La risurrezione di chi non è morto

— breve storia di una speranza resa inutile dalla fretta di non morire

 

“Badate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e il vano inganno, secondo la tradizione degli uomini e non secondo Cristo.” – Colossesi 2:8

 

Il signor Candela, dopo lunga agonia, oggi si è spento.

Lo trovammo scritto così, anni fa, in un necrologio reale — raccolto in un libretto di sviste autentiche. Faceva sorridere per via del cognome. Candela. Spento. Il destino, a volte, ha il senso dell'umorismo.

Ma fermiamoci un attimo sulla parola. Spento.

È la parola giusta. È la parola che diciamo tutti, davanti a una bara. Si è spento. Come una fiamma, come una luce la sera. La morte è questo: qualcuno che c'era e ora non c'è più.

Ora immaginiamo un altro necrologio. Scritto non da un distratto, ma da chi crede davvero a ciò che la maggioranza dei “cristiani” ripete:

Il signor Candela, dopo lunga agonia, oggi si è acceso.

Lo sentite, lo stridore? L'orecchio inciampa. Si è acceso? Un morto?

Eppure, a rigor di dottrina, dovrebbe essere scritto proprio così. Perché per la maggioranza di loro morire non è spegnersi. È il contrario. È il momento in cui l'anima, finalmente libera, si accende di vita vera e vola in alto, più viva di prima.

Una dottrina che ti costringe a riscrivere i necrologi al contrario.

Teniamo a mente questo stridore, perché qualcosa significa.

 

Le basi

Prima di procedere, due precisazioni.

Primo. Che cosa sia la morte, nella Bibbia, lo abbiamo già mostrato altrove e non ci ripetiamo. Qui basti il riassunto secco: i morti non sanno nulla (Ecclesiaste 9:5,10). L'uomo non possiede un'anima da sganciare come una scialuppa; l'uomo è un'anima vivente, polvere a cui Dio soffiò il respiro (Genesi 2:7). E quando quel respiro se ne va, torna a Dio che l'ha dato (Ecclesiaste 12:7) — non un passeggero cosciente che prende il volo, ma il soffio che rende viva la creatura. Spenta la fiamma, resta la cera. Punto. L’idea di un’anima immortale che sopravvive al corpo non viene da qui. Viene da Atene — da Platone, dal suo Fedone — non dalla Bibbia1. Ci torneremo.

Secondo, e più importante. Non stiamo prendendo in giro né la risurrezione, né il Testo. Mai. La risurrezione dei morti è la speranza, il cuore stesso dell'annuncio, e per la stragrande maggioranza avverrà dopo la morte — una morte vera. Chi muore, torna in vita. Questo è il vangelo, e lo difendiamo con le unghie.

Il bersaglio è la trovata con cui si è preteso di tenere insieme due cose che non stanno insieme.

Da una parte, un'anima che non muore mai e se ne va cosciente in cielo.

Dall'altra, una risurrezione del corpo che, a quel punto, non si capisce più a che cosa serva.

E questo è il punto: le due cose non si sommano, si escludono.

Se l'anima non muore mai, la risurrezione non ha nessuno da risuscitare.

Se la risurrezione è vera, l'anima è morta davvero.

Una delle due è di troppo e quella di troppo non è nella Bibbia.

Vediamo come lo sappiamo.

 

Il bersaglio fedele

C'è un modo scorretto di vincere una discussione: raccontare la tesi dell'avversario più stupida di com'è, abbatterla, e cantare vittoria. È comodo. È anche inutile, perché il primo che conosce davvero quella dottrina ci riderebbe in faccia — e avrebbe ragione.

Quindi diciamola bene, come la direbbe il più preparato di loro.

Dunque. Alla base c'è un testo vero, non un'invenzione: 1 Corinti 15. Lì Paolo parla di un "corpo spirituale" (v. 44) e dice che "questo corpo corruttibile si rivestirà di incorruttibilità" (v. 53). Questo testo c'è, è Parola di Dio, e non lo tocchiamo.

E attenzione, perché lo dicono anche loro e su questo punto siamo d’accordo. Il "corpo spirituale" non è un fantasma. Non è un'ombra vaporosa che fluttua. È un corpo reale, trasformato: incorruttibile, potente, splendente. Il modello è il Cristo risorto. Chi immagina la risurrezione come una nuvoletta d'anime, la Bibbia non l'ha letta.

Fin qui, nessun problema. Concesso tutto.

Se la dottrina finisse qui, non avremmo niente da dire e questo articolo non sarebbe mai nato. Un corpo reale, trasformato, alla risurrezione: è quello che crediamo anche noi.

Il problema comincia con quello che ci infilano prima.

