L'altro legno
Questa è la seconda parte dell'articolo "Tempio, vacche rosse, piromani e mandanti"
"Perciò, ecco, vengono i giorni — dice il Signore — in cui non si dirà più: 'Per la vita del Signore, che ha fatto uscire i figli d'Israele dal paese d'Egitto', ma: 'Per la vita del Signore, che ha fatto uscire i figli d'Israele dal paese del settentrione e da tutti i paesi nei quali li aveva dispersi'. Io li ricondurrò nel loro paese, che avevo dato ai loro padri." — Geremia 16:14-15
Avevamo chiuso la prima parte con una riga di Daniele che parla da venticinque secoli, e con un tempio che la Scrittura colloca prima del tempio.
Ci arriveremo nella terza parte.
Perché quel tempio, per vederlo, bisogna prima avere in mano una cosa che manca a quasi tutti quelli che leggono la Bibbia.
Non un versetto: una casa.
E finché quella casa non la si vede, si può leggere Daniele mille volte e vedere sempre un tempio solo.
Questa parte serve ad aguzzare la vista e consegnare la casa.
Due legni in una mano
Canale Chebar, di nuovo. Ma qualche anno dopo il buco nel muro, e con una notizia in più.
Gerusalemme è caduta. Un fuggiasco è arrivato al canale a dirlo, il quinto giorno del decimo mese del dodicesimo anno (Ezechiele 33:21), e da quel giorno il sacerdote deportato ha ripreso a parlare.¹ Il tempio di cui ha visto il muro forato non c'è più. Il fumo non sale più da nessuna parte.
Davanti a lui, ancora, gli anziani di Giuda. Gente di Giuda, di Beniamino, qualche levita: i deportati del 597 sono quelli. Il regno del sud in esilio.
E Dio gli dice di prendere un pezzo di legno.²
"Prenditi un pezzo di legno e scrivici sopra: Per Giuda e per i figli d'Israele suoi compagni" (37:16). Fin qui, gli anziani capiscono: è la loro casa, quella che ha appena visto bruciare la città.
"Poi prendi un altro pezzo di legno e scrivici sopra: Per Giuseppe, legno di Efraim, e tutta la casa d'Israele sua compagna."
Fermiamoci un attimo su questo secondo legno, perché per gli anziani di Giuda è un legno che non dovrebbe esistere.
Il regno del nord — Efraim, con le nove tribù che gli stavano dietro — era finito nel 722, quasi centoquarant'anni prima. Non un esilio: una cancellazione.
L'Assiria aveva portato via la gente e messo altra gente al suo posto - 2 Re 17:6, 24
Il libro dei Re aveva già scritto la chiusura: "Non rimase che la sola tribù di Giuda" (17:18).³
Per quegli anziani, la casa del nord era un capitolo chiuso da prima che nascessero i loro bisnonni. Sconfitta, dispersa, mescolata. Finita.
E il profeta scrive su un legno il suo nome, come se fosse viva.
Poi l'ordine: "Avvicinali l'uno all'altro, così che formino un solo legno, e diventino una cosa sola nella tua mano" (37:17). E la regia della scena, che Dio cura di persona: "I legni sui quali avrai scritto li terrai in mano davanti ai loro occhi" (37:20).
Davanti ai loro occhi. Dio vuole che vedano ben chiaro il secondo legno.
E infatti la domanda arriva: "Non ci dirai che cosa significa questo per te?" (37:18). Non chiedono di Giuda, ovviamente. Chiedono dell'altro.
La risposta è una frase che non lascia margine di interpretazione: "Ecco, io prendo i figli d'Israele dalle nazioni tra le quali sono andati, li raccoglierò da ogni parte e li ricondurrò nel loro paese. Farò di loro una sola nazione nel paese, sui monti d'Israele; un solo re regnerà su tutti loro; non saranno più due nazioni, non saranno più divisi in due regni" (37:21-22).
Notiamo che cosa c'è e che cosa non c'è, perché è il fondamento di tutto l'articolo.
C'è un secondo popolo, con un nome, e c'è un raduno dalle nazioni — non da Babilonia, dove stanno gli anziani che ascoltano, ma dalle nazioni al plurale, dove il nord era stato sparso. C'è un paese, e ci sono i monti.
Quello che non c'è è la data.
Cinquant'anni dopo, un primo legno torna a casa: "i capi famiglia di Giuda e di Beniamino, i sacerdoti e i leviti" (Esdra 1:5). Giuda e i suoi compagni. Il legno di Giuseppe non torna con loro, non torna dopo, non torna mai.
Non c'è una riga, in tutta la Bibbia, in cui i due legni siano diventati uno.
Il primo legno lo abbiamo visto rientrare. Il secondo lo abbiamo visto solo nella mano di Ezechiele.
Questo articolo parla del secondo legno.
E di chi, da venticinque secoli, ignora completamente questa profezia o, peggio, la forza facendo credere che si sia già adempiuta.
Da dove partiamo
Prima di prendere in mano il secondo legno, mettiamo sul tavolo quello che abbiamo già scritto altrove. Non lo ri-argomentiamo: chi vuole verificare trova gli articoli. Facciamo questo elenco perché senza queste cose il resto non si legge.
Primo. Dio non ha rigettato il suo popolo. Lo chiede Paolo, con la domanda più diretta della lettera, e risponde da solo: "Niente affatto" (Romani 11:1).
Secondo. L'Apocalisse è in ordine cronologico. Sigilli, trombe, coppe: un film, non tre fotografie della stessa scena. Chi scrive "il secondo guaio è passato; ecco, il terzo viene" (11:14) tiene il conto, e noi lo teniamo con lui. Questo ci permette di dire non solo che Efraim torna, ma quando in base agli avvenimenti.
