«Badate che nessuno vi svii»
Questa è la seconda parte dell'articolo intitolato "Il tempo della – quasi – fine"
Quattro lune
San Antonio, Texas, autunno 2013.
Un pastore evangelico con una chiesa da ventimila posti, una televisione, e una casa editrice pronta, pubblica un libro. Il titolo: Quattro lune di sangue.
La tesi: tra l'aprile del 2014 e il settembre del 2015 ci saranno quattro eclissi totali di luna, una dietro l'altra, e tutte e quattro cadranno nei giorni delle feste ebraiche — Pasqua e Capanne.
Non era mai successo, dice, se non in tre occasioni: nel 1493, dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna; nel 1949, dopo la nascita dello Stato d'Israele; nel 1967, con la guerra dei sei giorni. Ogni volta, qualcosa di enorme per Israele. Quindi qualcosa di enorme sta per accadere.[1]
Il libro vende centinaia di migliaia di copie. Ne fanno un film per le sale.[2] Le televisioni ne parlano. Le quattro eclissi arrivano puntuali — l'ultima, il 28 settembre 2015, era anche una superluna, e mezzo mondo la fotografa.
E poi succede qualcosa di veramente incredibile!
Niente.
E il bello non è neppure che non sia successo niente. Il bello è come era stato costruito il segno.
Prima cosa. Le eclissi di luna avvengono solo con la luna piena. Pasqua ebraica e Capanne cadono, per definizione, il quindici del mese — cioè con la luna piena. Quindi qualunque eclissi di luna che capiti in primavera o in autunno cade vicino a una delle due feste. Non è un miracolo: è il calendario ebraico, che è lunare.
È un po' come dire di aver trovato uno scapolo senza moglie. Non è una strana congiunzione astrale: è la definizione stessa di scapolo. Il segno era già scritto nel modo in cui gli ebrei contano i mesi da tremila anni.[3]
Seconda cosa. Le date. La cacciata dalla Spagna è del 1492; la tetrade è del 1493-94. Israele nasce nel maggio 1948; la tetrade è del 1949-50. In due casi su tre il "segno" è arrivato dopo l'evento che avrebbe dovuto annunciare. Un presagio che arriva l'anno dopo non è un presagio. È un commento.[4]
Terza cosa. Il numero delle tetradi non è costante: oscilla moltissimo da un secolo all'altro, perché l'orbita lunare oscilla. Ci sono secoli che non ne hanno nemmeno una. E ci sono secoli che ne hanno fino a otto — che è il massimo. Indovinate in quale dei due tipi viviamo. Tra il 2001 e il 2100 gli astronomi ne contano otto, il massimo possibile: il nostro non è un secolo in cui le tetradi sono rare, è uno dei più affollati che esistano.[5] Così, quando qualcuno annuncia che "non era mai successo", non ha scoperto un prodigio: ha confrontato il nostro secolo, che è al colmo, con altri che erano a digiuno. Ha guardato il secolo giusto per dirlo.
Tre mosse, nessuna delle quali è una bugia, il che la rende una bugia perfetta. Le eclissi c'erano. Le feste c'erano. Le date c'erano. Sono state solo messe nell'ordine giusto, con le parole giuste, davanti a chi non aveva il calendario sotto mano e magari non capiva granché di feste ebraiche.
Questa non è una semplice menzogna e non è occasionale. È un prodotto, è voluto, ed è studiato.
E i prodotti hanno un manuale.
Una parola, prima di continuare. Quello che segue vale, grosso modo, per tutte le organizzazioni religiose: cattolicesimo, ortodossia, avventismo, protestanti storici e così via. Il vizio è vecchio e duro a morire.
Ma per non parlare in astratto prendiamo due esempi concreti, i più a portata di mano dalle nostre parti: la Watchtower dei Testimoni di Geova, che conta a partire dal 1914, e la predicazione evangelica del "rapimento", che conta dal 1948. Due indirizzi diversi, lo stesso identico manuale. Se le tecniche che seguono le usano anche altri — e le usano — tanto peggio: vuol dire solo che il manuale ha più lettori di quanti immaginiamo.
Quello che segue è il manuale del fabbricante, e non lo abbiamo inventato noi: lo abbiamo ricavato leggendo i prodotti.
Ma attenzione a non fraintendere lo scopo di queste pagine. Questo articolo non vuole insegnare delle fredde tecniche di comunicazione, né farvi diventare più furbi di chi vi vende fumo.
È prendere sul serio ciò che il Signore raccomandò ai suoi, più di una volta, aprendo proprio col nostro titolo: "Badate che nessuno vi svii" (Matteo 24:4). Perché di questo, alla fine, si tratta: non di vincere una discussione, ma di non farsi più portare dove non si vuole andare.