Perché la dottrina non dice soltanto "alla fine avremo un corpo glorioso". Dice qualcosa in due tempi. Primo tempo: appena muori, la tua anima — cosciente, sveglia, tu — se ne va subito da Cristo, senza corpo. Secondo tempo: molto più tardi, all'ultimo giorno, quell'anima si ri-unisce a un corpo, ora glorificato.

Due tempi. Teniamoli bene a mente, perché è tutta qui la partita.

E non crediate che stiamo caricando la dose. Sono loro ad usare certi versetti come sostegno alla loro credenza:

"Assenti dal corpo, presenti col Signore" (2 Corinti 5:8).

Paolo che "desidera partire ed essere con Cristo" (Filippesi 1:23).

Il ladrone sulla croce: "oggi sarai con me in paradiso" (Luca 23:43).

Ecco. Questa è la loro posizione, nella sua versione più forte, con le sue frecce migliori già incoccate. Non una caricatura: la cosa vera.

Adesso possiamo cominciare.

 

I conti che non tornano

Bene. La dottrina è in piedi, nella sua versione migliore. Adesso le facciamo qualche domanda semplice. Di quelle che un bambino farebbe, e a cui un teologo fatica a rispondere.

Prima domanda. Se stai già bene, che aspetti?

Mettiamo che sia vero. Muori, e la tua anima vola subito da Cristo. Cosciente, felice, al sicuro. Anzi in uno stato "di gran lunga migliore" di questa vita (Filippesi 1:23).

Benissimo. Allora altra domanda: il corpo, dopo, a che serve?

L'anima è già in paradiso. È già felice. È già lei, intera, beata.

Se la felicità è piena, il corpo che arriva all'ultimo giorno è un di più. Un regalo carino, magari, ma non necessario. Poteva pure non arrivare, e nessuno se ne sarebbe accorto.

E allora perché aspettare secoli per averlo?

C'è una sola risposta che tiene: perché senza quel corpo ti manca qualcosa. Ma se manca qualcosa, allora quell'anima non era "pienamente felice". Allora quel "di gran lunga migliore" era un po' gonfiato.

Delle due, una. O il corpo non serve — e allora la risurrezione è una cerimonia di facciata. O il corpo serve — e allora l'anima da sola non bastava, e il paradiso dei primi secoli era una sala d'attesa.

Non si possono tenere entrambe.

Seconda domanda. Ma l'appuntamento non è a un indirizzo che hai lasciato?

La ri-unione col corpo — dicono — avviene quando Cristo ritorna. Teniamo fermo questo chiodo: la risurrezione è agganciata al ritorno di Cristo sulla terra. E siamo d’accordo, ovviamente, se parliamo della prima risurrezione.

Ora, per chi è ancora quaggiù, l'aggancio ha una sua logica. Cristo torna sulla terra, e chi è sulla terra lo incontra. Perfetto.

Ma prendiamo uno dei loro beati. Uno che — sempre secondo loro — è morto mille anni fa e da mille anni è in cielo, con Cristo.

A costui, che cosa stiamo chiedendo di aspettare?

Di aspettare che Cristo scenda sulla terra?

Ma lui con Cristo c'è già, da mille anni.

Fermiamoci a guardarlo, questo quadretto. Una persona è accanto all'Amato, in cielo, da dieci secoli. E aspetta — paziente — che l'Amato parta, vada sulla terra, perché solo allora lui riceverà il suo corpo. L'appuntamento per la sua risurrezione è fissato a un indirizzo — la terra — da cui lui ha traslocato mille anni fa, proprio per andare dov'è Cristo!

Anche qui, delle due, una. O la risurrezione è legata al ritorno di Cristo sulla terra — e allora riguarda chi sulla terra ci sta ancora, ed è logico, non chi è già in cielo. O riguarda anche i beati di lassù — e allora che c'entra il ritorno sulla terra con uno che in cielo c'è già? Perché deve aspettare un evento che accade dove lui non è più da un pezzo?

Terza domanda. Ma la carne non è una retrocessione dallo spirito?

Qui arriviamo al punto che fa più male. Prendiamo la dottrina sul serio fino in fondo, e vediamo dove finisce.

Questo impianto — che non nasce a Gerusalemme, ma ad Atene, lo ripetiamo — ha un assioma di ferro: lo spirito è nobile, la carne è bassa. Il corpo è il peso. La gabbia. La prigione da cui la morte finalmente libera l'anima. È per questo che, secondo loro, il morto "sta meglio": perché si è tolto di dosso la carne.

Benissimo. Prendiamo un'anima così. È in cielo da ottocento anni. Libera, leggera, beata, senza più un corpo a frenarla.

E all'ultimo giorno, che cosa le si fa?

La si rimette in un corpo.

