“L'organizzazione di Dio”

Ovvero come vincere le cause davanti al mondo e perderle davanti a Dio 

 

Comunque, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di cosa direte o di come lo direte, perché ciò che dovrete dire vi sarà reso noto in quel momento; infatti non sarete voi a parlare, ma sarà lo spirito del Padre vostro a parlare mediante voi – Matteo 10:19-20, Traduzione del Nuovo Mondo 2017

 

Immaginate un negoziante che nella stessa giornata dice due cose opposte.

La mattina, a un cliente nuovo entrato per caso: «La nostra ditta è nata nel 1919. Prima di noi, sul mercato, solo ciarlatani».

Il pomeriggio, a un cliente che torna da mesi e azzarda un dubbio — ma non potrei comprare altrove? —: «Si figuri. La nostra ditta è sempre esistita. Da sempre. Non c'è mai stato nessun altro».

Nata nel 1919, ed esistita da sempre. Lo stesso negoziante, lo stesso bancone, la stessa giornata.

Non è un negoziante. È un argomento. E lo usano in tanti.

Conviene dirlo subito, perché decide come va letto tutto il resto. Quello che segue prende un caso solo e lo segue da vicino: una sola organizzazione, i suoi libri, le sue date, le sue cause. Ma il caso è un campione, non un bersaglio. Il meccanismo non è loro: è di chiunque si proclami il canale visibile di Dio sulla terra e debba poi, con quella pretesa addosso, durare dentro il mondo.

E se il tema fosse il denaro, non staremmo nemmeno guardando nella direzione giusta. I cugini avventisti — nati dalla stessa delusione del 1844, dalla medesima aritmetica sbagliata sulla fine del mondo — hanno l'intesa con lo Stato italiano dal 1986, e da decenni incassano quell'otto per mille che ai Testimoni di Geova è stato negato. Stessa radice, altro ramo, rubinetto aperto. Di organizzazioni più ricche, e meglio agganciate, ce n'è quante se ne vogliono.

Il che rende la domanda più interessante, non meno. Perché se il problema fosse l'avidità di un gruppo, basterebbe cambiare gruppo.

«Dio ha sempre avuto un'organizzazione sulla terra.»

È una di quelle frasi che si ripetono tanto spesso da smettere di ascoltarle. Un mantra. E i mantra hanno un difetto: funzionano finché nessuno li prende sul serio.

Proviamo a prenderlo sul serio. Solo per un pomeriggio.

E prendiamolo sul serio là dove nasce perché quella frase ha un luogo e un momento preciso.

Non esce all'inizio. All'inizio si parla d'altro: il paradiso, i morti che dormono, il nome di Dio. Esce dopo, allo studio biblico, quando lo studente ha già annuito a molte cose e un giorno, timido, chiede: ma io, a modo mio, non potrei?

È lì che cala la carta. «Vedi, non puoi fare di testa tua: Dio ha sempre avuto un'organizzazione sulla terra.»

Peccato che, qualche anno prima, quello stesso studente avesse sentito un'altra data. Una molto più precisa.

Perché la frase del 1919 e la frase del «sempre» non vivono nella stessa pagina. Vivono in due stanze diverse, e fanno due mestieri diversi. Il 1919 serve a dire chi sono loro: il ripristino, i soli, gli unici dopo diciotto secoli di buio.

Il «sempre» serve a dire cosa non puoi fare tu: andartene per conto tuo. Una frase si vanta, l'altra recinta.

E non è un caso nemmeno dove la frase del «sempre» sia stata scritta. Non in un volantino da lasciare sull'uscio — lì basta e avanza il «1919» a dire in una riga chi sono. La si trova al capitolo ventitré di un libro che si presentava da sé come il manuale di studio: lo dichiarava il libro stesso, descrivendo lo studio che si teneva in casa su «una pubblicazione di studio biblico come quella che state leggendo».

Capitolo ventitré: uno degli ultimi. Arrivava cioè a chi aveva già percorso ventidue capitoli, a chi era andato avanti per mesi, sia nello studio che alle loro adunanze, e cominciava — proprio allora — a porre la domanda scomoda.

E guardate come si chiudeva, quel capitolo. Con un invito a uscire e a entrare: lasciare la propria religione, comunicarle il proprio ritiro, firmare il trasloco. Era il capitolo della soglia. E la parola che serve a non farti più tornare indietro — «Dio ha sempre avuto un'organizzazione» — stava, guarda caso, proprio lì, sulla soglia.

Nota. Quel libro oggi non si studia più — parlava ancora della «generazione del 1914», dottrina che hanno poi dovuto ritoccare. Ne sono venuti altri, e altri ancora verranno. Ma non è il libro, il punto. Il punto è che il concetto — «Dio ha sempre avuto un'organizzazione» — è passato indenne da un manuale all'altro, liscio, mai corretto. Cambiano i volumi; lo slogan resta. Anzi: è proprio ciò che sopravvive a ogni revisione a meritare un'occhiata.

Ma torniamo al punto, perché è lì che tutto si gioca. 

«Sempre» non lascia buchi. Significa anche nel IV secolo. Anche nel 1100. Anche nel 1400, anche nel 1600. Significa che in ogni epoca, dalla morte degli apostoli a oggi, sulla terra ci sarebbe stata quell'organizzazione visibile, riconoscibile, depositaria della verità. È un'affermazione enorme. Ed è, almeno in teoria, verificabile: se una cosa è esistita sempre, dovrebbe pur lasciare una traccia in ogni secolo. Un nome. Un luogo. Qualcuno.

Allora facciamo la cosa più semplice e più leale che ci sia. Chiediamo di riempire quel «sempre». Non con le nostre fonti: con le loro. Chiediamo di mostrarci l'organizzazione di Dio sulla terra nel 1400.

E apriamo proprio il libro in cui loro raccontano la propria storia.

