casa che non era più di Dio, e Dio si è ricordato di Abraamo.

Dove vanno i segnati, la seconda parte l'ha già detto: al vento, con la spada dietro, perché ci sia qualcuno da radunare poi. Sono parte del primo legno che tornerà nel deserto a incontrare il secondo. La mano di Ezechiele 37 si chiude anche con loro.

Con questo abbiamo ripristinato la casa mancante e il suo ruolo, compreso il rimanente dei giudei che si uniranno a loro. Resta una domanda sola, e non è sul tempio. È su chi lo guarda da venticinque secoli senza vederlo.

 

Sala di controllo, di nuovo

Torniamo nella sala, dove avevamo lasciato una domanda: perché?

La risposta arrivò sei anni dopo, e non era quella del primo rapporto. Il primo rapporto aveva detto: colpa degli operatori. Il secondo disse una cosa più scomoda.²¹

Non che gli uomini in sala avessero fatto tutto sbagliato: il fatto era che nessuno di loro aveva il quadro completo.

Ognuno vedeva il suo quadrante. Il programma della prova lo aveva scritto chi in sala non c'era. E il difetto decisivo — che quel reattore, portato in quelle condizioni, si accende quando lo spegni — era noto da tre anni a chi lo aveva progettato e non era mai sceso fino ai turni.

Il pulsante che fermava tutto fu, quella notte, l'innesco. E nessuno nella stanza poteva saperlo, perché la cosa si vedeva solo da fuori, guardando il reattore intero.

Passi giusti, uno per uno. Singolarmente. Nessuno vide il quadro d'insieme.

Questa è la sala di controllo della profezia, e ci si sta seduti da venticinque secoli.

Ogni gruppo ha in mano un versetto. Lo ha estrapolato dal contesto, e — questo è il punto che rende la cosa difficile — il versetto è vero. Non è un errore di lettura: è una scrittura vera, letta bene. Quel passo, visto dal proprio punto di vista, ha senso.

Il primo gruppo ha in mano il progetto.

"Questa è la legge della casa" (Ezechiele 43:12): un tempio è promesso eccome, da un Unto costruttore, citato nel capitolo 9 di Daniele e accennato in altre scritture. Scrittura vera.

Fuori dal contesto questo versetto diventa: costruiamolo adesso, da noi, senza aspettare nessuno e senza ascoltare quei chiacchieroni che dicono di essere nostri fratelli. Il progetto giusto, eseguito senza l'ordine. È la squadra di Daniele 11:14.

Il secondo gruppo ha in mano l'allarme.

"Cominciate dal mio santuario" (Ezechiele 9:6): nel testo c'è un tempio non approvato, uno che Dio colpirà, e lo dicono da un secolo con i loro libri. Scrittura vera. Fuori dal contesto diventa: quel tempio sta in fondo, nella "tribolazione", noi saremo già via — e intanto si finanzia il primo gruppo, convinti che affrettare la casa affretti l'ospite giusto e bendisposto. L'allarme in mano, usato come acceleratore.

Il terzo gruppo ha in mano la chiave.

"Viene l'ora che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre" (Giovanni 4:21): il tempio di pietra non è l'ultima parola o la sola cosa che conta. Scrittura vera, e la più preziosa delle tre. Infatti gli efraimiti, alle porte, avranno un Tempio senza il Tempio. Estrapolato dal contesto diventa: dunque nessun tempio conta, la casa è dovunque, Ezechiele 8 ha una data sotto e Apocalisse 11 ha noi dentro. La chiave, con la porta buttata via.

Tre versetti veri. Tre passi difendibili, presi singolarmente. Nessun sabotatore intenzionale.

E il difetto di progetto è lo stesso per tutti: una casa sola in mano, quindi un tempio solo nel conto, quindi una distruzione sola in agenda. Con quel difetto, il versetto che dovrebbe fermare tutto — "Israele è già tornato", "la chiesa è il tempio", "il Signore ha abbandonato il paese" — è proprio quello che innesca il disastro. 

Innescherà qualcosa che li stupirà, che farà loro strabuzzare gli occhi, qualcosa a cui non riusciranno a credere né a capire – Abacuc 1:5

Da che parte saremo noi?

 

Fuori dalla porta

Cosa aspettiamo noi?

Prima del Tempio, noi aspettiamo un messaggero.

Il versetto su cui tutti si concentrano è Malachia 3:1 e lo tengono strappato a metà, come Isaia 66:8. Leggono la seconda parte: "il Signore che voi cercate entrerà subito nel suo tempio". E costruiscono il tempio, così che abbia dove entrare.