Fermiamoci a sentire l'assurdo. Hanno liberato un prigioniero (la carne era prigione) e dopo ottocento anni d’ora d'aria, lo rinfilano in cella. E glielo spacciano pure come premio.

Nel loro schema, la risurrezione — che per Paolo è il trionfo, il grido "o morte, dov'è la tua vittoria?" — diventa un trasloco all'indietro. Dalla libertà alla carne. Dall'alto al basso. Il giorno della vittoria diventato il giorno della ricaduta.

A questo punto arriva la scappatoia, perché davanti alle contraddizioni ci si costruisce sempre delle scappatoie.

“Ma no, il corpo glorioso è così perfetto che è superiore persino all'anima disincarnata!".

Bene. Benissimo. Ma guardiamo dove ci si infila per salvare questa versione.

Se il corpo glorioso è superiore all'anima che stava in cielo, allora quell'anima, da sola, lassù, non era al massimo. Era un ripiego. Una sistemazione provvisoria in attesa dell'alloggio vero. E si torna da capo alla prima domanda: non si può più dire che il morto "sta già pienamente bene", se poi gli manca il pezzo migliore.

Ma c'è di peggio, ed è qui che la gabbia si chiude.

La cristianità ha passato secoli ad insegnare che lo spirito sta sopra la carne. È il loro mattone di fondazione: il morto sta meglio perché si è liberato del corpo. E adesso, per non ammettere la degradazione, sono costretti a dire che una certa carne — il corpo glorioso — sta sopra lo spirito disincarnato.

Allora una domanda sola.

Questo corpo glorioso è carne o non è carne?

Se è carne — reale, concreta, che mangia e si fa toccare, come insegnano loro stessi — allora hanno appena ammesso che esiste una carne superiore allo spirito. E addio al mattone di fondazione: se la carne può superare lo spirito, la morte non era affatto una liberazione. Era una perdita.

Se invece non è carne — se è una specie di spirito più denso che chiamano "corpo" tanto per dargli un nome — allora a che serviva risuscitare il corpo? Tanto valeva restare anime.

Di nuovo, delle due, una. O crolla il motivo per cui il morto "stava meglio", o crolla il motivo della risurrezione stessa.

Girate la frittata come volete. Cade sempre dalla stessa parte.

 

Nella loro dottrina, la “risurrezione” somiglia a questo: liberi da ottocento anni, e all’improvviso ti riportano in cella. Con tanto di regalo.

Lo sanno anche loro

Prendete uno dei loro, uno che scrive a favore dell’anima in cielo. A un certo punto gli scappa l’ammissione: ci sono cristiani che “affermano con fermezza la risurrezione del corpo” ma che, senza accorgersene, “non le lasciano più alcuno spazio” nel loro impianto.²

Tradotto: hanno infilato l’anima immortale così al centro che la risurrezione non ha più niente da fare. È diventata un mobile di troppo in una stanza già arredata.

L’ha scritto uno di loro. Non noi.

E poi c’è il maestro. Calvino. Quando arriva a questo punto — cosa succede all’anima tra la morte e la risurrezione — sapete cosa fa? Frena.

Scrive che “non è né lecito né opportuno indagare troppo curiosamente” sullo stato intermedio, perché “è cosa sciocca e temeraria” spingersi più in là di quanto Dio permetta di sapere.³

Fermiamoci su questo, perché è enorme.

La frase, presa in sé, sarebbe sacrosanta. Ci sono cose che appartengono a Dio e lo dice la Bibbia stessa (Deuteronomio 29:29). Se tra le cose che appartengono a Dio rientrasse lo stato dei morti, Calvino avrebbe pienamente ragione e noi chiuderemmo la bocca con lui.

Ma la domanda che dovremmo farci è una sola.

Quel confine chi l’ha tracciato?

Perché c’è una bella differenza tra “Dio non permette di sapere” e “la mia dottrina non può permettersi che si sappia”. La prima è riverenza. La seconda è un lucchetto messo sulla porta giusta, per paura di cosa c’è dietro.

Purtroppo per loro e per le loro dottrine, lo stato dei morti la Bibbia lo ha rivelato eccome — i morti dormono, non sanno nulla, aspettano di essere svegliati. Non è affatto una “cosa segreta”. È cosa scritta anche se qualcuno preferirebbe non leggerla.

Ed è anche una scusa troppo comoda dire “Dio non vuole” quando qualcuno contesta una dottrina.

Il recinto, lì, non l’ha piantato Dio ma l’uomo. E guarda un po’… l’uomo ha piantato questo recinto proprio dove la dottrina comincia a scricchiolare.

Noi rispettiamo il Testo e non la religione e in quel recinto ci entriamo senza sentirci “sciocchi o temerari”.