È un volume dedicato esattamente a questo: ricostruire il filo del popolo di Dio dai primi cristiani fino a oggi. Un intero capitolo copre i secoli di mezzo, quelli bui, dalla morte dell'ultimo apostolo fino all'Ottocento. Ed è un capitolo affollato: ci passano Ignazio di Antiochia, Cipriano di Cartagine, Agostino, l'imperatore Costantino. E più avanti Lutero, Zwingli, Calvino. E poi Miller, e perfino Marx e Darwin.

Decine di nomi. Un panorama di quindici secoli.

E adesso fermiamoci, e poniamo l'unica domanda che conta: in tutto questo affollarsi di nomi, dov'è il popolo di Dio?

Non c'è.

Rileggete il capitolo riga per riga. I nomi che fa sono tutti — tutti — di apostati, di filosofi pagani, di vescovi che costruiscono la gerarchia, di riformatori che il libro stesso giudica insufficienti. Non un fedele. Non un gruppo. Non un anello di quella catena che dovrebbe correre «sempre», ininterrotta, di secolo in secolo. Il libro che racconta la storia del popolo di Dio non riesce a nominare, per quindici secoli, il popolo di Dio.

E attenzione, perché qui bisogna essere precisi, o ci rispondono in dieci secondi. Il libro non scrive da nessuna parte «in quei secoli non ci fu alcun fedele» (e non possono dirlo perché, nella loro stessa dottrina, i 144.000 sarebbero spalmati su 2000 anni di storia). Non lo dice. Semplicemente, raccontando, non ne trova nessuno da nominare. È un silenzio, non una dichiarazione. Ma è un silenzio che pesa come una confessione: quando devi tracciare la linea della fedeltà attraverso i secoli, e lungo quella linea non sai scrivere un solo nome, la linea non c'è.

E i grandi nomi? Quelli che un lettore frettoloso si aspetterebbe di trovare — Lutero, Calvino, i riformatori che almeno qualcosa contro Roma la fecero? Il libro li esamina, e li scarta. Con parole sue: la Riforma «non segnò un ritorno alla vera adorazione e alla vera dottrina». Si tennero la Trinità, l'immortalità dell'anima, la divisione fra clero e laici; continuarono, dice, a far parte del mondo. Bocciati. Quindi non provate nemmeno a tirarli in ballo come anelli della catena: a toglierli di mezzo sono stati loro, non noi.

E allora dove va a finire, la storia dell’organizzazione sempre esistita in quel libro? Guardate l'indice, è lì che si legge tutto. Un capitolo: «I cristiani del primo secolo». Quello dopo: «Si sviluppa la grande apostasia». E quello dopo ancora salta direttamente all'Ottocento, al «ritorno del Signore» e a un «piccolo gruppo di studenti biblici» — loro.

Dal primo secolo all'Ottocento. In mezzo, un unico capitolo, e si chiama apostasia.

Diciotto secoli. Il «sempre» della prima frase doveva riempirli tutti. Il loro stesso libro di storia li attraversa senza trovarci dentro nessuno.

A questo punto rimettiamo sul tavolo le due frasi da cui siamo partiti. Una accanto all'altra, nude.

La prima: Dio ha sempre guidato i suoi servitori in maniera organizzata. In maniera organizzata: cioè con un'organizzazione. Sempre: cioè in ogni epoca, senza interruzione.

La seconda, dalla loro stessa letteratura: quell'organizzazione — il canale che guida, che amministra, che dispensa il cibo spirituale — fu costituita nel 1919.

Non c'è modo di tenerle entrambe. O «sempre», o «dal 1919». Delle due, almeno una è falsa. E a sceglierle non siamo stati noi: le hanno scritte loro, su due pagine della stessa casa.

Capite adesso perché servivano due stanze. «Sempre» è la frase da dire allo studente che resiste: non puoi fare di testa tua, non sei mai stato un'eccezione, Dio ha sempre lavorato così.

«Dal 1919» è la frase da dire al primo contatto: tutto il resto era buio, noi siamo la luce tornata. L'una recinta, l'altra incorona. E l'una smentisce l'altra, perché non possono stare in piedi insieme.

Resta un ultimo appiglio, ed è giusto concederglielo prima che lo usino loro. Potrebbero dire: «Ma noi non intendevamo un'organizzazione ininterrotta. Intendevamo che, nei secoli bui, c'erano comunque singoli fedeli sparsi qua e là». Benissimo. Ma allora cade il «sempre» organizzato, perché dei singoli sparsi non sono un'organizzazione — sono l'esatto contrario di un canale unico, visibile, riconoscibile. E se davvero bastavano dei singoli fedeli, ciascuno per conto proprio, a tenere viva la fiamma per diciotto secoli, allora cade anche la domanda con cui tutto era cominciato: perché io, a modo mio, non potrei?

Potevano. Per diciotto secoli, stando alla loro stessa storia, non c'era nient'altro.

 

Pastori e maestri o avvocati e commercialisti?

Prima di andare avanti, però, va fatta la concessione più importante di tutte — e conviene farla noi, perché è esattamente quella che aspettano. Nel Nuovo Testamento gli incarichi esistono, e Paolo li elenca: «È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori» (Efesini 4:11). Ruoli assegnati, non spontaneismo. Ed è uno dei versetti che citano più spesso, per una ragione semplice: dice davvero questo. Lo dice anche la loro traduzione, che qui rende allo stesso modo — «altri come evangelizzatori, altri ancora come pastori e maestri». Su questo non c'è nulla da obiettare.

Ma la frase non finisce lì, e la coda è decisiva. Quegli incarichi, scrive Paolo, sono dati «per il perfezionamento dei santi in vista dell'opera del ministero e dell'edificazione del corpo di Cristo» (Efesini 4:12). C'è dunque uno scopo dichiarato, ed è tutto interno: far crescere delle persone. Non amministrare un patrimonio, non ottenere riconoscimenti, non difendere una posizione davanti al mondo.