Ma prima di quel pezzo c’è scritto: "Ecco, io mando il mio messaggero a preparare la via davanti a me; e subito il Signore che voi cercate entrerà nel suo tempio, l'angelo del patto che voi desiderate". Prima il messaggero. Poi il Signore.

E "nel suo tempio". Quale, se quando arriva ce n'è uno solo in piedi, e non l'ha chiesto Lui?

È il suo perché il posto è il suo, costruito a Nome suo, non perché quella casa gli sia gradita. Arriva a casa e la trova in uno stato pietoso: l'incenso nel buio, le donne che piangono Tammuz, i venticinque prostrati con le spalle a Lui.

Giovanni si trova "nel giorno del Signore" (1:10), e la prima cosa che esce è un cavallo bianco. Chi lo monta è Lui — non l'altro, come vorrebbe la lettura corrente — e di lì in poi tutto quello che Giovanni racconta accade in quel giorno.²²

Il versetto dopo dice che tipo di giorno è: "Chi potrà sostenere il giorno della sua venuta? Chi resterà in piedi quando apparirà? Perché egli è come il fuoco del fonditore… si siederà, fonditore e purificatore d'argento, purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento" (3:2-3).

Il Signore che voi cercate. Il giorno che voi desiderate. E chi non resta in piedi sono proprio quelli che lo cercavano, a partire dai figli di Levi: "cominciate dal mio santuario". Chi ha costruito la casa per far arrivare l'ospite in anticipo ottiene esattamente quello che chiedeva — l'ospite arriva — e non è bendisposto.

Quel "voi" è Israele. Ha un santuario da cui cominciare, ha dei leviti da affinare, ha un patto in cui il giorno è promesso. Le cristianità in questo versetto non c’è, e non perché sia al sicuro: perché il patto — "con la casa d'Israele e con la casa di Giuda", l'abbiamo letto nella seconda parte — non ha una terza casa tra i firmatari.

Malachia chiude il libro, e chiude l'Antico Testamento, con il nome del messaggero: "Ecco, io vi mando Elia il profeta, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile. Egli ricondurrà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri" (4:5-6).

Elia arriva prima del giorno. E il giorno comincia con il cavallo bianco: quindi Elia arriva prima dei sigilli, cioè prima che quel tempio sia costruito. Non è un dettaglio: è la ragione per cui il messaggero serve. Chi avvisa, altrimenti? A chi predica?

Il messaggero parla a chi sta costruendo, mentre costruisce, probabilmente anche prima che inizino, e il versetto dice a che scopo: "affinché io, venendo, non colpisca il paese con lo sterminio" (4:6). Vengono avvisati. Costruiscono lo stesso.

Elia, prima. E un lavoro preciso: padri e figli, ricondotti. Gesù lo conferma dopo la morte di Giovanni, al futuro: "Elia verrà e ristabilirà ogni cosa" - Matteo 17:11²³

E se il suo lavoro è ricondurre padri e figli, è difficile che nel conto non ci sia anche la casa che manca da più tempo. Con tutta probabilità è proprio lui ad iniziare a radunare gli efraimiti.

Noi non abbiamo un tempio da costruire, un rapimento da prenotare, una casa da spiritualizzare. Non ci siamo dati un nome — né efraimiti, che speriamo di essere e non sappiamo, né ministri, né profeti — perché il primo nome che aspettiamo è quello di Elia. Abbiamo un ordine scritto, e una scrittura che ci dice: "se tarda, aspettala".

Il tempio in più lo costruiranno, lo sappiamo, ma senza di noi.

Noi aspettiamo il messaggero e intanto restiamo fuori dalla porta ma non dalla speranza che Dio diventi un Tempio per noi.

Nella speranza di essere efraimiti.

Nella speranza, non nella presunzione, di avere una parte in tutto questo.

Nella speranza che Egli, tramite Elia, un giorno ci dica… "Sì, voi potete entrare".

 

 

E se un amico chiedesse…


 

"Ma che c'entra Chernobyl con la Bibbia?"
Niente, con la Bibbia. C'entra con chi la legge. Quella notte ognuno fece un passo giusto dal suo posto e nessuno vide il reattore intero. Sul tempio è così da venticinque secoli: ogni gruppo ha un versetto vero in mano e nessuno guarda il muro attorno.