 

Paolo non era Platone

Fin qui abbiamo ragionato. Abbiamo fatto domande e mostrato conti che non tornano.

Ma qualcuno potrebbe dire: "sono vostre deduzioni". Bene. Allora smettiamo di dedurre e andiamo a sentire Paolo, lo stesso Paolo che parla del "corpo spirituale" e che citano tanto.

Immaginiamo una scena.

Paolo è lì che scrive la sua lettera ai Corinzi. Sta difendendo la risurrezione con tutto se stesso. E a un certo punto mette nero su bianco: "Se i morti non risorgono" — dice — "mangiamo e beviamo, ché domani moriamo".

Capite il senso di questa affermazione?

Paolo mette sul tavolo due sole possibilità. Due. O c'è la risurrezione, o non resta che il banchetto dei disperati: godiamoci la vita, tanto finisce tutto nel nulla. O risurrezione, o il buio. Non c'è una terza porta.

Ora immaginiamo che entri in scena un evangelico, un cattolico, un qualsiasi “cristiano” di oggi che crede nell’anima immortale. Gentile, sorridente, in buona fede. Ha sentito l'ultima frase e vuole consolare l'apostolo.

"Ma no, Paolo, non ti disperare! Anche senza risurrezione siamo a posto: ci resta l'anima immortale che va in cielo! Ok, non avremo il corpo glorioso ma pazienza"

Fermiamoci qualche secondo prima di andare avanti.

Questa persona crede di aver aiutato Paolo. In realtà gli ha appena demolito tre capitoli e il fondamento di tutta la fede cristiana. Perché se fosse vero quello che dice — se un'anima vola comunque in cielo, risurrezione o no — allora la frase di Paolo non ha senso. Paolo avrebbe detto "mangiamo e beviamo" quando poteva dire "tranquilli, mal che vada c'è l'anima". Non l'ha detto e non perché se l'è scordato. Perché per lui quella terza porta semplicemente non esiste.

E infatti guardate cosa scrive, senza mezzi termini, poche righe prima. Se i morti non risorgono — dice — allora "quelli che si sono addormentati in Cristo sono periti" (1 Corinti 15:18).

Periti.

Non "sono già in cielo che aspettano comodi". Non "stanno benissimo lassù". Periti. Finiti. Perduti. Per Paolo, senza risurrezione, il morto non è da nessuna parte: è nel nulla.

Il piano B dei cristiani di oggi, Paolo non lo conosce e non perché gli sia sfuggito. Perché non era Platone, semplicemente, e nel suo impianto non c'è posto per un piano B.

 

La parola che si rimangia

C'è un'ultima cosa, e sta scritta nella parola stessa che usano.

"Risurrezione". Bella parola. Ma cosa vuol dire, alla lettera?

In greco è anàstasis. E anàstasis è una parola trasparente: aná, "su", e stásis, dal verbo "stare in piedi". Letteralmente: rialzarsi. Tirarsi su. Da terra.

È la parola che useresti per uno caduto, per uno sdraiato, per uno che è giù.

Teniamolo a mente, perché è decisivo: rialzarsi presuppone che prima tu sia giù. Non si rialza chi è già in piedi.

E ora proviamo a incastrare questa parola — la loro parola, quella che mettono nel Credo — dentro il loro schema. Vediamo se entra.

Concediamo che alla morte qualcosa "si alzi" — l'anima che sale in cielo. Benissimo. Ma allora quello era il rialzarsi. È già successo. È già la risurrezione. E la risurrezione dell'ultimo giorno cos'è? Un secondo rialzarsi di chi è già su da secoli? Non si rialza chi è già in piedi. Anzi: per rimetterlo nel corpo quaggiù, quell'anima la devi far scendere. Tornare giù.

E questo è il paradosso. Essi hanno chiamato "rialzata" un'operazione che, nel loro schema, è una discesa.

La parola che hanno scelto loro descrive benissimo la nostra posizione, e malissimo la loro. Per noi è perfetta: il morto giace, giù, addormentato — e viene rialzato, risvegliato, riportato in vita. Alla lettera. Per loro la “risurrezione”, ovvero il “rialzarsi”, è il momento in cui l’anima “scende giù”, va giù, facendo il percorso esattamente inverso.

Strano, no? Chiamare la propria dottrina con un nome che la smentisce.


Le due uscite di sicurezza

A questo punto del ragionamento, chi difende la cucitura ha ancora due porte da cui tentare la fuga. Sono le uscite di sicurezza della dottrina. Guardiamole una per una — perché una, a guardarla bene, dà sul vuoto; e l’altra non è nemmeno una porta.

La prima: “e il ladrone sulla croce?”