Quindi la domanda non è se Dio abbia mai assegnato incarichi, né se il suo popolo sia mai stato organizzato. Li ha assegnati, e da Mosè in poi quel popolo fu organizzatissimo: censimenti, accampamento disposto per tribù, sacerdozio, turni di servizio. Su questo non c'è partita e non la cerchiamo. Le cose che contestiamo sono due, e conviene dirle separate. La prima: che quegli incarichi si traducano nell'organizzazione nel senso che le danno oggi — una persona giuridica con sede centrale, comitati, uffici legali, bilanci e un patrimonio da difendere. La seconda: che una cosa simile sia esistita sempre, sulla terra, senza interruzioni. E la seconda, l'abbiamo appena vista andare in cortocircuito da sé.

Sulla prima, provate un esperimento. Rileggete l'elenco di Paolo come lo riscriverebbe l'apparato di oggi, secondo le competenze che gli servono davvero: «È lui che ha dato alcuni come avvocati, altri come giudici, altri come commercialisti e revisori dei conti». Suona? Stona.

Ed è esattamente il punto: quella è la lista dei mestieri che tengono in piedi una struttura come quella, e non proprio la lista che Paolo aveva in mente. Un pastore e un ufficio legale non sono esattamente la stessa cosa, e nessuna traduzione li farà diventare tali.

 

Fare riconoscere l’opera legalmente?

Non è una questione che si risolva a tavolino. Perché un'organizzazione non si giudica da come si descrive, ma da come si comporta. Fin qui abbiamo guardato cosa dice di essere: mettiamo da parte le parole e guardiamo i gesti. Vediamo come viene gestita, questa “organizzazione di Dio”, quando arriva il momento difficile.

E il momento difficile, per chi si dichiara «pecora in mezzo ai lupi», ha una forma precisa: il tribunale.

A questo riguardo c'è un versetto che viene citato a memoria da chiunque: Paolo che, davanti a Festo, grida «Mi appello a Cesare!» (Atti 25:11). Ecco, dicono: anche l'apostolo usò il tribunale dell'impero. Anche lui si tutelò legalmente. Dunque è lecito, anzi doveroso, «stabilire legalmente» l'opera (Filippesi 1:7).

Bene. Prendiamo il versetto sul serio, come abbiamo fatto con lo slogan. E leggiamolo fino in fondo, non solo fino alla virgola comoda.

Perché l'appello di Paolo ha un esito, ed è scritto poco dopo. Lo pronuncia il re Agrippa, e nessuno lo cita mai: «Quest'uomo poteva essere liberato, se non si fosse appellato a Cesare» (Atti 26:32). Fermiamoci su questa riga. L'appello a Cesare non salvò Paolo. Lo incatenò. Lo spedì a Roma, verso il processo e, alla fine, verso la morte. Non fu uno scudo per cavarsela: fu un biglietto di sola andata verso il banco dei testimoni più alto dell'impero, esattamente dove Paolo voleva arrivare per testimoniare.

Sentite la differenza? Paolo non si appella a Cesare per conservarsi. Si appella per esporsi di più e portare la testimonianza più lontano. Usa il tribunale del mondo per andare incontro ai lupi, non per costruirsi il recinto blindato e assumere i cani da guardia. Leggere quell'episodio come «procuratevi un buon avvocato» significa capovolgere ciò che accadde: la vittima diventa il querelante, chi va verso la morte diventa chi si mette in salvo.

E non è un caso isolato. Ogni volta che i primi cristiani finirono davanti a un tribunale, fecero una cosa sola: testimoniarono. Non chiesero mai un riconoscimento giuridico, un timbro, una tutela. Gli ascoltatori avrebbero dovuto accettare la verità nel loro cuore: non era una battaglia per cambiare le loro leggi (Atti 26:27-29). È esattamente ciò che Gesù aveva predetto: sarete trascinati davanti a governatori e re (Matteo 10:18; Marco 13:9). Trascinati. Non «trascinerete». Non «citerete in giudizio». Il verbo è quello della preda portata a forza, mai quello del querelante che porta.

C'è poi un versetto che, da solo, vale un discorso. Paolo rimprovera i cristiani che portavano le loro liti davanti ai tribunali, e chiede: perché andate a farvi giudicare «dinanzi agli ingiusti anziché dinanzi ai santi?» (1 Corinti 6:1). È Paolo stesso a dare dell'ingiusto a quel foro. E allora ecco il cortocircuito: se tu per primo riconosci ingiusto un tribunale, con che faccia poi gli corri davanti a chiedere il riconoscimento della tua opera? Chi è ingiusto non è il giudice a cui si domanda la patente di legittimità.

Resta la carta migliore che possano giocare, e tocca a un'unica parola: Paolo, in Filippesi, parla di «difesa e conferma» del vangelo, e nella loro traduzione quel passo diventa «far riconoscere legalmente la buona notizia» (Filippesi 1:7). Legalmente: cioè nei tribunali, con le leggi degli uomini. Su questo hanno costruito un'intera dottrina della tutela giuridica.

E diciamolo noi, prima che lo dicano loro: una sfumatura legale, in quella parola greca, esiste davvero. I papiri la usano per la garanzia che accompagna una compravendita. Non ce la siamo inventata noi, e non se la sono inventata loro.

Solo che nei papiri quella garanzia la presta il venditore. È chi si espone a garantire. Chiedere di essere riconosciuti è il gesto opposto: è presentarsi davanti a un terzo perché garantisca lui.

Ma il punto vero non è l’avverbio. È il verbo. Far riconoscere. E' un causativo. E un causativo pretende qualcuno che riconosca.

Riconoscere da parte di chi, secondo la loro traduzione?

Non da parte di chi ascolta la predica: da quello non si ottiene un riconoscimento legale. Si ottiene da un ufficio. Da un tribunale. Da quegli stessi che, due lettere più in là, Paolo chiama ingiusti (1 Corinti 6:1).

Aprite una qualunque altra traduzione — CEI, Diodati, Luzzi, Nuova Diodati, le Paoline — e lì non c’è nessuno da convincere: c’è «conferma», «consolidamento». Il rafforzamento della fede. Paolo garantiva il vangelo in proprio, con le catene ai polsi.