Terzo. Babilonia la Grande siede sulla terra promessa. La donna di Apocalisse 17 non è Roma, non è la cristianità, non è "la falsa religione mondiale": è Israele apostata, seduto sul paese, alleato dei re e da loro bruciato (17:16). Lo abbiamo mostrato con il testo in mano.
E quarto: chi spinge per il tempio, chi lo finanzia, e cosa sa di quello che finanzia. È la prima parte di questa serie, e lì abbiamo usato solo le loro fonti.
Quattro cose apprese, più un dossier chiuso.
Con queste quattro in mano, il secondo legno smette di essere una curiosità di Ezechiele e diventa una domanda logica: se Dio non ha rigettato Israele, se la fine ha un ordine, e se sul paese siede oggi una donna che Dio chiama con un altro nome — allora dov'è la casa del nord, e quando torna?
Cominciamo da dov'è. O meglio, da dove non è.
La casa in meno
Prima una parola sui nomi, per evitare confusione.
Quando la Scrittura dice "Efraim" dopo la divisione del regno, non intende una tribù: intende tutto il nord. È Ezechiele stesso a spiegarlo mentre scrive sul legno: "Giuseppe, legno di Efraim, e tutta la casa d'Israele sua compagna" (37:16). Dieci tribù sotto il nome della più grande. Allo stesso modo "Giuda" è il regno del sud: ma Giuda comprendeva anche Beniamino, e la parte di Levi che scelse Gerusalemme (1 Re 12:21; 2 Cronache 11:13-14).⁴
Due case. La Bibbia le chiama proprio così, "casa d'Israele" e "casa di Giuda", e quando parla di raduno le nomina tutte e due. Teniamo la parola, perché è quella che manca.
Ora torniamo indietro, a Giacobbe cieco che incrocia le braccia.
Giuseppe gli mette davanti i due figli nell'ordine giusto, Manasse alla destra, Efraim alla sinistra. Il vecchio incrocia le mani e mette la destra sul minore. Giuseppe protesta; il padre risponde: "Lo so, figlio mio, lo so. Anch'egli diventerà un popolo, anch'egli sarà grande; nondimeno il suo fratello più giovane sarà più grande di lui, e la sua discendenza diventerà una moltitudine di nazioni" - Genesi 48:19
In ebraico: melo ha-goyim. Alla lettera, "la pienezza delle nazioni".⁵
Segniamoci queste parole perché le ritroveremo dove nessuno le cerca.
Mosè, morendo, conferma la benedizione e ne indica il tratto: "le miriadi di Efraim, le migliaia di Manasse" - Deuteronomio 33:17.
Il numero. Efraim è una promessa con un numero.
Poi la storia va come sappiamo.
Efraim guida la scissione, alza i vitelli a Betel e Dan (1 Re 12:28-30), e nel 722 l'Assiria chiude la partita. Deportazione, sostituzione della popolazione, fine.
"Non rimase che la sola tribù di Giuda" - 2 Re 17:18
Qualcuno dirà: ecco la "moltitudine di nazioni", Efraim sparso tra i popoli.
No. Quella è la maledizione, ed è scritta come tale: "il Signore ti disperderà fra tutti i popoli" - Deuteronomio 28:64
Una benedizione non diventa maledizione perché la storia è andata male. E lo stesso Deuteronomio che minaccia la dispersione promette il contrario a chi torna: "il Signore, il tuo Dio, ti raccoglierà di nuovo fra tutti i popoli tra i quali ti avrà disperso" (30:3).
Raccogliere è la benedizione. Dio non ha cancellato la benedizione di Giacobbe: l'ha messa in attesa.
Chi è tornato?
Cinquant'anni dopo Ezechiele, il decreto di Ciro. E la lista di chi si mette in cammino: "i capi famiglia di Giuda e di Beniamino, i sacerdoti e i leviti" - Esdra 1:5
Due tribù e il clero. Il primo legno.
E prima che qualcuno faccia sempre la solita obiezione: singoli del nord erano passati a Giuda già prima del 722 — sacerdoti e leviti cacciati da Geroboamo (2 Cronache 11:13-16), gente "di Efraim, di Manasse e di Simeone" che si unì ad Asa (15:9), qualcuno che accettò l'invito di Ezechia alla Pasqua (30:11). Nel tempio di Gerusalemme, sei secoli dopo, c'è una profetessa "della tribù di Aser" - Luca 2:36
Sangue del nord, dentro Giuda, ce n'è. Non lo neghiamo.
Ma Anna è una vedova di ottantaquattro anni che non esce mai dal tempio. Non è un "pieno di nazioni". Una casa non è una somma di individui: è una tribù, con un nome e un registro. E quando le tribù tornano, si contano: Esdra le contò, famiglia per famiglia (Esdra 2), e ne contò tre.
Rileggano questo versetto coloro che cercano di forzare una scrittura per interesse personale: ne contò tre – Esdra 1:5
C'è di più. Se le tribù fossero tornate, come dice qualcuno, a ciascuna spetterebbe un pezzo di terra preciso, con i suoi confini, come la Legge aveva stabilito (Numeri 26:52-56) e come Giosuè lo aveva tracciato tribù per tribù - Giosuè 13-19
E quella terra non si perde per prescrizione: "l'eredità non passerà da una tribù all'altra" (Numeri 36:9), e al giubileo ciascuno torna nella sua - Levitico 25:10, 13
Se Efraim fosse tornato, non solo dovrebbe essere chiaro chi è chi, ma ogni tribù avrebbe anche la propria terra da reclamare. Nessuno la reclama.
Anche nella visione del tempio finale si vedono i territori assegnati con i confini tracciati uno per uno (47:13–48:29), e quella terra non l'ha mai vista nessuno.