È l’obiezione che arriva sempre. Gesù, inchiodato, dice all’uomo accanto a lui: “Oggi sarai con me in paradiso” (Luca 23:43). Ecco — dicono — la prova. Quel giorno stesso, in paradiso. Dunque qualcosa di cosciente c’è andato, subito, senza aspettare nessuna risurrezione.

Concediamo che è l’obiezione migliore che hanno. Non la indeboliamo: è un versetto vero, con dentro la parola “oggi”, e va preso di petto.

E lo prendiamo senza spostare una virgola. Perché non serve.

C’è un modo di parlare, nella Bibbia, che a noi sfugge ma che a chi scriveva era pane quotidiano. È la formula solenne: “io ti dico oggi” — dove “oggi” non misura il calendario, lo giura. Non dice quando accadrà la cosa. Dice quanto la promessa è certa.

Lo fa Mosè, e lo fa a ripetizione. “Io chiamo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra” (Deuteronomio 30:19). “Oggi” il cielo e la terra? No: la testimonianza vale per sempre.

“Oggi” solennizza il giuramento, non data l’evento. E in Deuteronomio quella formula ritorna, e ritorna, e ritorna (4:26; 8:19; 30:15,18). È un modulo fisso. Chi leggeva sapeva leggerlo.

Letto così, il versetto del ladrone non ha più bisogno di nessun ritocco. Resta dov’è, parola per parola. Dice: “Te lo giuro oggi, qui, da questa croce: sarai con me in paradiso.” La promessa è solenne. Non indica quando, indica la certezza della promessa.

E se qualcuno non si accontenta, c’è un controllo che chiude la questione da sé — e lo fa con le parole di Gesù stesso. Tre giorni dopo quella croce, Gesù risorto incontra Maria e le dice: “Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre” (Giovanni 20:17).

Fermiamoci un attimo.

Tre giorni dopo. Non ancora salito.

Se “oggi” fosse una data — se Gesù quel venerdì fosse davvero andato in paradiso — allora la domenica non poteva dire di non esserci ancora stato. Delle due, una: o “oggi” non era una data, ed è una formula solenne come la Bibbia usa altrove, oppure era una data, e allora Gesù si contraddice da solo nell’arco di un weekend. Il paradiso quel venerdì, per sua stessa ammissione, non l’aveva ancora visto.

A questo punto, però, la scappatoia è pronta, ed è bene anticiparla. Qualcuno dirà: “nessuna contraddizione. Il venerdì andò in paradiso l’anima di Gesù; la domenica, quando dice di non essere ancora salito, parla del corpo. Due cose diverse.”

Di fronte a una frase che non torna, Gesù viene spezzato in due: la parte che fa comodo va da un lato, la parte scomoda dall’altro. “Qui parla il corpo, lì parlava l’anima.”

È la stessa identica mossa che si fa altrove, ogni volta che un versetto dà fastidio: “il Padre è maggiore di me” — ma lo diceva da uomo; “il Figlio può perdonare i peccati” — ovviamente! Era Dio!; “rimuovi da me questo calice” — ma era solo un uomo mentre pregava!

Un interruttore che decide, frase per frase, quale pezzo di Gesù sta parlando — e lo decide sempre in base a cosa non deve contraddire.

E se provassimo uno strano esperimento e cioè immaginare che Gesù, semplicemente, intendesse solo quello che disse?

“Non sono ancora salito al Padre” — senza asterischi, senza note a piè di pagina, senza dottrine da salvare. Non era salito. Punto. Perché la lettura più semplice diventa sempre quella impossibile da accettare?

L’unica lettura che non fa litigare Gesù con Gesù è quella fatta senza una dottrina da salvare a priori.

La seconda: l’interruttore.

E proprio quella mossa — l’asterisco applicato al versetto scomodo — è l’ultima porta. Non è nemmeno una porta: è un metodo. E va mostrato, perché è l’ultima cosa che tiene in piedi tutto il resto.

Mettiamo che uno porti sul tavolo “io fui morto” — detto da Gesù in persona (Rivelazione 1:18). Morto. Non altrove, non in viaggio: morto. Risposta pronta: “ma era morto solo il corpo — l’anima viveva.”

Mettiamo che porti “l’anima che pecca, quella morirà” (Ezechiele 18:4). L’anima, morire. Risposta pronta: “ah, ma lì è detto da un punto di vista umano.”

Mettiamo che porti “i morti non sanno nulla” (Ecclesiaste 9:5). Risposta pronta: “ma è il libro del disincanto, è la prospettiva ‘sotto il sole’, mica la rivelazione.”

A questo punto ci chiediamo se esisterà mai un modo di mostrare una Scrittura e farla leggere semplicemente per quello che dice.