"Ezechiele 8 è il tempio di Salomone, siamo nel 592. Perché lo metti nel futuro?"
Perché quello che viene dopo, nel testo, non è successo allora. Dopo quella spada c'è un terzo che va al vento perché ci sia qualcuno da radunare, e un raduno di tutte le tribù. Nel 538 ne tornarono tre, e la mano con i due legni non si è mai chiusa. I versetti, tutti e letti per intero, smentiscono un'adempimento passato.

"Daniele 11:14 è già avvenuto, con Antioco III. Lo dicono tutti i commentari."
I giudei di allora aprirono le porte ad Antioco e gli chiesero un decreto: legname, esenzioni, le loro leggi. Lo ottennero. Chi chiede privilegi a un re non sta forzando nessuna visione, e chi ottiene un decreto non "cade". Il versetto dice che si alzano per mettere in piedi una visione e cadono; per farlo combaciare col 200 a.C. bisogna spostare la caduta trent'anni più in là. E l'angelo aveva detto che parlava degli ultimi giorni.

"Che visione vorrebbero far stare in piedi?"
La loro: il Messia, e prima di lui la casa dove accoglierlo. "Del tuo popolo", dice il versetto: la visione d'Israele, non un'altra. Costruire la casa per far arrivare l'ospite in anticipo è quello che il loro stesso Talmud chiama "forzare la fine", e lo vieta con un giuramento.

"Quindi chi lo costruisce?"
Uomini del popolo, con il mondo che tiene l'impalcatura. I muratori sono di Israele; i fondi, la dottrina e gli applausi arrivano da fuori, e la prima parte ha fatto i nomi. Aspettano lo stesso ospite con due nomi diversi.

"E i fratelli scacciati chi sono?"
La casa del nord, quella che manca da ventisette secoli. Bussa, si dice di Giacobbe, trema alla Parola, e si sente rispondere "state lontani, il paese è nostro" — Ezechiele l'ha scritto parola per parola (11:15). Dio risponde a loro: "sarò per loro un santuario" (11:16). Chi ha il tempio non ha Dio; chi non ha il tempio ha Dio per tempio.

"Non è un discorso contro gli ebrei?"
No, per tre ragioni. Chi parla contro quel tempio sono i profeti d'Israele, ai capi d'Israele. Quelli che in questa storia vengono risparmiati, i segnati, sono giudei. E la casa che bussa alla porta è Israele anch'essa. L'unico che in questo articolo resta fuori dal patto non è Israele: è chi ha creduto di potersi mettere al suo posto.

"E la moschea? Dovranno demolirla?"
Non lo sappiamo, e non lo diciamo. Demolirla, conviverci o inglobarla: tre strade, e nessuna sposta il punto. Chi costruisce lo fa senza ordine, prima del tempo, e con la porta chiusa ai fratelli. Il piccone l'hanno usato i profeti; il problema non è il piccone, è l'ordine che manca.

"E i segnati? Vengono rapiti in cielo?"
No. Vengono risparmiati dalla spada e portati via, a piedi, come prigionieri fra le nazioni: è la scena di Gesù su Gerusalemme (Luca 21:24) ed è la storia di Lot, che esce da Sodoma camminando, perde tutto, e si salva perché Dio si è ricordato di Abraamo. Il segno è un biglietto per uscire, non per restare.

"Ma allora il Signore torna prima o dopo che il tempio è costruito?"
Dopo. Arriva "all'improvviso nel suo tempio", come dice Malachia, e trova quello che gli hanno costruito: l'incenso nel buio, Tammuz, le spalle voltate. Il giorno del Signore comincia con il cavallo bianco, e la prima casa che il cavaliere incontra è quella. "Chi potrà sostenere il giorno della sua venuta?" Chi l'aveva costruita, no.

"E prima del tempio?"
Prima del tempio c'è Elia. Malachia lo mette prima del giorno, quindi prima dei sigilli, quindi prima che quella casa sia in piedi o mentre la tirano su. Serve proprio a quello: avvisare chi costruisce. Lo ascolteranno? Il versetto dice che costruiscono lo stesso.

"E voi cosa fate? Andate in Israele? Predicate?"
Aspettiamo. Non ci siamo dati nessun nome — né efraimiti, né profeti, né ministri — perché il primo nome che aspettiamo è quello di Elia. Il tempio in più lo costruiranno senza di noi. Se saremo qualcuno e avremo un incarico, lo dirà Elia. Non noi.



