Taglia unica

 Ovvero… “Come si fa a - NON - riconoscere la vera religione” 

«Non osiamo classificarci o confrontarci con certuni che si raccomandano da sé; i quali però, misurandosi secondo la loro propria misura e paragonandosi tra di loro stessi, mancano d’intelligenza.» - 2 Corinti 10:12, Nuova Riveduta

Nessuno si attribuisce questo onore di propria iniziativa, ma lo riceve solo quando è chiamato da Dio, come accadde ad Aronne - Ebrei 5:4, Traduzione del Nuovo Mondo (Revisione 2017)

 

In una via del centro c'è una sartoria con una vetrina elegante. Dentro, su un manichino, un abito solo.

Il cartellino dice: «L'abito del vero cristiano. Taglia unica».

Entriamo. Il sarto ci accoglie con un sorriso e ci invita a provarlo. Siamo in parecchi, oggi.

Il cattolico lo indossa per primo: le maniche gli arrivano ai gomiti. L'evangelico ci prova: non si abbottona. Il mormone non riesce nemmeno a infilarlo.

Poi lo indossa il sarto.

Gli cade a pennello. Ogni cucitura al posto giusto, ogni piega dove deve stare.

«Vedete?» dice soddisfatto. «Taglia unica. Chi non ci entra, evidentemente, non è un vero cristiano».

Nessuno gli fa la domanda più ovvia. Le misure non le avrai mica prese su di te?

Oggi entriamo in quella sartoria e guardiamo le cuciture da vicino.

 

La via dei sarti

Prima di entrare, però, un'onestà dovuta. Il nostro sarto non è l'unico in città.

Lungo la stessa via ci sono altre botteghe, e ognuna espone in vetrina il suo abito del vero cristiano. Taglia unica, naturalmente.

La Chiesa cattolica ha il suo: la vera Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica.

Dove «apostolica» significa successione apostolica, e la Chiesa di Cristo, precisa il Catechismo, «sussiste» in quella governata dal successore di Pietro (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 811 e seguenti).

I riformati hanno il loro dal 1561: la vera chiesa si riconosce dalla pura predicazione del vangelo, dalla pura amministrazione dei sacramenti e dall'esercizio della disciplina (Confessione Belgica, art. 29). Con una premessa che merita un applauso: tutte le sette del mondo, osservano, si attribuiscono il nome di chiesa. Verissimo. Compresa, va da sé, quella che lo scrive.

Gli avventisti del settimo giorno hanno il loro: il «rimanente» del tempo della fine osserva i comandamenti di Dio, sabato compreso, e possiede la testimonianza di Gesù, cioè lo spirito di profezia (Apocalisse 12:17; 19:10). E lo spirito di profezia, per loro, ha un nome e un cognome: Ellen White. A chi chiede il battesimo domandano di accettare che la Chiesa avventista sia la chiesa del rimanente della profezia biblica (Credenza fondamentale n. 13 e voto battesimale).

Mettiamoli in fila, insieme a quello dei testimoni di Geova che vedremo tra poco e su cui si concentra questo articolo per praticità ma non per esclusività.

In alcuni punti questi elenchi coincidono, in altri differiscono.

Dove gli elenchi coincidono, il paradosso resta intero. Tutti, in una forma o nell'altra, mettono al primo posto la fedeltà alla Parola di Dio. Ma se il criterio è lo stesso, perché sono religioni diverse, che si escludono a vicenda? Il criterio è ottimo: peccato che, a conti fatti, non distingua nessuno.

Dove differiscono, il paradosso raddoppia. E differiscono in un modo che fa quasi tenerezza: ogni elenco contiene esattamente la cosa che solo chi lo scrive possiede.

Il cattolico ci mette il successore di Pietro. Il riformato, i sacramenti amministrati come li intende lui. L'avventista, il sabato ed Ellen White. Il testimone di Geova, lo vedremo, il nome «Geova».

Ogni sarto ha cucito nell'abito il proprio marchio di fabbrica.

E c'è di meglio. Per gli avventisti il sabato è un segno della vera chiesa mentre per i testimoni di Geova, che dagli avventisti hanno ereditato più di una data, il sabato non obbliga più nessuno. Due botteghe imparentate, la stessa Bibbia sul bancone, misure opposte. Di un abito di taglia unica, si intende.