Tanto meno Giuda. Chi tornò nel 538 rientrò come provincia di un impero, senza il fratello. E il capitolo dei due legni chiede che i due diventino uno nella mano di Dio prima di entrare nel paese (37:17, 22): quella mano, lo vedremo, si chiude nel deserto.
Nel 538 nessuno si è unito a nessuno.
Quindi il ritorno di Esdra non è certo il ritorno di Ezechiele 37.
Manca qualcosa?
| Coloro che allevano vacche rosse o vorrebbero costruire il tempio, dimenticano qualcosa? |
Il patto con due destinatari
Il capitolo più citato dalla cristianità, dopo i Vangeli, è forse Geremia 31: il "nuovo patto".
Lo citano dal versetto 31.
Leggiamolo intero: "Concluderò con la casa d'Israele e con la casa di Giuda un patto nuovo".
Due case.
L'autore della lettera agli Ebrei lo riporta parola per parola, senza togliere nulla (8:8). E il capitolo è tutto per il nord: "Efraim è il mio primogenito" (31:9); "Io ho udito Efraim che si lamentava… le mie viscere si commuovono per lui" (31:18-20); le sentinelle sui monti di Efraim che gridano "saliamo a Sion" (31:6). E il nostro 31:37, il cielo da misurare, sta in fondo allo stesso capitolo.
La cristianità è stata molto zelante a intestarsi il patto estirpando i destinatari.
Ma i destinatari sono nel testo, e sono due case, tutte e due di Giacobbe. Non ce n'è una terza.
Chi è nel patto nuovo è dentro una di quelle due case, oppure non è nel patto.
Il patto non ha un'altra casa tra i firmatari.
Questo mette fuori gioco tutti, da tutte e due le parti.
Chi dice "Israele è stato rigettato" deve spiegare con chi ha stipulato il patto in cui crede di stare.
Chi dice "noi siamo un'altra cosa rispetto a Israele" ha appena ammesso di non essere né Giuda né Israele.
Entrambi, dunque, stanno dichiarando di non essere in quel patto, visto che quel patto parla di Israele e di Giuda e basta. Allora in che patto sarebbero?
Le due parole di Giacobbe, in bocca a Paolo
Romani 11:25. La frase che la cristianità ha letto per diciotto secoli come un autoritratto: "un indurimento parziale è avvenuto in Israele, finché sia entrata la pienezza delle nazioni; e così tutto Israele sarà salvato".
Pienezza delle nazioni. Plēroma tōn ethnōn.
Sono le due parole di Genesi 48:19, e Paolo le traduce dall'ebraico alla lettera: melo, pienezza, plēroma. Non prende la formula della Settanta, che in quel versetto dice "moltitudine".⁶ Va all'originale.
Un rabbino formato ai piedi di Gamaliele, che sta spiegando il "mistero" di Israele, prende dalla bocca di Giacobbe il nome che il patriarca aveva dato a Efraim, e lo mette al posto esatto in cui tutto Israele torna a essere salvo.
"E così tutto Israele": tutto, pas. Non "il resto di Giuda". Tutto Israele si salva quando entra la pienezza delle nazioni, cioè quando rientra Efraim.
Le due case, una mano. È Ezechiele 37 in greco.
E i "gentili" a cui Paolo scrive? Non sono altro da Israele nemmeno loro.
Paolo dice loro: "voi un tempo foste disubbidienti a Dio" (11:30). Non si disubbidisce a un patto che non si ha; si disubbidisce a uno che si è dimenticato. E il patto con i padri era "per la loro discendenza, di generazione in generazione, un patto perpetuo" (Genesi 17:7), stipulato "anche con chi non è qui oggi con noi" - Deuteronomio 29:14-15
Chi lo dimentica non ne esce: resta un disubbidiente.⁷
Solo i disubbidienti potevano "tornare al Pastore" – 1 Pietro 2:25
Solo le pecore originali potevano riconoscere la voce del Pastore e tornare ad essere un solo gregge – Giovanni 10:4, 5, 16
Così il posto che la "chiesa" crede di avere accanto a Israele è assegnato da sempre: ha il nome di un regno.
Israele non resta soltanto al centro del proposito di Dio: non lascia posto a nessun altro.
Nel primo secolo lo sapevano tutti
Giacomo scrive "alle dodici tribù che sono nella dispersione" (1:1). È un indirizzo, non una figura. Nessuno scrive "nella dispersione" a chi è tornato.
Forse qualcuno doveva avvisare Giacomo: essi erano tornati da un pezzo, secondo la cristianità⁸.
Ma non stiamo dicendo nulla di che. Nel primo secolo lo sapevano tutti: non è una scoperta epocale né un'allegra interpretazione moderna.
Giuseppe Flavio, con il tempio già in cenere, scrive che le dieci tribù "sono ancora oltre l'Eufrate, una moltitudine immensa che non si può contare".⁹ Un ebreo, e un ebreo che non aveva nessun interesse a inventarsi una casa mancante.
4 Esdra, apocrifo, certo, ma testo di quegli stessi anni, fa partire le dieci tribù "verso una regione lontana" e le fa tornare "negli ultimi tempi".
E i rabbini del secolo dopo, nella Mishnà, discutono ancora se le dieci tribù torneranno: si discute il ritorno di chi non è tornato.¹⁰ Non avrebbe senso il contrario.
Quindi fino al primo secolo e oltre, la casa del nord era considerata fuori — per gli apostoli, per il Maestro, per gli storici e per i rabbini.
Oggi la cristianità fa credere che la credenza del ritorno di Efraim sia relativamente recente quando è vero l'esatto contrario. Sono loro che hanno "dimenticato" un pezzo scomodo e fatto di tutto per occultarlo.
Perché manca a tutti
La casa manca a tutti, per strade opposte.
La cristianità che si è messa al posto di Efraim: ha letto "pienezza delle nazioni" allo specchio, e in quello specchio ha visto sé stessa. Il nord non torna, secondo loro, perché il nord è la chiesa. Una casa in meno.
