Il Tempo della - quasi - fine

Il tempo della fine

Cominciamo da una cosa su cui siamo d'accordo con tutti.

Il "termine del sistema di cose" o tempo della fine esiste. Non è un'invenzione di qualche organizzazione. È Gesù a parlarne, sul Monte degli Ulivi, rispondendo a una domanda precisa dei discepoli: "Quale sarà il segno della tua presenza e del termine del sistema di cose?" (Matteo 24:3, TNM).

E Gesù risponde. Guerre e notizie di guerre. Penuria di viveri. Pestilenze. Terremoti in un luogo dopo l'altro. Aumento dell'illegalità. L'amore della maggioranza che si raffredda. Falsi profeti. Grandi segni dal cielo. Uomini che vengono meno per la paura (Matteo 24:6-12; Luca 21:11, 25-26).

Fermiamoci un attimo.

C'è chi ha preso queste parole sul serio. Ha guardato il mondo intorno a sé, ha confrontato quello che vedeva con quello che Gesù aveva detto, e ha tratto la conclusione: ci siamo.

E non se l'è tenuta per sé. L'ha annunciata ovunque. Nelle piazze, di casa in casa, da un paese all'altro. Con uno zelo che nessuno può negare: deriso, ostacolato, a volte perseguitato dalle autorità religiose o secolari del suo tempo. Ha continuato.

E su una cosa tutte queste persone hanno avuto ragione. I tempi sono gravi.

La cronaca

Da più di dieci anni due grandi potenze si fanno la guerra per il controllo di un territorio.[1] Due anni fa una battaglia campale ha lasciato sul terreno il fiore dell'esercito di un'intera nazione.[2] Una città portuale ha resistito un anno all'assedio prima di arrendersi per fame.[3] Nel frattempo, in un altro paese, le città si combattono l'una con l'altra, e chi ha uomini armati li mette al servizio di chi paga di più.[4]

Guerre e notizie di guerre.

I raccolti sono mancati. Due anni fa il prezzo del grano è salito a livelli che i più vecchi ricordavano solo dalla grande carestia della loro giovinezza, quando il pane si faceva con quello che si trovava e la gente moriva per strada.[5]

Penuria di viveri.

Il mondo non è mai stato così collegato. Le merci viaggiano da un capo all'altro del continente e oltre, e con le merci viaggia tutto il resto.[6]

Poi sono arrivate le navi.

Nei porti sbarcano equipaggi che nessuno vuole avvicinare. Portano una malattia che nessuno ha mai visto. Comincia con un gonfiore all'inguine o sotto l'ascella, poi le macchie scure, poi la morte in tre giorni. Nelle città non si fa in tempo a seppellire. Le fosse sono comuni. Uno che ne scrive dice di aver sepolto i suoi cinque figli con le proprie mani.[7] Le stime più prudenti parlano di un morto ogni tre. Le altre, di uno ogni due.[8]

Pestilenze.

A gennaio la terra ha tremato in mezzo continente. Un'intera parete di montagna è franata a valle, cancellando i paesi sotto di sé. Chi ne scrive dice che non era mai accaduto a memoria d'uomo, e lo collega senza esitare all'epidemia che segue: la terra si scuote perché Dio è adirato.[9]

Terremoti in un luogo dopo l'altro.

Gli esperti hanno cercato le cause in cielo. Tre pianeti si sono allineati in una configurazione funesta, dicono, e da quell'allineamento è discesa la corruzione dell'aria.[10]

Ma non serve un esperto. Una sera d'agosto, sopra una grande capitale, al tramonto appare una luce grande e vicina che non si muove. La guarda la gente per strada. La guardano i religiosi dalle loro case. A notte fatta la luce si spezza in raggi e sparisce. Uno di loro la mette per iscritto, e aggiunge di suo pugno: forse un presagio dell'epidemia. Che infatti arriva poche settimane dopo.[11]

Grandi segni dal cielo.

Nelle città colpite i genitori abbandonano i figli malati. I mariti abbandonano le mogli. Chi può se ne va fuori città e chiude la porta a chi bussa.[12] Intere comunità vengono accusate di diffondere il contagio avvelenando l'acqua, e vengono sterminate. In una sola città, in un solo giorno, ne bruciano vivi a centinaia.[13]

L'aumento dell'illegalità. L'amore della maggioranza che si raffredda.

E per le strade passano i cortei. Uomini che si feriscono a sangue in pubblico, portando un messaggio che dicono arrivato dal cielo: Dio ha deciso di distruggere il mondo, e solo il pentimento può fermarlo. Le folle li seguono. Le autorità religiose li condannano. Loro continuano.[14]

Falsi profeti. Uomini che vengono meno per la paura.