Se lo stesso libro produce elenchi incompatibili, il problema non sta nel libro. Sta nel metro, che ognuno si è costruito da sé.

Da qui in avanti ci concentreremo sull'elenco dei testimoni di Geova. Non perché sia l'unico, come abbiamo appena visto, ma perché è il più dettagliato, il più diffuso porta a porta, e perché è quello che conosciamo meglio, cucitura per cucitura. Le stesse domande, però, valgono per tutte le botteghe della via. E le botteghe sono tante.

 

Cinque misure

L'abito di cui parliamo esiste davvero. Lo trovate nell'opuscolo Dio ci dà una buona notizia, pubblicato dai testimoni di Geova.

La lezione 10 si intitola: «Come si fa a riconoscere la vera religione?».¹

La lezione elenca cinque tratti distintivi dei veri servitori di Dio. In sintesi:

  1. rispettano la Bibbia come Parola di Dio e ne applicano i princìpi;

  2. onorano il nome di Dio, Geova, e lo fanno conoscere;

  3. predicano il Regno di Dio come unica speranza dell'umanità;

  4. non fanno parte del mondo: stanno fuori dalla politica e dai conflitti sociali;

  5. hanno amore straordinario gli uni per gli altri e rifiutano la guerra.

Diciamolo subito, perché è giusto: nessuno di questi cinque punti è sbagliato in sé. Ci mancherebbe.

Rispettare la Bibbia, onorare il nome di Dio, annunciare il suo Regno, non sporcarsi le mani con la politica e con la guerra, amarsi. Chi potrebbe obiettare?

Ma il problema non è il tessuto. È il taglio.

Perché la lezione non si limita a elencare. Dopo ogni punto pone una domanda al lettore, e la domanda ha già la risposta cucita dentro.

Dopo il nome di Dio: «Nella tua zona, quale religione fa conoscere il nome di Dio?».

Dopo il Regno, chiede di immaginare che qualcuno venga a parlarci del Regno di Dio, e di indovinare di che religione sia.

E in chiusura, la domanda finale riassume tutti i punti e chiede quale religione li possieda tutti insieme.

È un po' come entrare in un negozio dove il commesso ti chiede: «Lei preferisce un abito blu, con tre bottoni, con le tasche a toppa e la fodera rossa?». E poi, con aria sorpresa: «Guardi un po', ne abbiamo uno solo».

Il cliente esce convinto di aver scelto da solo.

Proviamo allora a fare quello che il commesso non fa. Prendiamo le cinque misure una per una, e vediamo a quanti altri corpi si adattano.

 

Prima misura: il rispetto della Bibbia

Rispetto. Bellissima parola.

Ma il rispetto per un testo non si misura quando il testo ci dà ragione. Quello è facile: siamo tutti rispettosissimi di chi ci dà ragione. Il rispetto si misura quando il testo ci dà torto.

Pensiamo a un arbitro che in vent'anni di carriera non ha mai fischiato un fallo contro la squadra di casa. Può citare il regolamento a memoria, articolo per articolo. Nessuno direbbe che lo rispetta.

Facciamo una prova.

In Geremia, Dio pronuncia una promessa con una cornice cosmica: se i cieli di sopra potranno essere misurati e le fondamenta della terra di sotto scandagliate, allora anche lui rigetterà la discendenza d'Israele per tutto quello che ha fatto.²

E poco più avanti, per chi non avesse capito, la ripete con un'altra immagine: se il suo patto con il giorno e con la notte venisse meno, allora rigetterebbe anche la discendenza di Giacobbe.³

Due giuramenti. Due immagini cosmiche. Due iperboli che portano ad una sola conclusione: Israele non sarà mai rigettato.

Eppure l'organizzazione insegna che Israele è stato messo da parte e sostituito da un «Israele spirituale», che guarda caso coincide con una parte dei suoi membri.⁴

A questo punto Geremia va «interpretato». I cieli diventano misurabili in senso spirituale (tra l’altro confondendo “spirituale” con “simbolico”). Le fondamenta si scandagliano in senso spirituale. E la discendenza di Giacobbe diventa, in senso spirituale, qualcun altro.