 

 

NOTE

¹ Notte del 26 aprile 1986, reattore RBMK-1000 numero 4 della centrale V.I. Lenin di Chernobyl: la prova riguardava l'inerzia della turbina durante uno spegnimento programmato. La ricostruzione qui seguita è quella del rapporto INSAG-7 (Agenzia internazionale per l'energia atomica, 1992), che rivide il primo rapporto del 1986 spostando il peso principale dalle azioni degli operatori ai difetti di progetto del reattore.

² Ezechiele 8:1: sesto anno della deportazione di Ioiachin, sesto mese, quinto giorno — settembre del 592 a.C. La scena dei due legni (cap. 37) sta invece dopo l'arrivo del fuggiasco, nel dodicesimo anno (33:21). La visione del tempio precede quindi di sei anni la notizia della caduta. Che cosa fotografi, è la domanda di questo articolo.

³ Ezechiele 8:16: "il cortile interno della casa del Signore… all'ingresso del tempio, fra il portico e l'altare". È lo spazio dei sacerdoti: "fra il portico e l'altare piangano i sacerdoti" (Gioele 2:17). I venticinque stanno dove si sta per ufficio, non dove arriva un laico devoto.

⁴ Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche XII, 3, 3 (§§ 129-144): i giudei accolgono Antioco III e aiutano il suo esercito a espellere la guarnigione egiziana dalla cittadella; segue la lettera del re a Tolomeo, governatore della regione (§§ 138-144), che concede vittime e olio per i sacrifici, legname dal Libano per i restauri del tempio, esenzione dalle tasse per tre anni agli abitanti di Gerusalemme e in perpetuo a sacerdoti e scribi, e il diritto di governarsi "secondo le leggi dei padri". È la fonte da cui la lettura storica di 11:14 discende, ed è la fonte che la smentisce: descrive un popolo che chiede e ottiene, non uno che si alza e cade.

⁵ [→ "Il capro peloso e Alessandro Magno: la profezia che nessuno ha letto davvero", 1ª parte.] Daniele 8:17, 19, 26 (tre dichiarazioni: la visione riguarda il tempo della fine, dal montone in poi); 11:2-3 e gli otto sovrani persiani saltati tra Serse I e Alessandro (centotrentatré anni).

⁶ Daniele 11:14: u-venei paritzei ammekha yinnas'u le-ha'amid chazon ve-nikhshalu. Le-ha'amid è il causativo di amad, "far stare in piedi": lo stesso verbo di 12:1, dove Michele "si alza" (ya'amod). Chazon, "visione", è senza articolo determinativo; è la parola di Abacuc 2:3 e di Daniele 10:14. Ammekha, "il tuo popolo", come in 10:14 e 12:1. Del doppio uso di nikhshalu nel capitolo diciamo nella sezione seguente.

⁷ Talmud Babilonese, Ketubot 110b-111a: i tre giuramenti (non "salire come un muro", non ribellarsi alle nazioni, non "forzare la fine", lo yidchaku et ha-ketz), dedotti dal triplice scongiuro del Cantico (2:7; 3:5; 8:4). È il fondamento del rifiuto religioso dello Stato d'Israele (Satmar, Neturei Karta) ed è uno dei motivi per cui una parte dell'ortodossia guarda al Temple Institute con sospetto. Lo riportiamo come testimonianza di ciò che la tradizione ebraica stessa vieta, non come fonte di dottrina. 

⁸ Benei paritzei ammekha, "i figli dei violenti del tuo popolo". Paritz viene da paratz, "sfondare, aprire una breccia" (il nome Perez, Genesi 38:29, viene da lì: "quale breccia hai aperto!"). Nell'uso: predone, uomo di rottura. Geremia 7:11, me'arat paritzim, "spelonca di predoni", è la ricorrenza della parola riferita al tempio; Matteo 21:13 la riprende (spēlaion lēstōn, dalla Settanta).

⁹ Ai violenti del popolo Gesù dà un nome, e lo dà nel contesto giusto: "Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora il regno dei cieli subisce violenza, e i violenti se ne impadroniscono" (Matteo 11:12) — e due versetti dopo, "se lo volete accettare, egli è l'Elia che doveva venire" (11:14). Prima il messaggero, poi i violenti sul regno: è l'ordine che vedremo in chiusura, già nel modello del primo secolo. Che "il regno" sia quello che va "ricostituito a Israele" (Atti 1:6) lo dicono gli apostoli, non noi. Il legame tra biastai (Matteo) e paritzim (Daniele) è di senso, non di lettera; di lettera è invece il verbo che segue: "se ne impadroniscono" è harpazousin, lo stesso harpazō di 1 Tessalonicesi 4:17, "saremo rapiti". L'unica volta che Matteo usa quel verbo per il regno, chi rapisce sono i violenti, e ciò che viene rapito è Israele. Le traduzioni che trasformano il versetto in un incoraggiamento — "il regno è la meta verso cui gli uomini si spingono, e quelli che si spingono avanti lo afferrano" — meritano un articolo a parte, e lo avranno.