E non mancò chi vi lesse la mano del giudizio finale: il cronista fiorentino Matteo Villani apriva la sua cronaca chiamando la peste la sentenza che la giustizia divina aveva mandato sugli uomini, «degni per la corruzione del peccato di final giudizio».[15] Un altro, per lasciare memoria a chi verrà, dice di scrivere perché la fine è vicina, e forse nessuno resterà a raccontarlo.[16]

Guerre, carestie, pestilenze, terremoti, segni nel cielo, illegalità, amore raffreddato, falsi profeti, paura.

Manca qualcosa dall'elenco di Matteo 24?

Le date

Non manca quasi nulla. Solo un paio di cose.

Una di queste è la data. E ve l'abbiamo tolta noi, come avrete intuito.

Tutto quello che avete letto è vero, riga per riga, ed è documentato nelle note. Ma non è il 1914 o il 2026. È il 1348.

Non abbiamo mentito. Abbiamo solo omesso una data. Ed è bastato. Della seconda cosa che manca parleremo più avanti. Quella non l'abbiamo tolta noi: non c'era.

Il denominatore

Una premessa importante.

Stiamo per fare dei conti sui morti. Milioni, decine di milioni. Dietro ogni numero c'è una persona, e dietro ogni persona qualcuno che l'ha pianta. Non c'è epoca in cui questo non sia stato una tragedia, e nessuna percentuale la rende più piccola. Se ci mettiamo a contare non è per freddezza e non è per speculare su chi non c'è più: è perché qualcuno ha usato quei morti come argomento, e un argomento va verificato. Cerchiamo solo di essere onesti intellettualmente, anche quando l'argomento è crudo.

Prima di tutto la carta migliore degli altri. La giochiamo noi, per loro.

L'influenza del 1918. Cinquanta milioni di morti, forse cento.[17] In numeri assoluti, la pandemia più letale di cui abbiamo notizia in un solo evento. Mai tanti morti in così poco tempo Questo è vero e chi lo cita ha ragione.

Ma facciamo una cosa che di solito non si fa: mettiamo il numero sotto il numero.

Nel 1918 la terra aveva circa un miliardo e ottocento milioni di abitanti.[18] Cinquanta milioni di morti sono meno di tre su cento. Cento milioni, cinque su cento. Terribile, certo. Ma cinque su cento.

Nel 1348 l'Europa aveva forse ottanta milioni di abitanti. Ne morirono, secondo le stime, tra un terzo e la metà.[19] Trenta, forse sessanta su cento.

Le cifre medievali sono incerte, si dirà. È vero. E allora dimezziamole: quindici su cento. Resta un numero che vale cinque volte la Spagnola. Dimezziamole ancora: sette. Resta più del doppio.

E il nostro tempo? La pandemia più recente avrebbe ucciso, contando anche i decessi in eccesso non registrati, tra i quindici e i venti milioni di persone su otto miliardi.[20] Meno di tre su mille.

Un morto ogni due. Un morto ogni trenta. Un morto ogni quattrocento.

Questo è il pro capite e non è un trucco statistico: è l'unico modo onesto per confrontare due epoche con popolazioni diverse. Chi cita i milioni senza citare i miliardi sta omettendo il denominatore. Ed è la prima cosa che abbiamo fatto noi, poche righe fa, quando abbiamo scritto "un morto ogni tre" senza dirvi di che secolo parlavamo.

Con le guerre vale lo stesso ma c'è un passaggio in più che vale la pena vedere con calma.

"Il 1914 vide la più grande guerra mai combattuta fino ad allora." Questa frase è corretta. Formalmente, storicamente corretta. Non la contestiamo.

Solo che su questa frase, così corretta, si è costruito molto. Una data d'inizio del tempo della fine. Una generazione che non sarebbe passata. Un senso d'urgenza durato più di un secolo, con le sue rinunce, le sue attese, le sue delusioni. Un'intera organizzazione ne ha fatto la propria bandiera. Non l'ha ammainata. Ma da qualche anno la sventola con più discrezione, e ne ha già staccato un lembo senza dirlo: ci torneremo.[21] Tutto questo poggia su una frase di dieci parole. E la frase regge. È l'ultima parola della frase che non regge.

Il problema è il pezzo che di solito passa senza la dovuta attenzione: fino ad allora.

Perché la stessa frase, identica, era vera anche nel 1348 con le due grandi potenze che erano Francia e Inghilterra. Era vera per le guerre napoleoniche. Era vera per ogni guerra che, al suo tempo, ha superato la precedente. Tutte queste sono state le "più grandi guerre mai combattute fino ad allora". È una frase che si avvera a ogni gradino della scala e non dice nulla sul gradino: dice solo che la scala sale.

E allora facciamo la domanda che di solito nessuno fa.