Ci chiediamo se esisterà mai una scrittura che dica “morto” intendendo morto. Se esisterà mai una scrittura che dica “maggiore di me” intendendo “maggiore di me”. Se esisterà una scrittura che dica bianco intendendo bianco. – Isaia 5:20

Insomma ci chiediamo quando, una scrittura, piegherà una dottrina e non sarà più la dottrina a piegare la Scrittura.

E guardate cosa resta di Rivelazione 1:18:“fui morto, ma ecco, sono vivo per i secoli dei secoli.” Fui morto — ma ecco — vivo. Due stati opposti, in fila: prima l’uno, poi l’altro. La forza della frase è il contrasto. Ma se l’anima era viva durante quei tre giorni, il contrasto si sbriciola — perché allora era vivo e morto insieme, e il “ma ecco” non annuncia più niente. Non crea contrasto con niente. La glossa non aggiunge una sfumatura al versetto: gli toglie il senso.

 

Due. Non quattro o infinite.

È il momento di mostrare quanto era semplice la cosa che hanno complicato.

La Bibbia, quando parla di corpi, conta fino a due. Non di più.

Lo dice Paolo, nello stesso capitolo che loro citano a memoria: "Si semina un corpo fisico, risorge un corpo spirituale. Se c'è un corpo fisico, c'è anche un corpo spirituale" (1 Corinti 15:44). Due. Il corpo fisico — quello di carne, di uomini e bestie — e il corpo spirituale. Punto. Non ce n'è un terzo.

E attenzione a non confondersi: poco prima Paolo parla di tante "glorie" diverse — il sole, la luna, le stelle, gli uomini, i pesci (vv. 39-41). Ma quella è varietà di splendore, non di natura. Sono gradi, non categorie. I registri dell'essere restano due: carne e spirito.

In quale casella sta l'angelo? Nella seconda, per logica. L'angelo è un essere spirituale5.

E il risorto? Stessa casella. Corpo spirituale: stessa natura, anche se origine diversa.

Ora teniamo il conto, perché qui arriva il punto.

Nella Bibbia: due tipi di corpo. Carne, spirito. Fine. Ne contate altri?

Nel loro sistema ne servono almeno quattro.

Una: l'uomo di carne, finché è vivo.

Due: l'anima, che alla morte si stacca e vive cosciente da sola — lo "stato intermedio".

Tre: la ri-unione col corpo glorioso, all'ultimo giorno.

Quattro: gli angeli, che devono mettere da parte, in un ordine tutto loro, perché — insistono — gli uomini non diventano mai angeli e gli angeli non furono mai uomini (e questo, secondo loro, li rende diversi in natura).

Quattro caselle, come minimo, per dire quello che Paolo dice con due.

E se qualcuno è curioso di quanto in là arrivi il pentolone: c'è pure chi conta, tra le creature, le cavallette dal volto umano e i capri dell'Apocalisse4, presi alla lettera come fossero specie da catalogare. Ma lasciamo bollire e torniamo al punto.

Il punto è questo: la risurrezione biblica era una cosa semplice. Si moriva — davvero — e si tornava in vita, ricreati, in un corpo vero di superiore natura. Un corpo che mangia e beve, come il Risorto che chiede del pesce e mangia davanti ai discepoli, come Lui stesso promette di bere ancora il vino nel Regno. Nessun bisogno di filosofia. Nessun bisogno di un'anima che svolazza nell'attesa di ricevere un corpo.

Tutta quella impalcatura non l'ha costruita la Bibbia. L'hanno costruita loro, per far entrare in casa un ospite che la Bibbia non aveva invitato: l'anima immortale dei filosofi greci. E una volta entrato quell'ospite, hanno dovuto aggiungere stanze e scompartimenti per farli stare tutti.

Hanno complicato una cosa semplice. E la cosa semplice, intanto, è ancora lì, nella Bibbia, in due parole di Paolo.


E se un amico chiedesse…



1. «Ma Paolo dice chiaro: “assenti dal corpo, presenti col Signore” (2 Corinti 5:8). Più esplicito di così!»

Giusto citarlo. Ma leggiamo i versetti prima, quelli che di solito si saltano. Poche righe sopra, Paolo paragona il corpo a una tenda e aspetta una “casa” da Dio — il corpo nuovo. E dice una cosa decisiva: “non vogliamo essere spogliati, ma rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita” (5:4).

Fermiamoci lì. Lo stato “senza corpo” — quello che l’amico spaccia per beatitudine — Paolo lo chiama “essere spogliati”, e dice che non lo vuole. Non è il premio: è il disagio da cui spera di uscire. Quello che desidera è il corpo nuovo, non l’assenza di corpo.