Ma mettiamo da parte anche la filologia, e andiamo al cuore. Fermiamoci un momento a immaginare cosa significhi davvero quella dottrina. Significa un Dio — l'Onnipotente, Colui che ha ordinato le galassie e tiene in piedi l'universo — che si rivolge ai suoi e dice: «Fate di tutto, ragazzi, perché il mondo accetti la Mia opera. Procuratevi i permessi. Ottenete i riconoscimenti. Portatemi i timbri».

Fermiamoci sul serio, perché è un'immagine avvilente. Lo Spirito Santo che creò l’universo avrebbe bisogno del nullaosta di un cancelliere? Il Creatore di tutto attenderebbe che un ufficio di protocollo gli dia il via libera per diffondere la propria verità? È sminuente, prima ancora che falso. Riduce l'Onnipotente a un richiedente allo sportello, con il numeretto in mano, in attesa che il mondo — il mondo di Satana, nella loro stessa dottrina — gli conceda l'autorizzazione a operare.

Non vi fa vomitare anche solo immaginare questa scena?

Dio non chiede il permesso. Dio non ha mai chiesto il permesso, com’è logico che sia. Chi crede di doverglielo procurare ha già risposto, senza accorgersene, alla domanda su chi tiene davvero in mano l'opera.

A questo punto scatta la loro ultima difesa, ed è ragionevole in apparenza: «Ma noi non facciamo compromessi. Finché non ci chiedono di tradire un principio politico o religioso, usare le leggi del mondo è lecito». La separazione resta intatta — dicono — perché non si cede sui principi.

Ed è qui che la Scrittura offre l'immagine che taglia più netta di ogni ragionamento. Giosafat era un re fedele: non adorò mai gli idoli, nessun compromesso religioso, la fedina dottrinale immacolata. Eppure la sua alleanza militare con Acab gli costò carissima, e un profeta gliene chiese conto (2 Cronache 18; 19:2) — perché aveva preferito appoggiarsi a un alleato umano, a uno scudo del mondo, invece di confidare in Dio. Nessun idolo. Nessun tradimento di dottrina. Solo uno scudo sbagliato. E bastò.

Ecco cosa smonta l'alibi del «finché non facciamo politica è tutto lecito»: il tradimento non è necessariamente l'idolo. È preferire lo scudo del mondo allo scudo di Dio, anche restando «puri» di nome. Puoi non inchinarti a nessuna statua e aver già spostato la tua fiducia, nel momento in cui corri a cercare altrove la protezione che dicevi di attendere solo da Lui.

Tutto questo non riguarda le cause personali che singoli possono decidere di portare avanti: Dio ha permesso che l’uomo si governasse proprio in mancanza del Suo Regno.

Riguarda l’ipotetica gestione degli affari del Regno da chi si dichiara Suo rappresentante, come singolo o organizzazione.

In un articolo di questo blog, nel 2018, si poneva una domanda e la domanda era questa.

A chi ci rivolgiamo quando le cose si fanno serie?

Teniamola in sospeso ancora un momento. La risposta c’era già da oltre un secolo e mezzo (ed io non la vedevo esattamente come non la vedevano gli altri) ma dopo quella data ne sono arrivate altre ed una in particolare. Scritta da un tribunale. In euro. Ora scegliete se vederla o no.

 

La cifra col centesimo

L'11 giugno 2026 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha deciso la causa Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova contro l'Italia. Contro l'Italia — o, se preferiamo il loro vocabolario, contro una porzione del mondo di Satana.

Facciamo ordine, e facciamolo con onestà perché su un punto avevano ragione, e la Corte gliel'ha riconosciuto all'unanimità: lo Stato italiano gestisce le intese per l'otto per mille senza criteri chiari, senza termini, senza possibilità di ricorso. Tredici confessioni hanno firmato la loro intesa tra il 1984 e il 2021; loro no, e senza una ragione oggettiva.

Discriminazione accertata: su questo nessuna obiezione. Vale per loro come per qualunque altra minoranza, ed è giusto che sia stata riconosciuta.

Il problema è tutto il resto. Ed è il resto a riguardare questo articolo.

Primo: nessuno impediva l'opera. Non siamo in Russia. Niente messa al bando, niente confische, niente arresti, niente riunioni vietate. Personalità giuridica fin dal 1986, esenzioni fiscali, matrimoni con effetti civili, assistenza spirituale in ospedali e carceri, predicazione e pubblicazioni intatte. Non è stato rimosso un ostacolo alla predicazione: è stato chiesto l'accesso a un rubinetto di denaro pubblico. Cosa ben diversa dall'andare in tribunale per difendersi da una persecuzione.

Secondo — e qui la dottrina fa già degli strani rumori — i soldi dal sistema già li prendevano. Secondo i dati forniti dallo stesso Governo alla Corte, il contributo del cinque per mille per il solo anno 2016 era stato di 1.226.254,95 euro. Un milione e duecentomila euro, incassati da quel medesimo mondo di Satana.

Quindi la separazione non è una questione di principio: il denaro statale, in sé, va benissimo. Il punto non era se prendere soldi pubblici, ma quanto: si voleva anche il canale più ricco. La separazione dal mondo finisce esattamente dove comincia l'otto per mille.

Terzo, e qui si arriva alla cifra. Quanto hanno chiesto allo Stato? Duecento milioni trecentocinquantottomila cinquecentodiciotto euro e sessantasette centesimi. 200.358.518,67. Col centesimo. Calcolati non dallo spirito santo, ma — testuale negli atti — da un commercialista.

E non era nemmeno il risarcimento di un torto. Era il conteggio di quanto gettito fiscale avrebbero intascato se, in tutti quegli anni, fossero stati dentro al sistema dell'otto per mille. Tradotto: «datemi gli arretrati». Ipotizzando, per di più, che la totalità degli aderenti avrebbe destinato loro la quota ogni singolo anno. La Corte ha respinto tutto: le pretese «si fondano su varie congetture», ha scritto, e «la Corte non può speculare sull'esito»; il nesso causale non è provato.

E quando la domanda principale ha vacillato, è comparsa la subordinata: va bene, allora dateci almeno il settantacinque per cento. Centocinquanta milioni. Una trattativa al ribasso, agli atti di un tribunale, da parte di chi afferma di non confidare nei governi umani e, ancora i più, di non far parte del mondo.