Se "la guerra più grande" è il metro per stabilire l'inizio del tempo della fine, perché il 1914 e non il 1939? La Seconda guerra mondiale ha superato la Prima di dieci volte nei morti.[22]

In termini assoluti — e solo fino a oggi — la più grande è quella. Con lo stesso metro, il tempo della fine sarebbe iniziato nel 1939, e il 1914 sarebbe stato solo un gradino intermedio, come tutti gli altri e come il 1348.

Ma c'è di peggio. Ammesso e non concesso che il metro sia quello giusto, il metro presuppone una cosa che nessuno può garantire: che non scoppi mai più una guerra più grande. Se domani ne scoppia una che supera la Seconda, la data si sposta di nuovo, e si è punto e a capo. Un segno che va aggiornato a ogni guerra non è un segno. È una classifica.

Verità parziale, dunque. Non falsa: parziale. La parte vera è "la più grande". La parte omessa o passata sottobanco è "fino ad allora".

E "fino ad allora" cambia completamente il risultato: con quelle tre parole la guerra più grande non fissa un bel niente e cade la pretesa che ci hanno costruito sopra.

Fermiamoci ancora.

Non stiamo ovviamente dicendo che quelli del 1348 avessero ragione. Stiamo dicendo una cosa più scomoda: che con lo stesso metodo avevano un caso più forte dei nostri. Se guerre, carestie e pestilenze bastano a stabilire che siamo nel tempo della fine, allora il 1348 era il tempo della fine più di quanto lo sia stato il 1914, e molto più del 2026.

E non è ignoranza. Le riviste di chi oggi conta i morti del Novecento hanno raccontato la peste nera, con questi stessi numeri.[23] Sapevano il denominatore e lo hanno lasciato fuori.

Condizione per smentirci, in una riga: trovate una pandemia moderna che abbia ucciso una quota di popolazione superiore a quella del 1348, e riscriveremo questo paragrafo con tanto di scuse.

Questo metodo non è nato nel 1348 o in altra data più recente. Vi sembrerà strano ma il metodo è vecchio quanto la cristianità stessa.

Il secondo testimone

Da quanto tempo lo si usa?

Da prima che esistesse un'organizzazione qualsiasi. Da prima che esistesse il Medioevo.

Anno 252. Cartagine, Africa romana. Una pestilenza attraversa l'impero da est a ovest e si porta via, secondo le cronache, migliaia di persone al giorno nella sola Roma.[24] L'impero è in guerra su due frontiere. I raccolti mancano. La terra trema. È esattamente l'elenco di avvenimenti già visti e contati.

E il vescovo di Cartagine, Cipriano, prende la penna.

Scrive ai suoi fedeli per consolarli, e li consola così: tutto questo era stato annunciato. Il Signore aveva predetto guerre, carestie, terremoti, pestilenze, e ora eccoli. Quindi il Regno di Dio, fratelli carissimi, comincia a essere vicino.[25]

Non è una semplice allusione. Cipriano cita il discorso del Monte degli Ulivi. Fa lo stesso confronto che abbiamo visto fare nel 1348 e nel 1914: mette in colonna i segni, mette in colonna la cronaca, e tira la riga.

E in un'altra lettera dello stesso anno va oltre. Il mondo, dice, è vecchio. Le piogge d'inverno sono meno abbondanti, il sole d'estate meno caldo, le miniere rendono meno, i campi producono meno, gli uomini sono più piccoli. Il mondo sta morendo di vecchiaia, e la fine è la sua fine naturale.[26]

Dobbiamo fermarci ancora e riflettere su quanto letto.

Cipriano non era uno qualsiasi. Era un vescovo, un pastore che restò accanto ai suoi durante la pestilenza, e che pochi anni dopo morì martire.[27] Quando applicava Matteo 24 al suo tempo, lo faceva in buona fede e con davanti agli occhi una catastrofe vera.

E aveva torto. Il Regno non era vicino. Da quella lettera sono passati millesettecentosettanta anni.

Questo è il punto, e va detto senza ironia. Il metodo che oggi ci viene propinato come la lettura corretta dei segni ha un errore di funzionamento vecchio quanto la cristianità stessa. Non nasce nel 1914. Non nasce con un'organizzazione. Nasce nel momento in cui un credente sincero guarda una catastrofe, apre Matteo 24, e conclude che parla di lui e del suo tempo.

Tre epoche, tre volte lo stesso risultato, tre volte sbagliato. Il 252, il 1348, il 1914. E se l'esempio fosse uno solo, si potrebbe dire che l'abbiamo scelto apposta. Con due, si potrebbe ancora dire che sono i due casi fortunati. Ma non è questione di casi: è questione di metodo.