Nel frattempo, ogni sera la notte arriva puntuale. Ogni mattina, il giorno. Se leggiamo solo quello che c'è scritto, e per come è scritto, il patto regge benissimo.

La dottrina molto meno.

Quando ogni versetto scomodo deve essere «interpretato» finché smette di essere scomodo, la Bibbia che si rispetta non è più la Bibbia. È la Bibbia già passata al setaccio della dottrina. E rispettare quella non costa niente: è come rispettare la propria immagine allo specchio. E questo era solo un esempio fra tanti.

Vediamo già un’aggiustatina a quella “taglia unica” che in teoria avrebbe dovuto calzarci a pennello. Se non ci sta, allarghiamo qualche cucitura, allentiamo qualche bottone. Alla fine ci sta.

La prima misura, dunque, la dichiarano tutti. Il cattolico rispetta la Bibbia, l'evangelico pure, il mormone anche, e ne ha un volume in più. E tutti, quando il testo li contraddice, hanno pronta la loro interpretazione. O il loro taglio perfetto.

Un criterio che chiunque può attribuirsi non distingue nessuno.

Eppure la prova che abbiamo fatto suggerisce un ritocco.

Se il rispetto della Bibbia si vede quando il testo ci dà torto, allora all'elenco manca una misura.

Ritocco al cartamodello. I veri servitori di Dio riconoscono il popolo che Dio ha scelto per adempiere il suo proposito, Israele, perché i suoi doni e la sua chiamata sono irrevocabili (Romani 11:29).

C’è altro da aggiungere?

 

Le misure che la tua religione ti mostra sono aderenti al Testo oppure... alla tua religione?

Seconda misura: il nome di Dio

Qui ci vuole una concessione piena, e la facciamo volentieri.

Il nome di Dio è importante. Non un dettaglio, non una preferenza di stile. Compare migliaia di volte nelle Scritture ebraiche, è al centro del primo comandamento, e la prima richiesta della preghiera insegnata da Gesù è che quel nome sia santificato.⁵ Chi sostiene che un nome valga l'altro, o che Dio non abbia un nome, non ha letto la Bibbia con molta attenzione.

Detto questo, guardiamo le cuciture.

La misura non è esclusiva. Il nome di Dio lo usano anche il movimento del Sacro Nome, la Casa di Yahweh e altri gruppi ancora, che sul nome hanno costruito addirittura la loro identità.⁶ Se la seconda misura bastasse, l'abito andrebbe bene anche a loro. Il sarto, ovviamente, non è d'accordo.

La misura premia una convenzione. Il punto della lezione dice: onorano il nome di Dio, Geova. Ma Geova non è la pronuncia che sentì Mosè. Non lo è nemmeno Yahweh: la pronuncia originale è andata perduta, e su questo nessuno studioso serio discute. Il criterio, quindi, non premia chi onora il Nome. Premia chi usa una certa resa del Nome. La propria.

Usarlo spesso non significa onorarlo. Il comandamento non dice «non pronunciare il nome». Dice di non usarlo invano.⁷ E allora fermiamoci un attimo. «Grazie a Geova, anche oggi ho trovato parcheggio». «Grazie a Geova, la pasta era buona». Non è blasfemia, certo. Ma un nome santo usato come intercalare non è neppure il massimo del rispetto e timore reverenziale. E vantarsi di «portare» il nome di Dio per dimostrare di essere il suo popolo è un altro modo, più elegante, di servirsene. Anzi, diciamolo con la parola giusta: di strumentalizzarlo.

E soprattutto, è una medaglia ancora da coniare. Gesù disse di aver manifestato il nome del Padre agli uomini che il Padre gli aveva dato.⁸ Ai suoi, non a tutti. E il profeta Gioele lega l'invocazione del nome di Dio al tempo che precede il grande giorno, quando qualcuno dovrà farlo conoscere di nuovo.⁹ Il ripristino del Nome, quello vero, appartiene al futuro.

Appuntarsi oggi al petto il distintivo del Nome è come appuntarsi una medaglia per una gara che non si è ancora corsa.