Il dispensazionalismo, che non si mette ufficialmente al posto di Israele, ha fatto il contrario: ha dato a Efraim il posto di Giuda.
"Le dodici tribù sono tutte nell'ebraismo attuale", quindi non c'è nessuno da riportare. Il nord non torna perché è già tornato, dentro il sud. Una casa in meno.
Sostituzione da una parte, assorbimento dall'altra. Due strade, un solo risultato: tutti autoproclamati, nessuno aspetta il secondo legno.
E chi non aspetta il secondo legno legge la fine con un ritorno solo — quello già avvenuto, o quello che non serve.
Da questo dipende tutto quello che segue: il raduno, la rotta, la nascita, e quel tempio che vedremo nella terza parte.
Ma prima, vediamo il ritorno di Israele che applicano alla profezia. Con le loro parole.
La nazione della Roccia
Tel Aviv, venerdì 14 maggio 1948, prima del pomeriggio.
Il Consiglio del Popolo deve leggere la dichiarazione alle quattro, prima che entri il sabato, e alle una non c'è ancora un testo. Il nodo è una parola. Gli osservanti vogliono che ci sia "il Dio d'Israele"; i laici non la vogliono. Ben Gurion trova il compromesso: al posto di "Dio", "Roccia". Tzur Yisrael. Ognuno lo legga come vuole.¹¹
Alle quattro la dichiarazione viene letta. Dio non c'è; c'è la Roccia, in fondo, in una riga. E c'è, in un'altra riga, una frase che ci riguarda: lo Stato "sarà aperto all'immigrazione ebraica e al raduno degli esuli".¹²
Kibbutz galuyot. Il raduno degli esuli è nell'atto di nascita.
Le loro ragioni
Un popolo disperso da diciannove secoli, che ha appena perso un terzo di sé nei forni, torna in tre anni ad avere uno Stato, un esercito e una lingua che nessuno parlava più.
Non è successo a nessun altro popolo della storia.
Chi era lì e ha letto Isaia 66:8 — "chi ha mai udito una cosa simile? nasce forse una nazione in un giorno?" — non ha necessariamente fatto un'operazione di propaganda, non all'inizio almeno. Ha letto quello che aveva davanti agli occhi e probabilmente ci ha creduto.
Ed Ezechiele 37, le ossa: "le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è perduta, siamo perduti" (37:11).
Chi usciva dai campi poteva dire quella frase senza cambiare una parola. Che le abbiano cucita sulla bandiera non ci stupisce.
E soprattutto: per diciannove secoli l'hanno chiesto. Tre volte al giorno, nella decima benedizione della preghiera in piedi: "Suona il grande corno per la nostra libertà, alza il vessillo per raccogliere i nostri esuli, e raccoglici insieme dai quattro angoli della terra".¹³
Poi, un giorno, hanno fatto le valigie.
Chi prega una cosa per diciannove secoli e poi si alza e va, la preghiera l'ha presa sul serio. Questo glielo riconosciamo, e non per cortesia.
I sionisti cristiani, dall'altra parte, hanno preso la stessa lettura e l'hanno messa in copertina: per Hagee il 1948 è "il momento più importante della storia profetica del ventesimo secolo".¹⁴
Il versetto 8 di Isaia 66 è il loro versetto, e il capitolo 37 di Ezechiele il loro capitolo.
Fin qui, le loro ragioni. Ma…
Un legno solo, ancora
Chi è tornato nel 1948?
Nel caso migliore, i discendenti di chi è sopravvissuto nel primo secolo. Nel caso migliore.
E nel primo secolo, l'abbiamo appena visto con Giuseppe Flavio e con gli apostoli, c'erano Giuda, Beniamino e Levi.
Da Giuda, per discendenza, si ricava solo altro Giuda. Non si ricava certo Efraim.
È lo stesso legno del 538. Il primo. Da solo.
E manca tutto il resto del capitolo.
Nessun deserto dei popoli: si è arrivati in nave e in aereo, non "sotto la verga".
Nessuna unione di due case nella mano di Dio: non c'era una seconda casa da unire.
Nessuna tribù in registro: nel paese oggi si è "ebrei", e di tribù ne restano riconoscibili una e mezza — i leviti e i sacerdoti, per cognome.¹⁵
Gli appezzamenti di terra, divisi per tribù, non le ha disegnate nessuno, per il semplice motivo che non c'è nessuno a cui darle.
Quanto a Isaia 66, essi lo citano dal versetto 8 ma il capitolo comincia sette versetti prima, e in quei sette versetti c'è già una nazione — una che costruisce a Dio una casa che Lui non ha chiesto (66:1), che sacrifica e non viene ascoltata (66:3-4), che ha "scelto le sue vie".
La nazione del versetto 8 nasce dopo quella, e contro quella.
Non nasce dal nulla per occupare il nulla: nasce in antitesi a una nazione già seduta, sorda ai richiami.
Se il versetto 8 riguardasse il 14 maggio 1948, la nazione descritta nei versetti 1-4 doveva essere già lì, seduta da un pezzo.
Doveva già esserci una nazione che costruisce al Dio d'Israele una casa (66:1), che gli immola buoi e agnelli (66:3), che Lui chiama e che non risponde (66:4).
Chi c'era, sul paese, fino al 13 maggio 1948, con un altare acceso al Dio d'Israele?
Gli inglesi, che se ne stavano andando? Gli arabi dei villaggi?
Dovremmo supporre che i palestinesi, fino al 13 maggio 1948, offrissero olocausti a Yahweh su un altare di Gerusalemme, e che Isaia li stesse rimproverando per come li offrivano?
Chiunque affermerebbe che questa è un'assurdità.
Ma è esattamente quello che emerge se leggiamo anche il contesto e non ci limitiamo ad estrapolare un versetto.