Questo metodo è uno strumento che segna positivo ogni volta che una generazione soffre abbastanza da guardare il cielo. Ha segnato positivo per un vescovo del terzo secolo, per un frate del quattordicesimo, e nel ventesimo non ha smesso un momento, anzi. Nel 1914 lo ha letto qualcuno a Brooklyn. Nel 1970 un libro lo ha letto in trenta milioni di copie, con la fine fissata entro una generazione dal 1948.[28] Nel 1988 un altro ha dato ottantotto ragioni per cui la fine sarebbe arrivata quell'anno, e l'anno dopo ne ha date ottantanove.[29] Nel 2014 un altro ancora l'ha letto in quattro eclissi di luna.[30] Non si sono mai messi d'accordo sulla data né su molto altro. Sono sempre stati d'accordo sul metodo.

E allora la domanda non è più "quale secolo è quello giusto" ma "cosa c'è nel testo che tutti hanno letto e tutti hanno lasciato fuori?"

 

E' quasi mezzanotte. Da millesettecento anni. E mezzanotte non arriva mai

 

Manca qualcosa?

Torniamo alla seconda cosa che manca.

L'abbiamo lasciata in sospeso alla fine della cronaca: manca qualcosa dall'elenco di Matteo 24?

Rileggiamo il capitolo. Non un commentario: il capitolo.

Al versetto 3 i discepoli fanno una domanda sola. Al versetto 4 Gesù comincia a rispondere, e non smette fino alla fine. Un discorso, un pomeriggio, un "voi".

Versetti 6 e 7: guerre, carestie, terremoti. Questi li conosciamo tutti. Stanno su ogni rivista, in ogni libro, in ogni trasmissione che parla del tempo della fine.

Versetto 15: la cosa disgustante nel luogo santo.

Versetto 16: "allora quelli che sono nella Giudea fuggano ai monti".

Versetto 20: "pregate che la vostra fuga non avvenga d'inverno né di sabato".[31]

E qui dobbiamo fermarci ancora e seriamente.

Giudea. Sabato. Luogo santo.

Tre versetti dopo le guerre, nello stesso fiato, con lo stesso "voi", Gesù parla di un posto preciso, di un giorno preciso della settimana ebraica, di un edificio preciso. Non c'è un cambio di paragrafo. Non c'è un "e ora invece parlo ai giudei". La domanda dei discepoli era una e la risposta è una.

Cosa succede a questi tre versetti, puntualmente, quando arrivano nelle mani di questi predicatori?

Succede una di due cose, e non ce n'è una terza.

O si dice: quelli valevano per i giudei, nel 70, quando Gerusalemme fu circondata. Fatto storico, chiuso.[32]

Oppure si dice: "Giudea" non è la Giudea, è una figura; "fuggire ai monti" non è fuggire ai monti, è lasciare le false religioni; e ovviamente il "sabato" non è sabato.[33]

Due tagli diversi per lo stesso risultato: la parola Giudea e chi la abita spariscono dal discorso.

Ora la domanda, e la facciamo a tutti, a chi conta dal 1914, a chi conta dal 1948 e a chi ha contato dal 252:

Chi ha deciso che il versetto 7 vale per il 2026 e il versetto 16 valeva solo per il 70? Esiste un rigo in cui Gesù cambia destinatario?

Alla prima domanda la risposta è sempre la stessa: lo ha deciso un uomo. Un corpo direttivo, un pastore, un autore di libri. Il predicatore di turno, in ogni secolo, senza una ragione che stia nel testo o lontanamente oggettiva. Solo la ragione che il suo insegnamento non regge altrimenti.

Alla seconda domanda la risposta è: quel rigo non c'è. Lo sappiamo tutti che non c'è. E allora il criterio con cui si tiene il versetto 7 e si toglie il 16 non sta nel testo. Sta fuori. Sta nella testa di questi signori. Sta in quello che la dottrina può permettersi di leggere.

Guardiamo dove cade il taglio. Non a caso, non qua e là. Cade sempre e solo dove Gesù è concreto, geografico, ebraico. Giudea. Sabato. Luogo santo.

Ogni riga in cui il discorso tocca terra in un posto preciso viene tolta o svuotata di significato. Ogni riga in cui resta astratto — guerre in generale, terremoti in generale — viene tenuta.

Non è un taglio distratto: è una precisa direzione.

E qui il cerchio si chiude con la cronaca. Nel 1348 quei tre versetti non si potevano applicare perché non c'era una Giudea da cui fuggire: mancavano per storia. Oggi non si applicano perché sono stati tolti: mancano per scelta. Due omissioni diverse. Lo stesso buco.

E sotto il buco, la stessa radice: la convinzione — mai messa in discussione — che qualunque cosa dica la Bibbia debba parlare di me. Di me, della mia epoca, della mia chiesa. Mai di altri.