Dal portare il Nome al chiamarsi con il Nome. C'è poi un passo in più, ed è il più ardito. Essi non usano semplicemente quel Nome ma arrivano a chiamarsi con il Nome. E l'organizzazione il Nome lo porta scritto sull'insegna.

Il versetto invocato è Atti 15:17, dove la Traduzione del Nuovo Mondo parla di persone «chiamate con il mio nome».

Peccato che in quel passo Giacomo stia citando il profeta Amos. E nella stessa Traduzione del Nuovo Mondo, in Amos 9:12, si legge di nazioni «sulle quali è stato invocato il mio nome».

Non serve confrontare questa traduzione con altre Bibbie. Basta confrontarla con sé stessa. La citazione dice una cosa, il testo citato ne dice un'altra, e la traduzione è la stessa.

C'è differenza, e non da poco, tra un popolo sul quale è invocato il Nome di Dio e un popolo che quel Nome lo usa come distintivo.

Israele, che testimone di Dio lo era davvero, non si chiamò mai con il suo Nome. Il sommo sacerdote lo portava inciso sulla lamina del turbante, eppure il popolo si chiamava israelita, popolo ebreico, seme di Abraamo, discendenza di Giacobbe. Lo stesso vale per i discepoli del primo secolo: prima «quelli della Via», poi semplicemente «cristiani» (Atti 9:2; 11:26; 1 Pietro 4:16). Nessuno di loro sentì il bisogno di chiamarsi col Nome di Dio.

E c'è un dettaglio che rende la cosa quasi comica. Il nome scelto viene da Isaia 43:10: «voi siete miei testimoni». Detto a chi? A Israele.

L'etichetta, insomma, è stata staccata dal vestito di un altro. E nel frattempo il sarto spiega ai clienti che quell'altro non è più cliente da tempo: rigettato, sostituito, superato, fuori moda. Proprio il popolo al quale Geremia giurava, su cieli e sulle fondamenta della terra, che non sarebbe mai stato rigettato.

Il punto della lezione, quindi, non è completamente sbagliato. È tagliato a metà. Dove serve.

Ritocco al cartamodello. I veri servitori di Dio onorano il suo Nome senza intestarselo, senza farne un'insegna e senza usarlo invano, e attendono che sia Dio stesso a restituirlo nella sua pienezza.

Ci abbiamo dedicato due articoli, e chi vuole approfondire li trova sul blog.¹⁰ Qui basta tenere a mente lo schema. Strumentalizzare il Nome per rivendicare un’appartenenza non è proprio il massimo del rispetto.

 

Terza misura: il Regno

I veri cristiani predicano il Regno di Dio. Verissimo: Gesù ne parlò fino all'ultimo giorno.

Ma sono davvero gli unici, come lascia intendere la lezione? Chi altro predica?

Gli avventisti del settimo giorno, per cominciare. Che tra l'altro il Regno imminente lo predicavano prima, e da loro è stata presa in prestito più di una data. Poi i cristadelfiani, che sul Regno futuro hanno costruito tutta la loro dottrina. E in fondo, a modo suo, chiunque reciti il Padre nostro e dica «venga il tuo Regno».

La lezione però chiede: se qualcuno viene a parlarti del Regno di Dio, di che religione sarà?

Risposta prevista: la nostra. Risposta reale: dipende da chi bussa.

E allora cosa distingue davvero? Non il fatto di predicare il Regno, ma quale Regno. Cioè quello descritto dalla propria dottrina. La terza misura, a guardarla bene, non misura la predicazione del Regno: misura la predicazione della propria idea del Regno. E ognuno, naturalmente, ha la sua.

Eppure il Regno, nella Scrittura, non è un contenitore vuoto da riempire a piacere. Ha un popolo e un indirizzo.

Cosa riguardasse quel regno lo vediamo chiaramente nella domanda fatta dai discepoli al Risorto, in Atti 1:6-7. C’è un popolo e un indirizzo.

Ma ogni religione ci ha messo il suo: chi un regno nei cuori, chi un regno nei cieli, e tutti indistintamente, coincidono con la propria organizzazione.

Quindi il problema non è solo chi predica, che è più di uno. Ma è soprattutto quale versione del Regno predica.

È difficile immaginare che coloro che hanno eliminato Israele dalla propria dottrina parlino proprio dello stesso Regno a cui gli apostoli e tutti i profeti, da sempre, fecero riferimento.