¹⁰ [→ "L'altro legno", nota sui Bnei Menashe.] Li riconoscono come Manasse e li fanno convertire come stranieri: il "per amore del mio nome" di Isaia 66:5 ha già una procedura.

¹¹ Ezechiele 11:15-17 sta dentro la visione iniziata in 8:1 e chiusa in 11:24-25. La lettura corrente vede nei "fratelli" i deportati del 597 a Babilonia, ai quali chi era rimasto a Gerusalemme contestava il diritto sul paese; nel modello è così, e lo concediamo. Ma il testo allarga da sé: "tutta la casa d'Israele, tutta quanta" (kol beit Yisrael kulloh), e "casa d'Israele" in Ezechiele è il nome della casa del nord (37:16). Il modello ha i deportati; la parola ha dentro tutti quelli che stanno fuori. Miqdash me'at (11:16): "santuario per un poco" o "piccolo santuario", secondo che si legga me'at come tempo o come misura; le due letture dicono la stessa cosa, un santuario provvisorio per chi è disperso. I "venticinque uomini" di 11:1 (Iaazania figlio di Azzur, Pelatia figlio di Benaia) non sono nominalmente i venticinque di 8:16; il numero e la porta coincidono, i nomi no, e su questo non forziamo.

¹² Isaia 66:2, 5: chared, "tremare"; Ezechiele 9:4: ne'enachim ve-ne'enaqim, "sospirano e gemono". Parole diverse per gruppi diversi, e va detto: chi trema in Isaia è fuori dal paese e non riconosciuto; chi sospira in Ezechiele è dentro, segnato, e finisce nel terzo disperso di 5:2-3 — "un piccolo numero" legato nel lembo. Per chi cerca i lemmi: "vi scacciano" di 66:5 è menaddekhem, radice ndh, "escludere, tenere lontano"; gli "scacciati di Giuda" di Isaia 11:12 sono nidchei, radice ndch. Parole vicine, radici distinte: legame di senso, non di lettera. Charedim, "quelli che tremano", è anche il nome che oggi porta l'ebraismo ultra-ortodosso, preso da questo versetto; lo annotiamo e basta.

¹³ Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019, firmato da papa Francesco e dal grande imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb. Casa della Famiglia Abramitica, isola di Saadiyat, Abu Dhabi: inaugurata nel febbraio 2023, progetto di David Adjaye; tre edifici di eguale volume (moschea Imam al-Tayyeb, chiesa San Francesco, sinagoga Mosè ben Maimon) su un unico basamento. 

¹⁴ Tammuz (ebraico Tammuz, sumerico Dumuzi, accadico Tammūzu/Dumuzu): pastore divino, sposo di Inanna/Ishtar; il suo lutto annuale è attestato nei testi sumerici e accadici, e il mese ebraico di Tammuz ne conserva il nome. Ishtar porta il titolo šarrat šamê, "regina del cielo", nei testi accadici; l'ebraico meleket ha-shamayim di Geremia 7:18 e 44:17-25 è la resa del titolo. Sui rapporti tra il lutto di Tammuz e altri culti diciamo solo ciò che le fonti cuneiformi attestano; le ricostruzioni ottocentesche che collegano Tammuz a simboli cristiani non hanno base nei testi e non le usiamo. "Regina del Cielo" (Regina Caeli) è titolo mariale antico, antifona pasquale dal XII secolo, dottrina definita con l'enciclica Ad Caeli Reginam (Pio XII, 11 ottobre 1954): registriamo che il titolo esiste, non chi lo porta nella fotografia.

¹⁵ Corano 41:37: "Non prostratevi davanti al sole né davanti alla luna, ma prostratevi davanti a Dio che li ha creati". La qibla da Gerusalemme punta alla Mecca, a sud-sud-est (circa 157°). Prostrazione a oriente e Islam sono due cose distinte; ciò che li accomuna alla fotografia è il culto straniero nel recinto, non la direzione.