E questa lettura diventerà molto interessante quando torneremo dall'uomo vestito di lino, citato nella prima parte di questa serie, e l'applicheremo al futuro.
Infatti, il versetto 5 non solo parla di sacrifici indegni, che Dio odia, ma anche di fratelli odiati e scacciati. Chi saranno mai questi fratelli?
Le loro parole
La decima benedizione, quella del corno e degli esuli, gli ebrei la recitano ancora. Tale e quale. Ogni mattina, a Gerusalemme, con la bandiera fuori dalla finestra.
La bocca chiede ancora il raduno che la bandiera dice già compiuto.
Non l'hanno aggiornata, e fanno bene: è il testo a essere onesto, non la bandiera.
La preghiera per lo Stato, composta nel 1948 dal rabbinato, lo chiama "inizio del germogliare della nostra redenzione".¹⁶ Inizio. Lo hanno scritto loro, il primo anno.
E dal 2005 il rabbinato riconosce i Bnei Menashe, una comunità dell'India nord-orientale, come discendenti della tribù di Manasse, e li porta nel paese a gruppi.¹⁷
Se le dodici tribù fossero già dentro, come dicono alcuni, non ne cercherebbero una in India.
Il raduno che dicono compiuto lo stanno ancora facendo, con le loro mani, e lo mettono a verbale contraddicendosi ad ogni volo.
A questo punto qualcuno dovrebbe essere confuso: le tribù del nord sono tornate oppure no?
Le Trombe in Apocalisse
Il libro dell'Apocalisse ha una serie di trombe; e le trombe, nella Bibbia, sono esattamente la cosa che il nord aspetta di sentire.
Torniamo un momento alla decima benedizione del paragrafo precedente.
Comincia con "suona il grande corno".
Non è una formula loro: è Isaia 27:13. "In quel giorno si suonerà la grande tromba, e verranno quelli che erano perduti nel paese d'Assiria e i dispersi nel paese d'Egitto, e adoreranno il Signore sul monte santo". La tromba di Isaia raduna chi è perduto in Assiria — cioè il nord, deportato dall'Assiria — e lo porta al monte.¹⁸
Gesù dice la stessa cosa con lo stesso strumento, e con le stesse due parole: "Manderà i suoi angeli con una grande tromba, ed essi raccoglieranno i suoi eletti dai quattro venti" (Matteo 24:31).¹⁹ "Grande tromba" è il shofar gadol di Isaia 27:13, alla lettera: Gesù non allude a Isaia, lo cita proprio.
E "dai quattro venti" sono le parole che Dio fa dire a Ezechiele sulle ossa: "vieni dai quattro venti, o spirito" (37:9).
Due versetti dell'Antico Testamento in una frase, tutti e due sul nord che torna.
Nell'Apocalisse le trombe, al di là delle chiacchiere esegetiche, non sono solo giudizi sul mondo ma hanno un incarico preciso: radunare gli eletti, che non sono null'altro che la discendenza di Giacobbe, ovvero il popolo di Dio – Matteo 24:31 (vedi anche Deuteronomio 7:6)
E l'ultima delle sette ha un compito dichiarato: "nei giorni della voce del settimo angelo, quando sonerà la tromba, si compirà il mistero di Dio, come Egli lo ha annunziato ai suoi servi, i profeti" (10:7).
Il mistero. Lo abbiamo già incontrato: è la parola di Romani 11:25, dove Paolo lo scioglie con il nome che Giacobbe diede a Efraim.
Paolo dice qual è il mistero; Giovanni dice quando si compie; Ezechiele, "ai suoi servi i profeti", lo aveva mostrato con due legni in mano.
Ecco il quando: è all'ultima tromba che si compie il mistero di Dio, non prima.
Lo dice il Testo, non noi.
Questo ci interessa perché significa che la guerra di Har-maghedon non può avvenire prima: prima deve compiersi il raduno di Efraim e il raduno si completa solo durante l'ultima tromba.
Il deserto dei popoli
Il nome sta in fondo a Ezechiele 20, un capitolo che quasi nessuno legge fino in fondo perché è lungo e perché è duro.
"Io regnerò su di voi con mano forte, con braccio steso e con furore versato. Vi farò uscire dai popoli, vi raccoglierò dai paesi dove siete stati dispersi, e vi condurrò nel deserto dei popoli, e là entrerò in giudizio con voi, faccia a faccia. Come entrai in giudizio con i vostri padri nel deserto del paese d'Egitto" (20:33-36).
"Vi farò passare sotto la verga, e vi farò entrare nel vincolo del patto. Separerò da voi i ribelli: li farò uscire dal paese dove dimorano, ma non entreranno nel paese d'Israele" (20:37-38) – confronta Apocalisse 14:17-20
Il raduno non fa distinzioni – questo onora la promessa fatta ad Abraamo - ma non tutti entrano, come la generazione che uscì dall'Egitto intera e "cadde nel deserto" - Numeri 14:29
Amos, al nord, l'aveva detto con il suo attrezzo: "Scuoterò la casa d'Israele fra tutte le nazioni, come si scuote il grano nel vaglio" (9:9). Si vaglia in viaggio, non all'arrivo.
La mano di Ezechiele 37 si chiude nel deserto dei popoli: "Efraim non invidierà più Giuda, e Giuda non sarà più ostile a Efraim" - Isaia 11:13
Osea lo aveva promesso a Efraim con le stesse coordinate: "la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore… come quando uscì dal paese d'Egitto" (2:14-15).
Nel deserto c'è chi li aspetta, senza saperlo.
In Apocalisse 12 abbiamo visto una donna fuggire nel deserto (12:6, 14).
È la dirigenza del popolo che torna: si forma dopo i due testimoni, quando la loro predicazione è finita (11:12), e viene messa al riparo per il tempo della bestia.²⁰ E lì aspetta, senza sapere che cosa.