Sul versetto che la lezione cita a sostegno, Matteo 24:14, torneremo nel prossimo articolo. Perché dice più di quanto convenga.

Ritocco al cartamodello. I veri servitori di Dio predicano il Regno con il popolo e l'indirizzo che la Scrittura gli dà, e non quello cucito sulla propria dottrina (Atti 1:6-7).

 

Quarta misura: la neutralità

Non immischiarsi nella politica, rifiutare di imbracciare le armi. Qui la concessione va fatta, ma con precisione.

Che i discepoli di Cristo non impugnino la spada lo insegna Cristo stesso: chi prende la spada, di spada perirà (Matteo 26:52). Su questo nulla da eccepire. E va riconosciuto che molti testimoni di Geova, per questa scelta, hanno pagato con il carcere e peggio. Onore a loro.

Ma la lezione, per sostenere il punto, cita un'altra profezia: le spade trasformate in vomeri, le nazioni che non impareranno più la guerra.¹¹

Leggiamola per intero. Le nazioni salgono al monte del Signore, la legge esce da Sion, la parola del Signore da Gerusalemme, e allora le nazioni smettono di imparare la guerra. Non descrive una congregazione pacifica in mezzo a un mondo in armi. Descrive un mondo in cui la guerra non si impara più. Cioè il Regno millenario, non l'oggi.

La loro rivista di studio, invece, nel novembre 2013 lo scriveva senza giri di parole: la profezia di Michea la vediamo avverarsi adesso, in noi.

È lo stesso schema già visto con il Nome: una profezia del Regno futuro, appuntata al petto in anticipo. E lo ritroveremo con lo Spirito.

Ma lasciamo pure da parte la profezia e prendiamo la sostanza. La neutralità è un'esclusiva?

I quaccheri praticano l'obiezione alla guerra dal Seicento. I mennoniti e gli amish da prima ancora. I cristadelfiani hanno rifiutato le armi nelle due guerre mondiali.¹² Gente che si è fatta processare e imprigionare per le stesse ragioni, e in qualche caso molto prima dei testimoni di Geova.

Se la neutralità fosse il segno della vera religione, l'abito andrebbe a pennello anche a un quacchero della Pennsylvania. Con il cappello a tesa larga, magari. Ma andrebbe.

Ritocco al cartamodello. I veri servitori di Dio si tengono fuori dalle contese politiche e rifiutano le armi perché Cristo lo ha insegnato (Giovanni 18:36; Matteo 26:52), senza attribuirsi in anticipo profezie che appartengono al Regno.

 

Quinta misura: l'amore, e il sangue

I veri cristiani hanno amore straordinario gli uni per gli altri. Gesù l'aveva detto: da questo tutti sapranno che siete miei discepoli.

E qui il sarto apre l'album delle testimonianze. Fratelli che si aiutano dopo un terremoto, congregazioni che ricostruiscono case, sconosciuti accolti come familiari. Tutto vero, non ne dubitiamo.

Solo che anche gli evangelici hanno il loro album. E i cattolici, con le loro mense per i poveri. E i mormoni, con i loro magazzini per le emergenze. L'amore si racconta, e ognuno lo racconta di sé. È la misura più importante di tutte, e proprio per questo la più facile da autocertificare.

Ma la lezione aggiunge una cosa, e merita attenzione. Le false religioni, dice, hanno spesso appoggiato le nazioni in guerra.

È vero. La storia della cristianità è piena di cappellani che benedicevano i cannoni da entrambe le parti del fronte. Ed è per questo che, nella loro dottrina, Babilonia la grande (che per loro è “l’impero mondiale della falsa religione”) porta la colpa del sangue versato: ha mandato i fedeli a morire, e a uccidere, in nome di Dio.¹³

Un buon argomento. Applichiamolo con lo stesso metro.