E allora il versetto 8? Paolo dice la sua preferenza: tra l’esilio di adesso e lo stare col Signore, preferisce il Signore. Non sta scrivendo un trattato su cosa succede l’istante dopo la morte. E dal suo punto di vista è pure “immediato” — perché nel sonno della morte non si percepisce il tempo. Chiudi gli occhi nella morte, li riapri nella risurrezione: in mezzo, per chi dorme, non c’è niente. Come sotto anestesia totale: il chirurgo lavora tre ore, tu “ti svegli subito”. Nessuna anima cosciente in viaggio. Solo il sonno, e poi il risveglio.

 

2. «Ma l’anima non è lo spirito che vola via quando moriamo?»

Qui c’è la confusione madre di tutta la dottrina. “Anima” e “spirito” non sono la stessa cosa, e la Bibbia le distingue.

L’anima (in ebraico nefesh) sei tu: la persona viva, intera. Adamo non ricevette un’anima — divenne un’anima vivente (Genesi 2:7). E un’anima può morire: “l’anima che pecca, quella morirà” (Ezechiele 18:4). Un’anima che muore non è immortale per definizione.

Lo spirito (ruach) è un’altra cosa: è il soffio, la forza vitale — la stessa parola vuol dire “vento”, “respiro”. Quando torna a Dio (Ecclesiaste 12:7) non è una persona cosciente che sale: è la corrente che torna al generatore. Tant’è vero che lo stesso ruach ce l’hanno pure gli animali (Ecclesiaste 3:19). Se “lo spirito torna a Dio” volesse dire “l’anima cosciente vola in cielo”, in cielo ci finirebbero anche il cane, il bue e il moscone.

Immaginiamolo come una radio. Il corpo è l’apparecchio; lo spirito è la corrente; l’anima — ovvero la persona viva — è quando la radio emette musica. Stacchi la spina: la musica non va a suonare altrove. Smette. La corrente torna alla presa, l’apparecchio tace. E la musica ricomincia solo quando qualcuno riattacca tutto. Quel “riattaccare” è la risurrezione.

 

3. «E il ladrone sulla croce? “Oggi sarai con me in paradiso” (Luca 23:43)!»

C’è un modo ebraico di affermare con solennità: “io ti dico, oggi” — dove “oggi” non è una data, è un giuramento. Lo fa Mosè in continuazione: “io chiamo oggi a testimoni il cielo e la terra” (Deuteronomio 30:19) — e quella testimonianza vale per sempre, non solo per quel giorno. “Oggi” solennizza la promessa, non ne fissa la data.

Letto così, il versetto non va nemmeno ritoccato: “Te lo giuro oggi: sarai con me in paradiso.” E c’è una prova che chiude: tre giorni dopo, Gesù risorto dice a Maria “non sono ancora salito al Padre” (Giovanni 20:17). Se quel venerdì fosse volato in paradiso, la domenica non poteva dirlo. “Oggi” giura. Non data.

 

4. «Ma allora com’è fatto questo corpo spirituale?»

Togliamoci dalla testa il fantasmino: “corpo spirituale” non vuol dire “corpo-vapore”. Guardiamo gli angeli, che un corpo spirituale ce l’hanno già: da Lot mangiano (Genesi 19:3), lo prendono per mano e lo trascinano fuori dalla città (19:16) — e un attimo dopo accecano la folla e distruggono Sodoma. Mangiano come uomini, ma con una potenza che nessun uomo ha.

Il modello è Gesù risorto: mangia il pesce davanti ai discepoli, promette di bere ancora il vino nel Regno (Matteo 26:29) — e insieme appare e sparisce. Non un vapore: una persona intera, più viva di prima con poteri inimmaginabili. “Spirituale” non significa “meno”, significa “di più”. Non un uomo svuotato: un uomo potenziato. Ovviamente quresto non significa che sappiamo tutto, oggi, in merito ai corpi spirituali. 

 

5. «Però la Bibbia a volte usa “anima” e “spirito” come sinonimi — vedi Giobbe 7:11.»

Vero che a volte compaiono in coppia. Ma “stare nello stesso verso” non vuol dire “essere la stessa cosa”. È il parallelismo della poesia ebraica: si dice una cosa due volte, con parole diverse, per enfasi.

Pensa a Proverbi 10:1: “un figlio saggio rallegra il padre, un figlio stolto è il dolore della madre.” Padre e madre, in parallelo — ma nessuno direbbe che “padre” e “madre” sono sinonimi! Sono due, messi in coppia perché insieme fanno “i genitori”. Lo stesso vale per anima e spirito in Giobbe: due parti di noi, non la stessa cosa.

E comunque — qualunque cosa faccia la poesia — resta un fatto che nessun parallelismo sposta: l’anima muore (Ezechiele 18:4). Un sinonimo dello spirito immortale non potrebbe morire. Il punto è lì, e non lo tocca nessun verso poetico.