Lo dice Isaia, con la scena più bella del libro: "Chi mi ha generato questi? Io ero senza figli, sterile, esiliata, ripudiata; e questi chi li ha allevati? Io ero rimasta sola, e questi dove erano?" (49:21). "Chi sono questi che volano come nubi, come colombe verso le loro colombaie?" (60:8).
Figli che non sapeva di avere. Non li ha generati, e diventano suoi.
Nel deserto la casa dimenticata da tutti trova la madre che aveva perso, la madre riconoscerà i figli che non sapeva di avere.²¹
La nazione che nasce in un giorno
E adesso Isaia 66:8 si può leggere, perché abbiamo tutto quello che gli sta intorno.
"Nasce forse una nazione in una volta? Eppure Sion, appena in doglie, ha partorito i suoi figli".
Ciò che nasce sono figli: gente, non territorio.²² Una nazione è un popolo con un patto e una guida, e il deserto dà tutte e due le cose: il vincolo del patto e la donna.
Quindi la nazione nasce qui: nel deserto dei popoli, verso la fine dei tre anni e mezzo in cui la donna è nutrita e la bestia è alla fine del suo regno, prima dell'ingresso nella terra promessa.
In un giorno, perché è il giorno in cui i due legni diventano uno nella mano, e un popolo che era due, uno dei quali morto, è di nuovo in piedi. "Un esercito grande, grandissimo."²³
Hanno un patto, una guida e una direzione. Per dove?
L'esodo
Nel primo deserto ci si fermò quarant'anni; da questo si esce, e il testo dice come. Non ne seguiamo la rotta — lo abbiamo fatto altrove — ma tre cose vanno dette, perché senza queste Har-Maghedon non si capisce.
È un secondo esodo, e la Scrittura lo chiama così. "In quel giorno il Signore stenderà una seconda volta la mano per riscattare il resto del suo popolo… dall'Assiria, dall'Egitto… e dalle isole del mare. Alzerà un vessillo per le nazioni, raccoglierà i dispersi d'Israele e radunerà gli scacciati di Giuda dai quattro canti della terra" - Isaia 11:11-12
Una seconda volta. E i dispersi d'Israele — il nord — vengono nominati prima degli scacciati di Giuda.²⁴ Il giuramento del nostro esergo dice il resto: non più "Dio che ci fece uscire dall'Egitto", ma "Dio che ci fece uscire dal paese del settentrione" - Geremia 16:14-15; 23:7-8
Un esodo che manda in pensione il primo.
Chiunque stia sul paese in quel momento, non è il popolo che torna.
Questa è la questione più scomoda.
Se il raduno viene dopo una dispersione, e la dispersione viene dopo una distruzione, allora fino al momento in cui il popolo si forma nel deserto, nella terra promessa c’è qualcun altro.
Chi? Il testo ha un nome per lei, e due capitoli interi solo nell’Apocalisse.
Chi siede sul paese
Chi siede sul paese, quando il popolo torna dal deserto, la Scrittura lo chiama con un nome che abbiamo già studiato: Babilonia la Grande, "la gran prostituta che siede su molte acque" - Apocalisse 17:1
Non Roma, non una chiesa: Israele apostata, seduto sulla terra promessa. Lo abbiamo mostrato altrove con il testo in mano, e qui rimandiamo.²⁵
Ma una precisazione la dobbiamo, perché senza questa il finale non è chiaro.
Babilonia non è tutto il popolo. È chi lo governa: "la gran città che regna sui re della terra" (17:18). Come la donna del deserto è la dirigenza di chi torna, la donna sul paese è ancora la dirigenza di chi è rimasto.
Due donne, due governi. Dentro la seconda, singolarmente, ci sono ebrei. Molti, forse.
Ma questi, purtroppo per loro, non sono "usciti da essa" per tutto il periodo che ne hanno avuto opportunità.
Chi è uscito è uscito. Chi è rimasto, da lì in poi, è Babilonia, e ne condivide la sorte.
Quale sorte, lo dice il capitolo 17, e lo dice con i nomi degli esecutori: "Le dieci corna e la bestia odieranno la prostituta, la renderanno desolata e nuda, mangeranno le sue carni e la consumeranno con il fuoco. Perché Dio ha messo nei loro cuori di eseguire il suo disegno" (17:16-17). I suoi amanti. Quelli con cui ha stretto il patto.
Solo dopo questo avvenimento, arriva la guerra di Har-maghedon.
Cosa c'entra tutto questo con il tempio
Qualcuno, a questo punto, se lo starà chiedendo.
Abbiamo aperto con un tempio prima del tempio, e per tutto questo lungo articolo abbiamo parlato di una casa, di ossa, di un deserto e di una prostituta.
Cosa c'entra con il tempio, con l'uomo in lino, con il terzo che passa per il fuoco?
C'entra così.
Chi crede che Efraim sia già tornato o ha una casa sola, ha una distruzione sola, e la mette nell'unico posto dove può metterla: alla fine. Ad Har-Maghedon.
E dentro Har-Maghedon ci mette tutto: il cosiddetto "tempio della tribolazione", i due terzi che cadono (Zaccaria 13:8), il terzo che passa per il fuoco (13:9), l'uomo in lino che segna le fronti prima della spada. Tutto in uno, perché di giorni ne ha solo uno.
Ma noi abbiamo appena visto che ad Har-Maghedon non c'è niente di tutto questo.
Non c'è un terzo che si disperde, perché chi doveva uscire è uscito da anni e chi doveva tornare è già alle porte.
Non c'è nessuno da segnare, perché "uscite da essa" è stato gridato fino all'ultimo giorno utile.
La distruzione finale è totale, e viene dopo il ripescaggio di Efraim e il raduno nel deserto.