Dal 1945 i testimoni di Geova rifiutano le trasfusioni di sangue. Nel 2004 la loro rivista di studio lo ribadiva con precisione: rifiuto del sangue intero e dei suoi quattro componenti principali, cioè globuli rossi, globuli bianchi, piastrine e plasma.¹⁴ Negli anni, le loro pubblicazioni hanno presentato come esempi di fede anche dei ragazzi morti per aver rifiutato il sangue.¹⁵

Nel marzo 2026 il Corpo Direttivo ha lasciato alla coscienza l'uso del proprio sangue. Nel settembre 2026 ha fatto lo stesso con i globuli rossi, i globuli bianchi, il plasma e le piastrine, anche se donati da altri. Resta vietato solo il sangue intero.¹⁶

In pratica, il sangue resta proibito tutto insieme. Ma è permesso a rate.

E la motivazione ufficiale della svolta è questa: la Bibbia non parla di questi prodotti, e quindi non si può andare oltre ciò che è scritto.¹⁷

Fermiamoci qui, e senza ironia.

La Bibbia non ne parlava neppure nel 1945. Se oggi quel divieto significa andare oltre ciò che è scritto, lo significava anche ieri. Per ottant'anni si è andati ben «oltre ciò che è scritto».

Non contiamo i morti, e non giudichiamo la coscienza di chi ha scelto in buona fede. Quelle persone meritano soltanto rispetto. Ci limitiamo a mettere due fatti uno accanto all'altro.

Chi accusa gli altri di colpa di sangue per aver mandato i fedeli a morire in nome di Dio, con quale metro misura sé stesso? Per ottant'anni quel divieto non ha chiesto proprio questo: di morire in nome di Dio, per una regola che oggi si dichiara non scritta?

La domanda la lasciamo al lettore. La risposta non spetta a noi.

Ritocco al cartamodello. I veri servitori di Dio si amano gli uni gli altri, e il loro amore si misura anche da ciò che non impongono: nessun peso sulle spalle dei fratelli che la Scrittura non abbia messo per prima (Matteo 23:4; 1 Corinti 4:6).

 

Le misure che mancano

Un buon sarto si riconosce anche da quello che non misura.

La lezione si apre con un avvertimento di Gesù: «guardatevi dai falsi profeti».¹⁸ Ottimo inizio. Ci aspetteremmo, a quel punto, che tra le cinque misure ci fosse il criterio che la Bibbia stessa dà per riconoscere un falso profeta.

E la Bibbia quel criterio lo dà, chiaro e semplice. Se un profeta parla in nome del Signore e la cosa annunciata non avviene, quella parola il Signore non l'ha detta.¹⁹

Nell'elenco non c'è. Strano che l’abbiano dimenticata.

Tra tutte le misure possibili, manca proprio quella. E l'unica su cui l'abito del sarto si strapperebbe da tutte le parti. Ci torneremo alla fine.

Ritocco al cartamodello. I veri servitori di Dio, quando parlano del futuro in nome di Dio, lo fanno in termini chiari, senza giocare con le parole, e ciò che annunciano si avvera (Deuteronomio 18:21-22; 1 Pietro 1:20-21).

E volendo potremmo continuare. Dipende da quanto vogliamo essere pignoli sulle misure dell'abito.

I tribunali. Potremmo aggiungere una misura sui tribunali. Ne abbiamo parlato a lungo nell'articolo precedente intitolato «L'organizzazione di Dio».

Ritocco al cartamodello. I veri servitori di Dio davanti ai tribunali ci vengono trascinati, non ci vanno a chiedere il permesso di esistere né a chiedere rimborsi milionari per torti subiti, reali o presunti. E lì si affidano allo Spirito promesso, non a un collegio di avvocati (Matteo 10:18-20).

Le dottrine. Potremmo aggiungere anche una misura sulle dottrine. Il popolo di Dio, quando parlava in nome di Dio, ha mai dovuto ritrattare?

Chi si presenta come il canale di Dio non può permettersi di correggersi a intervalli regolari e chiamarlo «nuova luce». Se la luce di ieri veniva da Dio, quella di oggi non può smentirla. Se invece era sbagliata, allora non veniva da Dio. La lezione stessa, del resto, assicura che i veri servitori di Dio non insegnano una cosa per poi farne un'altra.

Ritocco al cartamodello. I veri servitori di Dio, quando parlano in suo nome, non hanno bisogno di ritrattare: ciò che viene da Dio non si smentisce da solo qualche anno dopo (Atti 15:24, 28).