¹⁶ Mishnà, Sukkà 5:4: la cerimonia dell'attingimento dell'acqua; alla porta orientale i sacerdoti si voltano a ovest e recitano la formula, che cita Ezechiele 8:16 quasi alla lettera. Che il volgersi a oriente per la preghiera fosse un'abitudine viva anche in ambienti giudaici del primo secolo lo riferisce Giuseppe Flavio degli Esseni (Guerra giudaica II, 128: prima dell'alba rivolgono al sole "preghiere tramandate dai padri, come per supplicarlo di sorgere"); lo riportiamo come testimonianza, non come giudizio sugli Esseni.

¹⁷ Birkat ha-Chammà, benedizione del sole: si recita ogni ventotto anni, quando il sole — secondo il calcolo talmudico — torna alla posizione della creazione; ultima nell'aprile 2009, prossima nell'aprile 2037. Non è un culto al sole: è una benedizione a Dio "che compie l'opera della creazione". La citiamo per una cosa sola: esiste una liturgia che guarda il sole all'alba, ed è nel calendario. Nessuna data va letta qui: questo articolo vive di sequenza.

¹⁸ Matteo 24:16, "chi è in Giudea fugga ai monti"; la fuga dei cristiani di Gerusalemme a Pella, in Perea, prima dell'assedio è riferita da Eusebio, Storia ecclesiastica III, 5, 3. Non erano tra i presi né tra i lasciati: non c'erano.

¹⁹ Matteo 24:40-41 e Luca 17:34-35: paralambanetai, "è preso" (paralambanō, prendere con sé, portare via). È il verbo di Matteo 27:27, i soldati che "presero Gesù" nel pretorio, e di Giovanni 19:16, "presero Gesù" per condurlo alla croce. Portare via chi non può opporsi. Il diluvio di Matteo 24:39 usa un altro verbo, airō, "spazzare via": chi viene spazzato non parte, muore. Su chi sia "preso" e chi "lasciato" le versioni e i commenti si dividono; Luca 21:24 dà le due sorti in chiaro.

²⁰ 2 Pietro 2:7-8: Lot è chiamato "giusto" tre volte in due versetti, e la sua giustizia consiste nel tormento per ciò che vede (blemmati kai akoē, "con la vista e con l'udito"). Ezechiele 9:4: ha-ne'enachim ve-ha-ne'enaqim, "quelli che sospirano e gemono". Due lingue, un solo ritratto: il giusto di Sodoma e il segnato di Gerusalemme hanno in comune la reazione, non un'opera.

²¹ Il pulsante di arresto d'emergenza (AZ-5) fu premuto all'1:23 del 26 aprile. Le barre di controllo dell'RBMK avevano estremità in grafite che, entrando nel nocciolo, per alcuni secondi aumentano la reattività invece di ridurla ("effetto positivo dello spegnimento"); il difetto era noto dopo un incidente del 1983 a Ignalina e non era stato comunicato al personale di conduzione. Il primo rapporto è INSAG-1 (1986), il secondo INSAG-7 (1992). [Verificare su INSAG-7, cap. 2.] Ne facciamo un'immagine e non una tesi: chi vuole la meccanica la trova nel rapporto, e noi non siamo ingegneri nucleari.

²² Apocalisse 1:10: "fui rapito dallo Spirito nel giorno del Signore"; 6:2: il cavallo bianco. Per l'identificazione del primo cavaliere e per l'ordine cronologico del libro rimandiamo all'articolo dedicato: qui teniamo solo che il giorno comincia con la sua venuta e che la prima casa che incontra è quella del versetto 14.

²³ Matteo 17:11-12: "Elia verrà e ristabilirà ogni cosa" (futuro, apokatastēsei), detto dopo la morte di Giovanni Battista; e subito: "Elia è già venuto" (Giovanni, "se lo volete accettare", 11:14). Le due frasi stanno nello stesso passo e non si contraddicono: Giovanni fu l'Elia di quella generazione, il modello; il "ristabilirà ogni cosa" resta al futuro, come "ricostituirai il regno a Israele" (Atti 1:6) e "la restaurazione di tutte le cose" (Atti 3:21). Il modello non esaurisce la profezia: ne abbiamo scritto nell'articolo sul capro peloso, e vale anche qui.

 

NOTA: "E se un amico chiedesse…" è il riepilogo di questo articolo in forma di conversazione: le domande sono quelle vere, che ci aspetteremmo da qualsiasi persona realmente interessata e non da un polemico. Questo "specchietto" verrà utilizzato in tutti quegli articoli particolarmente lunghi o complessi 

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