Risultato finale: diecimila euro di danno morale, ottomila di spese. Diciottomila euro. Di duecento milioni, lo zero virgola zero zero nove per cento.

Il punto però non è se hanno vinto o perso quella causa: sarebbe indifferente per quello che vogliamo dire.

Il punto che vogliamo dire si trova proprio dopo quella virgola.

Si poteva vincere il principio e chiedere un euro simbolico, a riprova che essi avanti «non per i soldi, ma per lo spirito» (Zaccaria 4:6). Si è chiesto duecento milioni, trecentocinquantottomila, cinquecentodiciotto euro e sessantasette centesimi.

I centesimi sono la confessione.

E fin qui abbiamo guardato cosa un’organizzazione dice di essere — il canale di Dio da sempre, o dal 1919, a seconda di chi ascolta. E cosa fa quando le cose si fanno serie: non va come pecora in mezzo ai lupi ma presenta il conto ai lupi, col centesimo.

Resta tutto il resto. Non più cosa fanno, ma a quale mondo appartengono gli strumenti che essi usano — e perché quegli strumenti, nella Bibbia, non risultano leciti.



Da che mondo venite?

C'è un'obiezione che, a questo punto, un lettore attento potrebbe sollevare.

«Va bene gli eccessi, va bene i duecento milioni. Ma un conto è la politica — il voto, i partiti, le bandiere — da cui ci si tiene lontani; un altro è il tribunale, la tutela legale, la difesa dei propri diritti. Sono due cose diverse. Si può rifiutare la prima e usare la seconda senza contraddizione.»

È un'obiezione seria, e merita una risposta seria perché poggia su una distinzione che diamo tutti per ovvia: da una parte il potere politico, dall'altra il potere giudiziario.

Due sfere separate. Si rifiuta la politica, ma le aule dei tribunali sono un'altra faccenda.

Solo che quella distinzione — fermiamoci, perché è il cuore di tutto — non è biblica.

Non è antica e non è rivelata. È un'invenzione recente, e sappiamo perfino chi l'ha firmata.

La separazione dei poteri — legislativo, esecutivo, giudiziario, ciascuno distinto e indipendente dagli altri — nasce nel 1748, in un libro di un filosofo francese, Lo spirito delle leggi di Montesquieu. Tre secoli fa, non trenta. Prima di allora, semplicemente, non esisteva: era un pensiero che a nessuno era venuto in mente di formulare.

E com'era, il potere, prima di quella distinzione? Era un blocco unico.

Chi comandava faceva la legge, giudicava chi la infrangeva ed eseguiva la pena, tutto nella stessa persona.

Lo vediamo nella Bibbia a occhio nudo.

Nabucodonosor emette il decreto (inchinatevi alla statua), giudica il reato (non vi siete inchinati) e commina la pena (la fornace), tutto nel giro di pochi versetti, tutto lui (Daniele 3).

Dario firma il decreto, e quando vorrebbe salvare Daniele scopre di non poter revocare la propria legge: è prigioniero del potere che lui stesso incarna (Daniele 6).

Nella Scrittura il potere è uno. La tripartizione che diamo per scontata lì non c'è, perché è nata ventisei secoli dopo.

E qui la domanda si fa semplice, e tagliente. Se la separazione fra potere politico e potere giudiziario è un prodotto del mondo — anzi, uno dei suoi prodotti più nobili, pensato apposta per imbrigliare il tiranno — con quale bisturi ritagliamo il ramo giudiziario e lo dichiariamo pulito, lasciando sporco solo quello politico? È lo stesso albero. La stessa pianta.

Rifiutare la politica e correre al tribunale non è uscire dal mondo: è scegliere semplicemente in quale stanza del suo palazzo accomodarsi.

C'è di più, ed è il punto che tocca più a fondo.

Una causa, qualunque causa, è un uomo che oppone la propria forza a quella di un altro uomo, davanti a un terzo uomo che decide.

Dio, in questa partita, dov'è? Da nessuna parte. E non per un difetto astratto del contendere: per chi siede a giudicare.

Il foro del mondo è presieduto da quegli stessi «ingiusti» che abbiamo incontrato prima (1 Corinti 6:1) — uomini che non conoscono Dio, e che perciò non possono renderne il giudizio.

Qui Paolo dice una cosa che i suoi lettori davano quasi per scontata, e che oggi suona enorme.

Il cristiano non è un suddito che implora giustizia dal tribunale del mondo: è destinato a giudicarlo, quel mondo.

«Non sapete che i santi giudicheranno il mondo?» (1 Corinti 6:2). E più avanti: «Non sapete che giudicheremo gli angeli?» (1 Corinti 6:3).

Ecco perché per un cristiano vero, quando ci sarà, correre dall'ingiusto a farsi dare ragione è un capovolgimento di statura prima ancora che un errore di dottrina: è il giudice designato che si mette in fila davanti all'imputato, cappello in mano, per chiedergli una sentenza a proprio favore.

E ora teniamo lo specchio ben fermo, perché c'è un'ultima cosa, e viene da un testo che essi conoscono a memoria.

Da oltre un secolo e mezzo essi identificano la «bestia selvaggia» di Apocalisse 13 con il potere politico mondiale.

Benissimo. Ma rileggiamo il testo che citano. Alla bestia è data autorità «sopra ogni tribù, popolo, lingua e nazione» (Apocalisse 13:7): non un ministero, ma sovranità piena, totale — e la sovranità piena include il giudicare.

E la seconda bestia, quella che sale dalla terra, cosa fa?

Impone, costringe, sanziona chi non si conforma (Apocalisse 13:15-17): è apparato coercitivo, funzione legislativa, giudiziaria ed esecutiva allo stato puro.

Il testo che citano da centocinquant'anni non separa affatto i poteri. Li descrive fusi nella bestia, esattamente come in Daniele.

Sono stati loro a spaccare in due la bestia, tenendosi la metà che fa comodo: «politico» ciò che si rifiuta, «giudiziario» ciò che si usa.