 

Il nostro cartamodello

Fermiamoci un momento e mettiamo in fila i ritocchi. Ecco l'elenco come lo cuciremmo noi.

I veri servitori di Dio:

  1. rispettano la Bibbia come Parola di Dio anche quando dà loro torto, senza «interpretare» ciò che è scritto finché smette di dirlo;

  2. riconoscono il popolo che Dio ha scelto per adempiere il suo proposito, Israele, perché i suoi doni e la sua chiamata sono irrevocabili;

  3. onorano il suo nome senza intestarselo, senza farne un'insegna e senza usarlo invano, e attendono che sia Dio a restituirlo nella sua pienezza;

  4. predicano il Regno con il popolo e l'indirizzo che la Scrittura gli dà, non quello cucito sulla propria dottrina;

  5. si tengono fuori dalle contese politiche e rifiutano le armi perché Cristo lo ha insegnato, senza attribuirsi in anticipo profezie che appartengono al Regno;

  6. si amano, e il loro amore si misura anche da ciò che non impongono: nessun peso sulle spalle dei fratelli che la Scrittura non abbia messo per prima;

  7. quando parlano del futuro in nome di Dio, lo fanno in termini chiari, e ciò che annunciano si avvera;

  8. davanti ai tribunali ci vengono trascinati, non ci vanno a chiedere il permesso di esistere né a chiedere rimborsi, e lì si affidano allo Spirito promesso;

  9. quando parlano in nome di Dio non hanno bisogno di ritrattare, perché ciò che viene da Dio non si smentisce da solo qualche anno dopo né mai.

Regge? Noi diremmo che regge benissimo.

È più esigente di quello della lezione, più aderente al testo, più difficile da cucirsi addosso. Lo sottoscriviamo parola per parola.

Ma proprio qui arriva un problema.

Abbiamo cucito un abito migliore ma resta un abito cucito da noi. Un elenco perfetto, se lo scriviamo noi, dimostra soltanto che sappiamo scrivere elenchi.

 

Il punto che nessuno può cucire

Per completezza, scriviamo anche il decimo punto:

  1. sono stati mandati e autorizzati chiaramente da Dio.

E qui l'ago si ferma. E anche l’ego.

Questo punto possiamo scriverlo, ma è quello che più di tutti non possiamo spuntare.

Nessuno può spuntarlo da sé: né la Watchtower, né il Vaticano, né gli estensori della Confessione Belgica, né gli avventisti. Né noi.

La Scrittura su questo è di una chiarezza disarmante. Nessuno si prende da sé quell'onore: lo riceve chi è chiamato da Dio, come Aronne (Ebrei 5:4).

E come fu chiamato Aronne? Dodici verghe, una per tribù, deposte davanti alla testimonianza. Dodici pezzi di legno secco, tutti uguali. La mattina dopo, la verga di Aronne aveva germogliato, fiorito e prodotto mandorle (Numeri 17:1-8).

Nessun altro poteva far fiorire la propria verga. Si poteva soltanto deporla, e aspettare.

Non bastano nemmeno la sincerità, lo zelo e l'attività. «Io non ho mandato quei profeti, eppure essi corrono» (Geremia 23:21). Correre lo sa fare chiunque. Essere mandati, no.

E non basta neppure la forma corretta, se mai fosse corretta. Nadab e Abiu erano sacerdoti veri, figli di Aronne, con gli incensieri giusti in mano. Offrirono un fuoco che il Signore non aveva comandato (Levitico 10:1-2). Il rito era in ordine. Mancava il comando.

Questo vale anche per noi e lo diciamo chiaro.

Il nostro cartamodello, per quanto ben tagliato, non ci rende niente.

Non fa di noi popolo di Dio, né canale, né profeti. Al massimo ci aiuta a riconoscere chi non lo è.

A questo punto l’articolo potrebbe anche finire qui.

Ma allora, chi quella casella vuole spuntarla lo stesso, come fa?

La risposta si trova in qualcosa che nell’elenco non compare.

Lo Spirito Santo.

E non è una dimenticanza. Lo Spirito non sta tra le misure perché, nelle intenzioni di chi ha scritto quell'elenco, sta dietro il metro. Il messaggio, più o meno implicito, è che l'elenco stesso è il frutto di un popolo guidato dallo Spirito.