Chiusura

E arriviamo alla fine, che è poi il posto dove tutto questo si stringe in una parola sola.

Riepiloghiamo, in fila, senza fronzoli.

Se l'anima vola in cielo cosciente alla morte, allora la risurrezione non risuscita nessuno: non c'è nessun morto da far tornare.

Se invece la risurrezione conta davvero — se è quella la speranza, come grida Paolo e tutta la Bibbia — allora alla morte non vola via proprio niente. Si muore davvero. E si aspetta, nel sonno, di essere svegliati.

Non si può tenere tutte e due. O l'anima, o la risurrezione. Una delle due è di troppo, e quella di troppo non l'ha messa la Bibbia.

E c'è un ultimo dettaglio, piccolo, che da solo dice tutto.

Il nome.

Lo abbiamo già visto ma giardiamolo meglio: la loro dottrina si chiama "risurrezione", anàstasis, un rialzarsi, un tirarsi su da terra. Ma nel loro sistema nessuno è giù. L'anima è lassù, in alto, da secoli. E quando "risorge", scende — torna giù a riprendersi il corpo. Il movimento è rovesciato.

Il greco, per quel movimento rovesciato, una parola ce l'avrebbe pure. Il contrario esatto di anàstasis è katàstasis: non un rimettersi in piedi, ma un rimettersi giù. Un abbassarsi. 

Ci permettiamo il conio, s'intende: nessuno sostiene che gli apostoli l'abbiano mai usata così. Ma il punto è che la cristianità ha chiamato la propria dottrina con l'unico nome che la smentisce. Hanno scritto "rialzarsi" sopra la porta di una discesa.

Noi, quel nome, lo prendiamo per quello che dice. Il morto giace, giù, addormentato nella polvere. E un giorno — non la sua anima in viaggio, non un pezzo di lui rimasto sveglio chissà dove, ma lui, tutto intero — verrà rialzato. Punto.

Questa è la risurrezione. Questa è la speranza vfera, scritturale, senza complicazioni. Questo è tutto. 

Tutto il resto sono ospiti indesiderati, non invitati e fastidiosi.

E prima o poi verranno sfrattati.





NOTE

¹ Platone, Fedone. È il dialogo in cui l’immortalità dell’anima viene argomentata per esteso: la morte vi è definita come separazione dell’anima dal corpo (64c), e l’anima è presentata come ciò che sopravvive a tale separazione, fino all’argomento conclusivo che la dichiara “immortale e indistruttibile” (105–107). È la radice filosofica — greca, non ebraica — dell’idea di un’anima cosciente che continua a vivere dopo la morte del corpo. Scritto circa quattro secoli prima di Cristo.
² L’osservazione non è nostra: proviene dall’interno. Il teologo evangelico N.T. Wright riconosce che, nell’escatologia popolare, “lo stato intermedio è diventato lo stato finale”, e mette in guardia dal celebrarne la gloria al punto da sminuire quella — maggiore — della risurrezione del corpo (Surprised by Hope, 2007 — pagina da confermare). Se perfino un sostenitore dello stato intermedio deve ricordare ai suoi che la risurrezione non vada eclissata, il problema che qui descriviamo è reale, e lo vedono anche loro.
³ Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana, III, xxv, 6. Trattando dello stato dell’anima tra morte e risurrezione, Calvino frena: «non è né lecito né opportuno indagare troppo curiosamente» su quel punto, perché «è cosa sciocca e temeraria» spingersi oltre quanto Dio concede di sapere. Lo stesso Calvino aveva dedicato alla questione un trattato giovanile, la Psychopannychia (1534), contro la dottrina del “sonno dell’anima”. Citiamo Calvino non come autorità, ma perché l’esitazione del più rigoroso dei riformatori, proprio sul punto in cui le due dottrine dovrebbero saldarsi, è essa stessa un indizio.
⁴ Il riferimento è ad Apocalisse 9:7-10, dove le “cavallette” hanno volti d’uomo. Alcuni le interpretano come creature reali da catalogare tra gli esseri viventi, anziché come simboli; lo stesso vale per le figure caprine lette alla lettera. Lo segnaliamo di sfuggita, come indice di quanto possa allungarsi l’elenco delle “categorie” una volta imboccata quella strada.
5 Che gli angeli siano “un ordine di esseri interamente diverso dagli umani”, esseri spirituali creati senza corpo fisico, è posizione standard della teologia evangelica: cfr. W. Grudem, Systematic Theology, p. 397 (“spiritual beings... but without physical bodies”). È la stessa teologia a insistere che gli uomini non diventano angeli.

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