Tant’è vero che hanno sempre proibito a chiunque di loro di fare politica (incluso andare a votare) ma non hanno mia sollevato una singola obiezione alla scelta di diventare avvocato o giudice.

Come se la leggi che il giudice dovrebbe far rispettare non venissero proprio dai politici che le fanno.

La bestia, infatti, non l'ha mai contemplata quella divisione. Se è bestia il potere, è bestia tutto intero.

E c'è un dettaglio storico che toglie a questa spaccatura anche l'alibi della buona fede.

Perché il momento in cui la metà giudiziaria viene abbracciata non è un momento qualsiasi: è proprio lo stesso in cui l'altra metà, quella politica, viene additata come la bestia nemica.

Negli anni in cui questa identificazione si fissa — la bestia come potere politico mondiale, insegnata dagli anni Venti in avanti — partono anche le grandi campagne giudiziarie. Cinque cause alla Corte Suprema degli Stati Uniti fra il 1938 e il 1943, quattro vinte (Lovell, Cantwell, Murdock, Barnette). E non raccontate con imbarazzo, come un male necessario: rivendicate con orgoglio.

Un loro libro vi dedica un intero capitolo, e il titolo stesso è un programma: «La Società Torre di Guardia difende la buona notizia nei tribunali». Lì si scrive, soddisfatti, di aver costruito «un baluardo di decisioni favorevoli», e si rende onore ai «combattenti in prima linea».

E qui serve una distinzione che molti darebbero per scontata, ma che è proprio quella che fa crollare l'alibi. Si potrebbe dire: ma erano difese, non attacchi — gente arrestata per aver predicato, che si tutelava.

Vero solo in apparenza. Perché quelle cause non erano «lasciatemi testimoniare nel processo in cui mi avete trascinato» — quello è ciò che faceva Paolo, e nessuno lo discute.

Erano «riconoscetemi legalmente il diritto di predicare»: ricorsi per ottenere dal tribunale il permesso di distribuire le pubblicazioni, di fare l'opera. Un'altra cosa, e opposta.

Perché Paolo, davanti ai giudici, testimoniava; ma non chiese mai all'impero la licenza per annunciare. E i primi cristiani, quando il mondo vietò loro la predicazione, non intentarono cause: predicarono nella clandestinità, nelle catacombe, di nascosto, senza aspettare che nessun ufficio autorizzasse l'opera di Dio.

E non si può neppure additare la forma diversa di governo cioè per dire “Non intentarono cause perché quella forma di governo non le prevedeva” perché il punto è un altro.

La verità non chiede il permesso di esistere e di essere proclamata. Chi la possiede davvero la annuncia comunque, in catene o libero, con il timbro o senza.

Ecco perché quelle cinque cause non somigliano affatto al Paolo trascinato. Somigliano, piuttosto, all'uomo che abbiamo immaginato poco fa: quello che si mette in fila allo sportello, col numeretto in mano, ad attendere che il mondo gli conceda l'autorizzazione a operare per conto di Dio. Solo che qui non è più un'immagine: è cronaca, con le date e le sentenze.

E allora l'immagine finale si disegna da sé.

La stessa bestia che con una zampa — quella politica — li colpiva, con l'altra — quella giudiziaria — rilasciava loro il lasciapassare. E loro hanno deciso, senza che il testo glielo concedesse, che la prima zampa era la bestia e la seconda no. Sono andati a chiedere il permesso di predicare proprio agli artigli che avevano appena dichiarato nemici, persuasi che fossero artigli di un altro animale.

Ma la bestia è una. Le zampe sono due, l'animale è uno solo. E chi si rifugia sotto una delle due, mentre indica l'altra come il nemico, non è uscito dalla tana: ci si è accomodato dentro, scegliendo l'angolo più riparato.

A questo punto una risposta è pronta, ed è la più onesta che si possa dare: «Ma noi predicheremmo comunque, a prescindere. Il riconoscimento legale non ci serve per avere il permesso: ci rende soltanto più facile un'opera che faremmo in ogni caso».

È una risposta ragionevole. Nessuno è tenuto a scegliere la strada più scomoda per il gusto del principio. Prendiamola per buona, allora, e vediamo dove porta.

Porta dritta contro due muri, entrambi eretti da loro stessi.

Il primo è la coerenza. Perché «ci facilita soltanto» è esattamente il contrario di ciò che insegnano. Sono loro ad aver tradotto quel versetto di Paolo come «far riconoscere legalmente la buona notizia»; sono loro ad averne fatto un dovere, un mandato apostolico, qualcosa che il cristiano è tenuto a fare. E adesso, messi alle strette, lo declassano a comodità?

Delle due, una. O è un comando — e allora non è una facilitazione, è un obbligo che si sono cuciti addosso forzando una scrittura; oppure è una comodità — e allora non lo si spacci più come l'insegnamento dell'apostolo. Non si può brandire il versetto come dovere quando si recluta, e ridurlo a scorciatoia quando lo si deve giustificare.

Il secondo muro è più semplice, e si misura in denaro.

Mettiamo pure che sia solo una facilitazione: resta il fatto che costa. Un esercito di avvocati a libro paga, parcelle che non si contano. Ma se davvero si trattasse soltanto di rendere più agevole un'opera che si farebbe comunque e che si riconosce come guidata da Dio, perché spendere una fortuna? Il miglior difensore è già a disposizione, e non manda la parcella.

Lo ha promesso Gesù, nello stesso discorso in cui annuncia i tribunali: «quando vi metteranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come parlerete o di quello che dovrete dire [...] poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Matteo 10:19-20).

Rileggiamolo, perché è lo stesso passo di prima, solo due versetti più avanti.

Sarete trascinati davanti ai tribunali (v. 17-18), dice Gesù; e una volta lì — v. 19-20 — non preparate la difesa: ci penso io. È il quadro completo. Il cristiano è portato a forza nel foro, e lì non ingaggia nessuno: apre bocca e lascia parlare lo Spirito.

Immaginatelo per un istante.