E infatti, quando si chiude il libretto e si apre il rapporto annuale, lo Spirito ricompare. E ricompare dappertutto.

Il sarto non è tipo da arrendersi.

Torniamo un'ultima volta in bottega.

Il sarto ha ascoltato tutto con un sorriso paziente, senza mai togliersi l'abito. Ora apre un cassetto del bancone e ne tira fuori una cartellina.

Dentro ci sono grafici: clienti per anno, sempre in aumento. Mappe con i paesi colorati uno dopo l'altro. Sentenze vinte, timbri, sigilli.

«Le misure le avete prese voi», dice. «Ma guardate qui».

E indica il fondo di ogni pagina. In calce, sotto ogni grafico, c'è una firma che non è la sua.

Dice: Spirito Santo.

Nel prossimo articolo apriremo quella cartellina, pagina per pagina e controlleremo la firma.

E poi cambieremo bottega.

In attesa dell’uscita del prossimo articolo alziamo gli occhi al cielo e chiediamoci chi può misurarlo.

Guardiamo sotto i nostri piedi e chiediamoci chi può scandagliarla.

Guardiamo il giorno e la notte e chiediamoci se domani arriverà.

Chissà che questa riflessione non ci anticipi qualcosa.



Note

  1. Dio ci dà una buona notizia, lezione 10, "Come si fa a riconoscere la vera religione?". jw.org

  2. Geremia 31:35-37.

  3. Geremia 33:25-26.

  4. Insegnamento WT, si veda ad esempio “Ora siete il popolo di Dio" della rivista Torre di Guardia 15 Novembre 2014.

  5. Esodo 20:2-3; Matteo 6:9.

  6. Movimento del Sacro Nome, Casa di Yahweh e gruppi affini. Rimando agli articoli della nota 10.

  7. Esodo 20:7.

  8. Giovanni 17:6.

  9. Gioele 2:32; Malachia 4:5-6.

  10. "Il Nome di Dio e il ripristino della pura adorazione", 1ª parte (giugno 2024) e 2ª parte (luglio 2024). Sul "chiamarsi" con il Nome e su Atti 15:17 confrontato con Amos 9:12, vedi "Un popolo chiamato con il Suo Nome o su cui è invocato il Suo Nome?" (gennaio 2023). Adozione del nome "testimoni di Geova" nel 1931.

  11. Michea 4:1-3, citato dalla lezione 10; cfr. Isaia 2:2-4. L'applicazione al presente è in La Torre di Guardia (edizione per lo studio), 15 novembre 2013, "Rimarremo 'in aspettazione'?", paragrafo 7. jw.org

  12. Quaccheri: dichiarazione presentata a Carlo II d'Inghilterra da George Fox e altri undici Amici, datata 21 gennaio 1660 secondo il calendario dell'epoca (1661 nel computo moderno), che rifiuta ogni guerra e ogni lotta con armi esterne "per qualunque fine". Mennoniti: Confessione di Schleitheim (24 febbraio 1527), art. 6 sulla spada; Confessione di Dordrecht (1632), art. 14 sulla non resistenza. Amish: nati dallo scisma di Jakob Ammann (1693), ereditano la non resistenza anabattista. Cristadelfiani: oltre mille obiettori di coscienza nel Regno Unito sotto il Military Service Act del 1916, con servizio al massimo non combattente;

  13. Apocalisse 18:24. Sulla colpa di sangue attribuita dalla WT a Babilonia la grande: vedi “Perspicacia nello studio delle Scritture” alla voce “Colpa di sangue”

  14. La Torre di Guardia (edizione per lo studio), 15 giugno 2004, "Domande dai lettori". jw.org

  15. Svegliatevi!, 22 maggio 1994.

  16. Aggiornamento n. 2 del Corpo Direttivo (20 marzo 2026) e aggiornamento n. 6 (18 settembre 2026). Comunicato ufficiale: jw.org

  17. Motivazione dell'aggiornamento n. 6 (cfr. 1 Corinti 4:6): "Domande dai lettori" che lo accompagna.

  18. Matteo 7:15.

  19. Deuteronomio 18:21-22.

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