Quindi restano in mano tre cose orfane: una distruzione che disperde, un terzo che passa per il fuoco e sopravvive, un uomo in lino che passa per la città prima che la spada arrivi.
E davanti all'uomo in lino, un tempio in funzione, con l'incenso che sale, e Dio che lo considera già perduto.
Quando? Non ad Har-maghedon, ovviamente.
Non a metà dell’Apocalisse: lì ci sono i due testimoni vestiti di sacco che predicano e nessuna distruzione in vista nell'immediato.
Neppure subito dopo, perché chi lo occupa abolisce completamente il sacrificio, non ne istituisce uno “indegno” - Daniele 12:11; Apocalisse 11:7
Rimane un "posto" solo.
Prima di tutto questo. Prima del deserto, prima delle trombe, prima del sigillo che toglie la pace dalla terra - Apocalisse 6:4
C'è una distruzione lì, quella che manda il terzo al vento (Ezechiele 5:2) perché ci sia qualcuno da radunare poi - Lamentazioni 1:3; Ezechiele 37:14
Una distruzione iniziale, dovuta a un certo tempio.
Un tempio che, quando arriva quella spada, è già in piedi e funzionante.
Un tempio in cui si scanna un bue ma "è come se si uccidesse un uomo"; si sacrifica un agnello ma è "come se si accoppasse un cane" – Isaia 66:3.
Prima di tutto.
È il tempio prima del tempio. Ed è la terza parte di questo articolo.
NOTE
¹ Ezechiele 33:21-22: il dodicesimo anno della deportazione di Ioiachin (597 a.C.: 2 Re 24:12-15; Ezechiele 1:2), decimo mese, quinto giorno — gennaio del 585. Da quel giorno il profeta, muto dal 24:27, riprende a parlare. Il capitolo 37 non porta data propria: sta tra questo annuncio e la visione del tempio, datata al venticinquesimo anno (40:1). La scena dei due legni si svolge quindi a Gerusalemme già caduta.
² L'ebraico è 'etz, "legno": le versioni rendono "bacchetta", "pezzo di legno", "tavoletta", "asta". Non è uno scettro e non è un bastone da comando: è un pezzo di legno su cui si può scrivere. La scena è una lezione con due oggetti in mano, non un'investitura.
³ 2 Re 17:18 chiude il regno del nord con quella frase; 17:24 elenca chi l'Assiria mise al suo posto (gente di Babilonia, Cuta, Avva, Camat, Sefarvaim): da lì i samaritani, che in Esdra 4:1-3 chiederanno di "edificare con voi" e saranno respinti. Non erano il secondo legno: erano chi ne aveva preso il posto.
⁴ 1 Re 12:21: Roboamo raduna "la casa di Giuda e la tribù di Beniamino"; 2 Cronache 11:13-14: i sacerdoti e i leviti lasciano i loro pascoli e passano a Giuda. Da qui "Giuda" nella Scrittura è il regno del sud con Beniamino e parte di Levi, ed "Efraim" (o "Giuseppe", o "Israele" in opposizione a Giuda) è tutto il nord. Il parallelo più chiaro è Isaia 7:17 ("dal giorno in cui Efraim si separò da Giuda") e il libro di Osea per intero.
⁵ Melo ha-goyim, Genesi 48:19. Melo è "pienezza, ciò che riempie" (lo stesso di Salmo 24:1, "la terra e ciò che la riempie"). Le versioni rendono "moltitudine di nazioni", "pienezza di nazioni", "una folla di nazioni".
⁶ Settanta, Genesi 48:19: plēthos ethnōn, "moltitudine di nazioni". Romani 11:25: plērōma tōn ethnōn, "pienezza delle nazioni". Paolo non cita la Settanta: traduce l'ebraico melo con il suo equivalente esatto. Che lo faccia nel verso in cui "tutto Israele sarà salvato" è l'ancora verbale su cui poggia tutta la nostra lettura del "mistero" di Romani 11. [Verificare il lemma della Settanta su edizione critica, in revisione.]
⁷ Che i "gentili" di Romani 9-11 siano in larga parte la casa del nord mescolata alle nazioni — il "non mio popolo" di Osea 1:9, detto della casa d'Israele, che torna "popolo" (Romani 9:24-26; 1 Pietro 2:10) — lo argomentiamo per intero altrove. Qui teniamo il verbo di 11:30, "disubbidienti", e due ancore sulle pecore: Pietro scrive "siete tornati al pastore" (2:25) a destinatari che chiama "dispersi" (1:1), e si torna dove si è già stati; "un solo gregge, un solo pastore" (Giovanni 10:16) è Ezechiele 37:24, "avranno tutti un solo pastore" — sette versetti dopo i due legni. Le obiezioni classiche (Romani 2:12; Efesini 2:12) hanno risposta nello stesso articolo.
⁸ Che le dodici tribù fossero ancora attese, e non tornate, lo disse anche Chi poteva smentirlo: agli undici che gli chiedono "è in questo tempo che ricostituirai il regno a Israele?" (Atti 1:6) Gesù corregge il quando, non la domanda (1:7); e aveva promesso "dodici troni per giudicare le dodici tribù d'Israele" (Matteo 19:28), al futuro. Paolo, davanti ad Agrippa, parla ancora delle "nostre dodici tribù" al presente (Atti 26:7) — l'oggetto della speranza lì è la risurrezione (26:8), e del versetto prendiamo solo il numero.
⁹ Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche XI, 133 (XI, 5, 2), composte verso il 93-94 d.C. [Da verificare su edizione, con traduzione.]
¹⁰ 4 Esdra 13:39-47 (fine I secolo d.C.); Mishnà, Sanhedrin 10:3: Rabbi Akiva sostiene che le dieci tribù non torneranno, Rabbi Eliezer che torneranno. Nessuno dei due sostiene che siano tornate: è tutto ciò che ci serve.