Chi è convinto di stare al centro sposta la profezia dove sta lui. Se sta a Cartagine, la legge a Cartagine. Se sta a Parigi, a Parigi. Se sta a Brooklyn, a Brooklyn. E lo stesso fa con il tempo: la piega sul secolo in cui vive, perché il secolo in cui vive è per forza quello di cui si parla. Cipriano non ha mai pensato che Matteo 24 potesse parlare di un'altra città. Il frate nemmeno. Chi legge oggi nemmeno. E il testo, intanto, ha un indirizzo scritto sopra, che nessuno si ferma a leggere: qui si parla di giudei, e di Giudea.

Nessuno, in millesettecento anni, ha letto quella parola e si è fermato a pensare: forse questo parla della Giudea e dei giudei. Non parla di me.

Su questo aspetto torneremo nella seconda parte di questo articolo.

Se il buco è sempre lo stesso, in tutte le epoche, forse non è il secolo che va cambiato ma la nostra abitudine di metterci al centro di qualsiasi cosa. Perché il discorso di Gesù un centro ce l'ha.

E non siamo noi.

Il posto da cui si guarda

Perché il 1348 funziona?

Non perché quelli del 1348 fossero ingenui. Perché guerre, carestie, pestilenze e terremoti ci sono sempre stati. In ogni secolo. In ogni continente. Da quando Caino ha alzato la mano sul fratello, l'umanità non ha passato un solo secolo senza guerra, un solo secolo senza epidemia, un solo secolo senza che la terra tremasse da qualche parte.

Non sono un'eccezione della storia ma la sua condizione normale. Certi periodi sono stati peggiori di altri ma restano il rumore di fondo del dominio dell'uomo sull'uomo.[34]

E qui sta il difetto dello strumento, finalmente allo scoperto. Uno strumento che misura una cosa presente ovunque e sempre non può distinguere un secolo dall'altro. Segna positivo nel 252, nel 1348, nel 1914, nel 2026, perché in tutti e quattro trova quello che cerca. Non è rotto. È puntato sulla costante invece che sulla variabile. E una cosa che c'è in ogni epoca non può indicare alcuna epoca.

E allora Gesù ha sbagliato a nominarli? No.

Gesù li nomina ma non dice semplicemente "quando ci saranno guerre". Dice "quando vedrete tutte queste cose" (Matteo 24:33), e "queste cose" nel suo discorso hanno un indirizzo: un luogo santo, una Giudea. I fenomeni non sono il segno per il fatto di accadere. Diventano segno quando accadono dentro la cornice che Gesù ha disegnato: un Israele in cui ci sia una Giudea da cui fuggire, un popolo a cui può importare se è sabato anziché martedì, un tempo in cui il conto è cominciato.[35]

Fuori da quella cornice, una pestilenza è una pestilenza. Una guerra è una guerra. Sono conseguenze del dominio umano, non indicazioni della presenza di Cristo. Quelle del 1348 lo erano. Quelle del 1914 lo erano. E lo sono, finora, anche le nostre.

E già che siamo sulla cornice, c'è una cosa che non possiamo fare finta di non notare.

Il discorso di Matteo 24 non comincia con le guerre e neppure coi falsi profeti. Comincia con le pietre. I discepoli gli mostrano gli edifici del Tempio, e Gesù risponde che non ne resterà una sull'altra (24:1-2). È da lì che nasce la domanda del versetto 3 e la domanda, a rileggerla, è doppia. Quando avverranno queste cose, cioè la caduta del Tempio, e quale sarà il segno della presenza. Due domande. Quando Gesù parlava, un Tempio c'era, e stava per non esserci più.

E Gesù risponde a tutte e due ma non dà due risposte: ne dà una.

Non dice "prima ti rispondo sul Tempio, poi sulla presenza". Parte dalle pietre e arriva alla presenza senza mai staccare, e Luca ci dice come: Gerusalemme circondata da eserciti, il Tempio caduto, e poi la città "calpestata dalle nazioni, finché i tempi delle nazioni non siano compiuti" (Luca 21:20-24). Una linea sola, dal 70 alla fine, e passa per Gerusalemme.[36]

Ora, Gesù non dice che il luogo santo sia il Tempio, sia chiaro. Dice "luogo santo", e Luca nello stesso passaggio dice "Gerusalemme": il luogo è la città.

Ma se il modello va preso tutto, e non a pezzi come abbiamo appena rimproverato ad altri, allora anche la domanda sul Tempio va messa sul tavolo, e non nascosta sotto: il Tempio è una delle precondizioni del segno della presenza di Gesù? Sì.