Lo Spirito Santo come avvocato difensore. È gratis, è il migliore che esista, non ha mai perso una causa e non emette fattura.

Chi dichiara di averlo e poi assolda il collegio di difesa a nove zeri sta dicendo una delle due cose, in silenzio. E nessuna delle due è bella da sentire.

O non si fida del difensore che ha. O sa già che quel difensore non si presenterà — perché la causa non è di quelle che lui perora.

Il potere giudiziario viene forse da un ALTRO mondo?

Il dominio dell’uomo pesato alla bilancia… truccata

Resta un'ultima domanda, e riguarda non ciò che si usa, ma il metro di giudizio che si ha.

Perché chi rifiuta i governi del mondo, qualche idea su come dovrebbe essere governato il mondo ce l'ha. E l'ha messa per iscritto.

Nel 1990 una loro rivista pubblicò una serie di dieci articoli dal titolo «Il dominio dell'uomo pesato sulla bilancia». Una rassegna sistematica delle forme di governo: anarchia, monarchia, aristocrazia, democrazia, autocrazia, fascismo, comunismo o forme miste. Promesse e realtà, una per una, con Platone, Aristotele, Locke, Lincoln chiamati a testimoniare. Filosofia politica comparata, fatta per bene, in dieci puntate.

E concediamo subito la cosa giusta, perché è giusta: è del tutto coerente che chi attende il Regno di Dio giudichi ogni governo umano insufficiente. Lo diremmo anche noi.

Un uomo imperfetto non fa un governo perfetto, e su questo non c'è proprio nulla da obiettare.

Il punto non è che li bocciano tutti. È come li bocciano. Perché la mano non ha lo stesso peso.

La puntata sulla monarchia si intitola «I re, come le stelle, sorgono e tramontano».

I re paragonati alle stelle: un titolo quasi elegiaco. Si apre con una concessione — le monarchie «sono sempre state considerate utili per tenere unite le nazioni» — e le critiche arrivano in aggettivi sobri: le monarchie assolute sono «insoddisfacenti», «instabili»; anche quelle parlamentari «lasciano a desiderare». Nessun testimone d'accusa convocato. Si chiude giustamente guardando al Re perfetto.

La puntata sulla democrazia ha un altro clima. Lì sfila un plotone d’esecuzione: Elbridge Gerry la definisce «il peggiore di tutti i mali in politica»; Henry Miller la riassume con «I ciechi conducono i ciechi»; il governo democratico è «un gigante gonfiato, inefficiente e inetto»; e il vox populi vox Dei, si precisa, «non corrisponde a verità». Più Platone, Socrate, Aristotele, e una dozzina d'altri. Quindici testimoni a carico.

Tre aggettivi da una parte, quindici citazioni ostili dall'altra. Ma il differenziale di tono è ancora il meno.

Perché su una delle due forme viene calata una genealogia che cambia la categoria stessa del giudizio. La democrazia, scrivono, è «l'ovvia continuazione» della tendenza iniziata in Eden, quando gli esseri umani scelsero di non ubbidire a Dio.

Fermiamoci su questa riga. Non è più una forma di governo imperfetta come tutte le cose umane: è la prosecuzione del peccato originale. E se nel loro stesso impianto la proposta dell'autodeterminazione, in Eden, viene dal serpente — decidete voi cosa è bene e cosa è male (Genesi 3:5) — allora quella forma non è soltanto difettosa: è demoniaca e ribelle di nascita.

Alla monarchia nessuna genealogia del genere, come se i re non fossero figli di Adamo ed Eva. I re sorgono e tramontano come stelle: fenomeni naturali, passeggeri, imperfetti, perfino romantici. La democrazia discende dalla ribellione istigata da Satana nell’Eden. Due pesi, due categorie — in una serie intitolata, appunto, «pesato sulla bilancia».

E ora mettiamo le due cose una accanto all'altra, come abbiamo fatto fin dall'inizio con tutto il resto.

La forma fatta discendere dalla ribellione in Eden è quella i cui tribunali li hanno salvati nel 1943, e a cui si sono rivolti di nuovo a Strasburgo nel 2026. La forma trattata con rispetto elegiaco è quella in cui — parole della stessa rivista — «la parola del re è legge»: applicata a loro, li avrebbe spediti nella fornace al primo decreto. Senza udienze, senza ricorso, senza una Corte Suprema che si rimangia la propria sentenza tre anni dopo. Nabucodonosor non fissa un'altra udienza.

Senza contare, poi, la citazione di Platone come saggio e autorevole quando critica la democrazia e come peste assoluta quando inquina il cristianesimo con la filosofia.

E’ lo stesso meccanismo di Montesquieu, con un altro nome. Gli strumenti del mondo sono sporchi quando contaminano la dottrina, puliti quando servono a giudicare i governi. Sporco il potere politico, pulito quello giudiziario. Veleno il filosofo greco nel capitolo sull'apostasia, perito esperto nel capitolo sulla politica. Ogni volta la linea cade dove serve.

Anche noi aspettiamo una monarchia, sia chiaro. Un Re la cui parola è legge.

Ma il discrimine, nella Scrittura, non è mai stata la forma del potere: è chi lo detiene e con quale diritto. Dio regna perché ha creato ogni cosa (Rivelazione 4:11). Le bestie politiche sono il risultato dell’interferenza satanica verso chi, quel diritto, se l’è intestato da solo, ovvero l’uomo.

Per questo non cambiamo metro fra le forme di governo del mondo pur riconoscendo che alcune forme di governo sono migliori per le libertà individuali (e non sono certo le monarchie). 

La Bibbia chiama ingiusti quelli che vi presiedono, a prescindere dalla forma (1 Corinti 6:1) e identifica Satana come il vero governante del mondo (Giovanni 14:30).

Dieci articoli per pesare il dominio dell’uomo sulla bilancia sarebbero stati ineccepibili, se sulla bilancia avessero avuto lo stesso peso, almeno dal punto di vista di Dio.

Non ci è andato e questo dimostra come intendono l’autorità di cui loro stessi si credono investiti.