¹¹ La trattativa sulla parola "Dio" e il compromesso su Tzur Yisrael ("Roccia d'Israele") sono raccontati in Great Moments in Jewish History [riferimento completo da recuperare dall'articolo del 2020 e verificare]. La "Roccia d'Israele" compare nell'ultimo paragrafo della Dichiarazione. Il titolo è biblico (2 Samuele 23:3; Isaia 30:29), e proprio per questo funzionava: gli osservanti leggevano Dio, i laici leggevano il paese.
¹² Dichiarazione d'indipendenza dello Stato d'Israele, 14 maggio 1948: lo Stato "sarà aperto all'immigrazione ebraica e al raduno degli esuli" (kibbutz galuyot). La Legge del ritorno del 1950 ne è l'attuazione.
¹³ Amidà (o Shemonè Esrè), decima benedizione, Teqa' be-shofar gadol: "Suona il grande corno per la nostra libertà, alza il vessillo per raccogliere i nostri esuli, e raccoglici insieme dai quattro angoli della terra. Benedetto sei tu, Signore, che raccogli i dispersi del tuo popolo Israele". Recitata nei tre uffici quotidiani. Il vessillo e i quattro angoli sono di Isaia 11:12.
¹⁴ John Hagee, Jerusalem Countdown (2006). La stessa lettura di Isaia 66:8 ricorre in Lindsey e nei materiali dell'ICEJ.
¹⁵ Levi e Kohen (con le varianti: Levy, Cohen, Kahn, Katz…) sono le uniche appartenenze tribali che l'ebraismo attuale conserva con effetti pratici (chiamata alla Torà, benedizione sacerdotale, restrizioni matrimoniali). Per tutte le altre tribù non esiste alcun registro, e l'ebraismo stesso lo riconosce.
¹⁶ Tefillà li-shlom ha-medinà, "Preghiera per la pace dello Stato", composta nel 1948 dal rabbinato capo (con l'intervento, secondo la tradizione, di S.Y. Agnon): lo Stato è chiamato reshit tzemichat ge'ulatenu, "inizio del germogliare della nostra redenzione".
¹⁷ I Bnei Menashe (Manipur e Mizoram, India) sono stati riconosciuti come "discendenti d'Israele" dal rabbino capo sefardita Shlomo Amar nel 2005; l'immigrazione è avvenuta a scaglioni, con conversione formale all'arrivo. La conversione richiesta dice da sola che il registro non è in mano loro: li riconoscono come Manasse e li fanno convertire come stranieri.
¹⁸ Isaia 27:13: "perduti nel paese d'Assiria" (ha-ovdim be-eretz Ashur) e "dispersi nel paese d'Egitto". L'Assiria è la deportazione del nord (2 Re 17:6); l'Egitto è dove parte di Giuda fuggì dopo il 587 (Geremia 43-44). Le due case, ognuna dal suo indirizzo. La decima benedizione della Amidà riprende il versetto quasi alla lettera (shofar gadol).
¹⁹ Matteo 24:31 nel testo critico (Nestle-Aland): meta salpingos megalēs, "con una grande tromba". Il Textus Receptus, seguito da Diodati e da molte versioni, ha meta salpingos phōnēs megalēs, "con gran suono di tromba", che allenta il legame con Isaia. Ne abbiamo parlato per esteso altrove [articolo]. Qui teniamo il testo, non la tradizione.
²⁰ Per la donna di Apocalisse 12 come dirigenza del popolo che torna, e per le due donne a confronto (17-18 e 12, 19), rimandiamo a "La nazione chenascerà in un sol giorno".
²¹ Isaia 49:21; 60:4, 8; 54:1-3. In tutti e tre i luoghi la donna si stupisce: la sorpresa è nel testo. Genesi 48:5: i figli del figlio diventano figli; a Efraim spetta, fin dall'inizio, una madre che non l'ha partorito.
²² Isaia 66:8 in ebraico ha due parole: "nascerà forse un paese (eretz) in un giorno? nascerà una nazione (goy) in una volta?" — e il verso chiude: "Sion ha partorito i suoi figli". Domanda doppia, risposta una: ciò che nasce sono i figli. La parola "deserto" non sta nel capitolo 66; l'ancora per la collocazione è Ezechiele 20:37 (il patto nel deserto) e Apocalisse 12:6, 14 (la donna nel deserto per il tempo della bestia). Lo dichiariamo per quello che è: la lettura che fa stare i tre capitoli uno accanto all'altro senza tagliarne uno.
²³ Ezechiele 37:10. L'esercito che si alza nella valle è il popolo che entra nel paese, e non va confuso con la grande folla di Apocalisse 7:9, che si vede ai sigilli e fa parte delle primizie destinate al cielo. Qualcuno di questi può trovarsi fino all’ultimo anche nel deserto ma la terra, fisicamente, spetta a chi esce dal deserto sotto la verga.
²⁴ Isaia 11:11-16: "una seconda volta" (v. 11); "i dispersi d'Israele e gli scacciati di Giuda" (v. 12); la strada "dall'Assiria, come ce ne fu una per Israele il giorno che salì dal paese d'Egitto" (v. 16). La "seconda volta" parte dall'Assiria, cioè riguarda i dispersi del settentrione, ovvero Efraim e le altre tribù del nord.
²⁵ Per l'identificazione di Babilonia la Grande con Israele apostata seduto sulla terra promessa [articolo]. Isaia 1:21, "la città fedele è diventata una prostituta", e Isaia 47:8-11, "non sederò vedova… ma queste due cose ti verranno in un giorno", danno a Giovanni il vocabolario; Geremia 3:1-2 ed Ezechiele 16 e 23 il resto. Si veda anche il seguente articolo






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