Diciamolo noi, e diciamolo prima di chi già fa allevare le vacche rosse: su questo hanno ragione loro. Il discorso parte dalle pietre, e a pietre torna. Dove hanno torto è su tutto il resto — su chi lo costruirà, su chi ci sarà dentro e chi fuori, e su cosa viene dopo. Ma questo lo abbiamo scritto in tre articoli a cui rimandiamo.[37]

Il motivo per cui Gesù diede un'unica risposta a una domanda che, in fondo, è doppia, è perché c'è una sola risposta. E la risposta va tenuta insieme sia nel modello che nell'adempimento.

Da qui la cosa che tutti i cronometri hanno sbagliato, ognuno a modo suo.

Chi ha cancellato Israele — dichiarato sostituito da un "Israele spirituale" o da una Chiesa — ha tolto la cornice e si è messo a leggere i segni vedendo se stesso come cornice. Ha visto guerre e ha detto "ci siamo" esattamente come Cipriano, e con lo stesso risultato.

Chi ha tenuto Israele ma si è messo davanti — decidendo che i segni sono per la Chiesa oggi e la Giudea sarà per Israele dopo, in un futuro dal quale i lettori saranno già usciti — ha tenuto la cornice per gli altri e i segni per sé. Ha guardato Israele e questo è un merito. Ma lo ha usato come cronometro, non come punto d'osservazione: ha preso il 1948 e ne ha fatto una data d'inizio da cui contare quella famosa generazione.[38]

Ecco il punto d'osservazione, in poche righe.

Non stiamo dicendo che il tempo della fine sia iniziato nel 1948. Stiamo dicendo che non poteva iniziare prima.

Sono due affermazioni diverse, e vanno tenute separate: una precondizione non è una data. Israele non fa partire il conto. È ciò senza cui il conto non può nemmeno partire, perché i versetti 15, 16 e 20 non avrebbero un posto in cui avverarsi. Un terremoto può essere un segno solo dentro un discorso che parla anche della Giudea. E finché la Giudea non c'è, un terremoto è un terremoto.

Questo rende impossibile il 1914 — non perché la guerra fosse piccola, ma perché mancava il soggetto. Rende impossibile il 1348, il 252, e ogni altra data proposta prima del ritorno di un popolo in una terra. E rende sbagliato anche il 1948 come inizio: la precondizione è tornata, il conto no. Che uno abbia una carta geografica non vuol dire che il viaggio sia cominciato.

C'è una conseguenza, e non è consolante. Se i segni veri sono quelli dentro la cornice, allora non li abbiamo ancora visti. Quello che abbiamo visto — anche il peggio del Novecento — era rumore di fondo. E nessuno può dire quanto sarà forte il segnale quando comincerà. Potrebbe superare tutto ciò che il 1348 e il 1918 messi insieme ci hanno mostrato. Chi ha spuntato le caselle sulle guerre del secolo scorso non ha anticipato la fine: ha consumato l'allarme prima che suonasse.

In Matteo 24 Gesù nomina un popolo, un luogo e un giorno che conta per un unico popolo, e non ne aggiunge altri. [39]

Il tempo della fine esiste, sì: lo abbiamo scritto all'inizio.

Solo che per vederlo bisogna smettere di vedere se stessi come centro dell'universo e ripristinare il luogo originale e i destinatari originali.

 


E se un amico chiedesse…

"Voi dite che la Giudea 'non c'era'. Ma la Giudea c'è sempre stata: è geografia. Le colline sono rimaste al loro posto."

Le colline sì. Ma Gesù non parla alle colline. Dice "quelli che sono nella Giudea fuggano", e "pregate che la vostra fuga non avvenga di sabato": un popolo che sta in quella terra e che conta i giorni con quel calendario. Nel 1348 quelle colline si chiamavano Palestina, erano una provincia mamelucca, e chi le abitava non aveva bisogno di preoccuparsi di un sabato in cui fuggire. Il nome stesso era stato cancellato: dal 135, dopo l'ultima rivolta, Roma aveva abolito perfino la parola "Giudea" dalle carte, sostituendola con "Siria Palestina". Una Giudea senza Israele non è la Giudea del discorso. È un pezzo di terra con un altro nome.

"Ma voi Israele lo avete sempre contestato: dite che questo Stato non è il 'vero' Israele, lo considerate Babilonia la Grande. E adesso lo usate come punto di riferimento?"

Sì, e non è una contraddizione, se si distingue lo Stato dal popolo. Lo Stato costituito nel 1948 non è quello che Dio ha approvato, e in questo senso non è il "vero" Israele: lo abbiamo scritto e lo confermiamo. Ma il popolo che lo abita è, almeno in maggioranza, quel popolo. La nazione a cui Gesù si rivolge è quella. Daniele ha dei fratelli che l'angelo chiama "violenti" — "i figli dei violenti del tuo popolo" — e restano del suo popolo (Daniele 11:14). Il popolo di prima della deportazione, che Ezechiele descrive peggio di Sodoma, era comunque quel popolo, e i profeti gli parlavano per questo. Che oggi sia, spiritualmente, una Babilonia moderna non cambia chi è. Cambia quello che gli sta per succedere.