E della separazione dei poteri — congegno umano del 1748, non pagina di Mosè — non si pesa nulla. Nessuna genealogia, nessun verdetto. Il ramo legislativo è la bestia; il ramo giudiziario, evidentemente, viene da un altro mondo ed è lo sportello dove si deposita il ricorso.

La linea di confine fra il politico e il giudiziario, nel Testo, non esiste.

E’ un confine artificioso che ricavano solo loro, e passa sempre esattamente sulla soglia del tribunale.

E nella Bibbia non compare neppure il concetto di «organizzazione» come lo intendono loro — benché, come abbiamo detto all’inizio, il popolo di Dio fosse organizzato eccome.

Ma era un popolo organizzato per funzioni, ciascuno con la sua, non un ente giuridico che chiede permessi al mondo, sconti sulle sale per le riunioni, o modifiche alle leggi degli uomini tramite eserciti di avvocati a libro paga.

E soprattutto era un popolo che sapeva una cosa sola, ma la sapeva bene: che piegare la Parola di Dio al proprio tornaconto si paga.

Che l’Iddio d’Israele, il vero Dio, Colui che li aveva scelti dal mondo e separati, prima o poi ne avrebbe chiesto conto.

Sapevano, con assoluta certezza, che una parcella salata sarebbe arrivata.

Ma di tutt’altro genere rispetto a quelle di cui abbiamo parlato qui.



Fonti.  

Potete vivere per sempre su una terra paradisiaca, cap. 23 «L'organizzazione visibile di Dio», p. 191 § 4 — «La Bibbia indica che Dio ha sempre guidato i suoi servitori in maniera organizzata» (ed. anni '80, oggi non più in uso). 

La datazione al 1919: La Torre di Guardia (ed. per lo studio), 15 luglio 2013, «Chi è realmente lo schiavo fedele e discreto?», § 12. 

Il libro di storia: I Testimoni di Geova, proclamatori del Regno di Dio (1993), cap. 4 «Si sviluppa la grande apostasia». 

La sentenza: Corte europea dei diritti dell'uomo, Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova c. Italia, ricorso n. 49687/16, Prima Sezione, 11 giugno 2026. Cifra richiesta: § 101 (200.358.518,67 €; in subordine 150.268.889 €, il 75%). Cinque per mille 2016, 1.226.254,95 €: § 50 (dato fornito dal Governo). Rigetto della domanda patrimoniale: §§ 104-108. Danno morale concesso, 10.000 €: § 109; spese, 8.000 €: § 112. 

La separazione dei poteri: Montesquieu, Lo spirito delle leggi (De l'esprit des lois), 1748. 

I santi giudicheranno il mondo e gli angeli: 1 Corinti 6:2-3 (nel medesimo passo dell'«ingiusto» di 6:1).

 Le cause alla Corte Suprema USA (1938-1943): Lovell v. Griffin (1938), Cantwell v. Connecticut (1940), Minersville v. Gobitis (1940, sfavorevole), Murdock v. Pennsylvania (1943), West Virginia v. Barnette (1943) — fonte: jw.org, «Tappe fondamentali della nostra storia negli Stati Uniti». La rivendicazione delle vittorie: cap. «La Società Torre di Guardia difende la buona notizia nei tribunali» («un baluardo di decisioni favorevoli»; «combattenti in prima linea»). 

Gli incarichi assegnati: Efesini 4:11-12 (Nuova Riveduta); la resa della Traduzione del Nuovo Mondo (rev. 2017) coincide — «altri come evangelizzatori, altri ancora come pastori e maestri». 

Il difensore promesso: Matteo 10:19-20 (Nuova Riveduta) — nello stesso discorso dei «tribunali» di Matteo 10:17-18. 

La rassegna sulle forme di governo: Svegliatevi! 1990, serie in dieci parti «Il dominio dell'uomo pesato sulla bilancia». Monarchia: Parte II, «I re, come le stelle, sorgono e tramontano», 22 agosto 1990, pp. 16-20 («sempre state considerate utili per tenere unite le nazioni»; «insoddisfacenti»; «instabili»; «lasciano a desiderare»; «nella monarchia assoluta, la parola del re è legge»). Democrazia: Parte IV, «Il governo del popolo», 22 settembre 1990, pp. 11-14 (Gerry, «il peggiore di tutti i mali in politica»; Miller, «I ciechi conducono i ciechi»; «un gigante gonfiato, inefficiente e inetto»; «vox populi vox Dei» che «non corrisponde a verità»; la democrazia come «l'ovvia continuazione» della tendenza iniziata in Eden; i meriti riconosciuti ad Atene: «libertà di parola», «controlli contro l'abuso di potere», «una buona idea»). Riepilogo delle sette forme: Parte IX, «Il dominio dell'uomo raggiunge il culmine!», 8 dicembre 1990, pp. 20-24 («uomini imperfetti non possono fare governi perfetti»). 

L'intesa avventista: intesa del 29 dicembre 1986, ratificata con legge 22 novembre 1988, n. 516 («Unione italiana delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno»). Gli avventisti sono fra le confessioni che accedono all'otto per mille; l'intesa con i Testimoni di Geova, firmata ma mai ratificata, è l'oggetto della causa decisa a Strasburgo nel 2026. 

Platone untore: I Testimoni di Geova, proclamatori del Regno di Dio (1993), cap. 4, riquadro «Platone e il "cristianesimo"» — i suoi insegnamenti «sarebbero divenuti parte del cristianesimo apostata» (Trinità, immortalità dell'anima).

Filippesi 1:7: il greco ha βεβαίωσις, «conferma, consolidamento» (così CEI, Nuova Riveduta, Diodati; stessa parola solo in Ebrei 6:16). Una sfumatura forense è documentata nei papiri come garanzia in una transazione (Deissmann; Moulton-Milligan). Traduzione del Nuovo Mondo: «stabilire legalmente la buona notizia» (edizione 1987), «far riconoscere legalmente la buona notizia» (revisione 2017). 

 

Qui puoi vedere il video riassuntivo dell'articolo. Si ringrazia NotebookLM

 


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