"Però Gesù li chiama segni. Voi state dicendo che non lo sono?"

Stiamo dicendo che non lo sono per il fatto di accadere. Gesù non dice "quando ci saranno guerre": dice "quando vedrete tutte queste cose", e le cose che elenca hanno un indirizzo — un luogo santo, una Giudea, un sabato. Una guerra dentro quella cornice è un segno. Una guerra fuori da quella cornice è una guerra, come ce ne sono state in ogni secolo. Non abbiamo tolto una riga a Matteo 24. Abbiamo rimesso quelle che mancavano.

"Allora, se il 1348 e il 1914 non contano, niente conta. Il tempo della fine è una cosa che non si può riconoscere?"

Al contrario: è una cosa che non si poteva riconoscere prima, perché mancava il posto da cui guardare. Un segno che parla di una Giudea richiede una Giudea. Dal 1948 il posto c'è. Il conto no, non ancora. Ma questo è già molto più di quanto avesse in mano chiunque tra il 70 e il 1948: loro avevano l'elenco e nessun luogo in cui applicarlo. Noi abbiamo l'elenco e il luogo. Ci manca di vedere.

"E se vi sbagliaste?"

Allora qualcuno ci mostrerà un'epoca prima del 1948 in cui i versetti 15, 16 e 20 di Matteo 24 potevano avverarsi alla lettera, e questo articolo andrà riscritto. Oppure ci mostrerà una pandemia moderna con una mortalità, in proporzione, superiore a quella del 1348, e la sezione sul denominatore va riscritta. Le condizioni le abbiamo messe per iscritto noi. Chi ci ha preceduto — nel 252, nel 1348, nel 1914, nel 1988 — non le aveva messe. E quando la data è passata, ha spostato la data.

 

In conclusione

Abbiamo cominciato dando ragione a chi ha preso Matteo 24 sul serio. Lo confermiamo: ha fatto bene.

Ha sbagliato solo una cosa, e l'ha sbagliata in ogni secolo allo stesso modo: ha guardato se stesso, la propria nazione, la propria religione, il proprio tempo. E per farlo ha dovuto eliminare, o cambiare, in qualche misura, i giudei, la Giudea e lo stesso "luogo santo", ovvero il soggetto a cui Gesù si riferisce.

Il tempo della fine esiste e Gesù ne ha parlato affinché lo comprendessimo. I segni esistono e si possono riconoscere, se ci togliamo di mezzo per una volta e riconosciamo il soggetto delle parole di Gesù. Per millesettecento anni questo soggetto non c'è stato.

Adesso c'è. Non indica una data ma una precondizione.

Restano però due domande, e non sono piccole.

La prima: come possiamo proterggerci dalle prossime previsioni, false e fuorvianti, che arriveranno di certo e di cui Gesù dice di guardarci? 

La seconda: come può uno strumento che sbaglia dal 252 non essere ancora finito in soffitta e continuare a funzionare, ovvero ingannare le masse? Se un metodo sbaglia da millesettecento anni eppure convince ancora non può reggersi da solo. C'è qualcuno che lo regge.

Come, lo vedremo nella seconda parte. Non le conclusioni — quelle le abbiamo viste — ma le tecniche: come si toglie un denominatore, come si taglia una citazione, come si cambia una parola in sordina quando i fatti la smentiscono etc. Le mostreremo una per una, con gli esempi, e con un compito finale: fatelo anche voi, su un anno a scelta, e vedete se funziona.

 

Funzionerà. È questo il problema.

 

 

Note

[1] La Guerra dei cent'anni tra Francia e Inghilterra, iniziata nel 1337: nel 1348 durava da undici anni.
[2] Battaglia di Crécy, 26 agosto 1346.
[3] Assedio di Calais, settembre 1346 – agosto 1347.
[4] L'Italia dei comuni e delle signorie; le compagnie di ventura (Werner von Urslingen era attivo in quegli anni; la Grande Compagnia di Montreal d'Albarno dal 1353).
[5] Carestia a Firenze nel 1346-47 (Giovanni Villani, Nuova Cronica); la Grande carestia del 1315-17, quando si fece il pane con le ghiande.
[6] La peste giunse in Europa da Caffa, sul Mar Nero, con le navi genovesi; Messina, ottobre 1347.
[7] Agnolo di Tura del Grasso, cronista senese, Cronaca senese: "seppellii i miei cinque figli con le mie mani".
[8] O. J. Benedictow, The Black Death 1346-1353: The Complete History (2004); R. Jedwab, N. Johnson, M. Koyama, "Negative Shocks and Mass Persecutions: Evidence from the Black Death", Journal of Economic Growth 24 (2019). Le stime vanno dal 30 al 60 per cento della popolazione europea.
[9] Terremoto del 25 gennaio 1348 (Villach, Carinzia; frana del monte Dobratsch), avvertito in gran parte dell'Europa centrale. Cronisti coevi lo misero in relazione con la pestilenza.
[10] Compendium de epidimia, Facoltà di medicina di Parigi, ottobre 1348: la congiunzione di Saturno, Giove e Marte del 20 marzo 1345.
[11] Jean de Venette, Chronique, anno 1348 (ed. R. A. Newhall, trad. J. Birdsall, Columbia University Press, 1953; anche in J. Aberth, The Black Death: The Great Mortality of 1348-1350, 2005).
[12] Boccaccio, Decameron, introduzione alla prima giornata.
[13] Strasburgo, 14 febbraio 1349 (cronaca di Jacob Twinger von Königshofen; Fritsche Closener).
[14] I flagellanti del 1349 e la "lettera celeste"; condannati da Clemente VI con la bolla Inter sollicitudines dell'ottobre 1349.
[15] Matteo Villani, Cronica (o Nuova Cronica, continuazione di quella del fratello Giovanni), proemio / incipit del libro I. La peste del 1348 vi è letta come castigo divino e "final giudizio".
[16] John Clyn, frate francescano di Kilkenny, Annales Hiberniae, 1349: scrive "nel caso qualcuno sopravviva", e il manoscritto si interrompe.
[17] N. P. A. S. Johnson, J. Mueller, "Updating the Accounts: Global Mortality of the 1918-1920 'Spanish' Influenza Pandemic", Bulletin of the History of Medicine 76 (2002).
[18] Popolazione mondiale nel 1918: circa 1,8 miliardi.
[19] Vedi nota 8. Sull'incertezza delle cifre medievali: l'obiezione era già usata dalla Torre di Guardia nel 1951.
[20] OMS, stime dell'eccesso di mortalità 2020-2021 (circa 14,9 milioni); stime successive fino a 20 milioni.
[21] Per l'insegnamento attuale: jw.org, "Cosa insegnò Gesù riguardo al Regno di Dio?" (wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/2010245): i segni sono "particolarmente evidenti dal 1914… Perciò Gesù è ora al potere". Per il "lembo staccato": La Torre di Guardia (edizione per lo studio), 15 luglio 2013, "La profezia di Gesù sugli ultimi giorni e la grande tribolazione", §§ 3-4, dove si ammette che "per un certo numero di anni" si insegnava che la grande tribolazione era iniziata nel 1914 e che l'intendimento è stato cambiato.
[22] Prima guerra mondiale: 15-20 milioni di morti; Seconda guerra mondiale: 70-85 milioni.
[23] "La peste nera non fu la fine", Svegliatevi! 22 novembre 1997.
[24] La cosiddetta peste di Cipriano (249-262). La cifra dei morti giornalieri a Roma proviene da fonti tarde (Zosimo; Historia Augusta, Vita Gallieni).
[25] Cipriano, De mortalitate, cap. 2.
[26] Cipriano, Ad Demetrianum, capp. 3-4.
[27] Cipriano fu decapitato a Cartagine il 14 settembre 258.
[28] Hal Lindsey, The Late Great Planet Earth (1970).
[29] Edgar C. Whisenant, 88 Reasons Why the Rapture Will Be in 1988 (1988); The Final Shout: Rapture Report 1989 (1989).
[30] John Hagee, Four Blood Moons (2013); la tetrade lunare del 15 aprile 2014 – 28 settembre 2015.
[31] Matteo 24:15, 16, 20 nella Traduzione del Nuovo Mondo.
[32] La Torre di Guardia, 1966, "Che cosa ha fatto il regno di Dio sin dal 1914?" (wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/1966761): "Dai giorni di Gesù Cristo la città terrestre di Gerusalemme non è ciò che conta".
[33] "Il lettore usi discernimento", La Torre di Guardia, 1 maggio 1999; "Desolata la cristianità dalla 'cosa disgustante'", La Torre di Guardia, 15 giugno 1971.
[34] Genesi 4:8; Ecclesiaste 8:9.
[35] Israele è il centro della profezia: articolo qui
[36] Luca 21:20-24.
[37] articolo qui 
[38] Vedi nota 28.
[39] Romani 11:17-24. Chi è entrato dopo, dice Paolo, è stato innestato sullo stesso olivo: non è stato piantato un secondo olivo accanto al primo. L'argomento per esteso nell'articolo sui 144.000.



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