E la Scrittura, su come ci si riesce, è antica e netta. "L'ingenuo crede a ogni parola, ma l'accorto considera bene i suoi passi" (Proverbi 14:15). Il rimedio è smettere di essere "bambini, sballottati e portati qua e là da ogni vento d'insegnamento, per la frode degli uomini e la loro astuzia nel trarre in inganno" (Efesini 4:14).
Badate che nessuno vi svii.
Passo 1 — Togliete il denominatore
Prendete un numero di morti. Grande. Ditelo intero, con tutti gli zeri. Non dite di quante persone: dite solo quante sono morte. E se qualcuno, in fondo alla sala, alza la mano e chiede "su quanti?", voi guardate l'orologio e cambiate argomento.
Il concetto lo conosciamo già: ne abbiamo parlato nell'articolo precedente. Ma lì lo avevamo guardato come principio, in astratto. Qui lo prendiamo in mano già montato, già confezionato, così come esce dalla bocca di chi lo vende — e con qualche particolare in più che allora avevamo lasciato indietro.
Watchtower, rivista del 2008: dal 1914 a oggi le guerre hanno ucciso più di cento milioni di persone, e — citando un istituto di ricerca — nel Novecento le vittime sono state tre volte quelle dei diciannove secoli precedenti messi insieme.[6] Cento milioni. Tre volte diciannove secoli. Cifre che ti si piantano in testa. E nessuno, in tutta la pagina, che ti dica "su quanti".
Versante evangelico, un libro del 1970, trenta milioni di copie vendute: nel Novecento sono morte in guerra più persone che in tutta la storia precedente.[7] Stessa frase. Stesso zero mancante. Due negozi diversi, lo stesso identico articolo in vetrina.
Ora facciamo la cosa che loro non fanno mai. Una sola volta, perché il conto è semplice e lo sappiamo fare tutti.
Nel 1900 sulla terra vivevano un miliardo e seicento milioni di persone. Nel 2000, sei miliardi. Nei diciannove secoli prima, per quasi tutto il tempo, tra i duecento e i cinquecento milioni.[8]
Il Novecento ha avuto dieci volte le persone di un secolo qualunque del passato. Se ha avuto "tre volte" i morti in guerra, vuol dire che, in proporzione, ne ha avuti di meno. Meno di un terzo. Il numero è vero: è la conclusione a essere capovolta.
Non è un dettaglio da pignoli. È tutto. Perché senza quel "su quanti" un morto ogni due e un morto ogni mille fanno la stessa scena: tanti zeri. Il denominatore è l'unica cosa che distingue una strage rara da una frequente — ed è precisamente la cosa che sparisce.
E lo sappiamo bene, perché quel trucco l'abbiamo usato noi per primi — su di voi — nell'articolo precedente: quando vi abbiamo scritto "un morto ogni tre" senza dirvi di che secolo parlavamo. Ve lo avevamo pure confessato. Eppure ha funzionato lo stesso, e funziona ancora adesso che lo sapete perché tocca le nostre corde emotive. È proprio per questo che è il primo arnese della cassetta: non smette di funzionare nemmeno quando ce l'hanno spiegato.
Tremila anni fa Mosè mandò dodici uomini a esplorare la terra promessa. Tornarono e dieci di loro fecero un rapporto devastante. Non mentirono… non del tutto.
C'era davvero gente di alta statura, c'erano davvero grosse città fortificate. "Il popolo che abita il paese è forte, e le città sono fortificate e grandissime" (Numeri 13:28).
Dissero addirittura "Vi abbiamo visto i Nefilim… al loro confronto ci sembrava di essere cavallette, e tali sembravamo a loro" (Numeri 13:33).
Cavallette contro giganti. Conto chiuso, partita persa. Torniamo indietro!
E il popolo, sentito quel rapporto, passò la notte a piangere desiderando di tornare in Egitto.
Essi tolsero l'Unico fattore che avrebbe ribaltato il conto.
Ma due uomini, Giosuè e Caleb, avevano fatto lo stesso identico sopralluogo, visto gli stessi "giganti", misurato le stesse mura. E la loro risposta è una lezione in sé. Non si misero a litigare sull'aggettivo — "cavallette a chi? non esageriamo, tanto piccoli non eravamo". Sarebbe stato il modo migliore per perdere: una giornata intera a contrattare quanto si è alti, mentre il popolo piange. Lasciarono cadere l'esagerazione senza nemmeno raccoglierla, e misero sulla bilancia l'unica voce che contava davvero e che i dieci avevano tolto: "Il Signore è con noi; non abbiate paura di loro" (Numeri 14:9).
Vedete la mossa?
Un conto truccato non si smonta discutendo la cifra gonfiata — quella è la trappola, e chi l'ha gonfiata non chiede di meglio che tu ti perda lì dentro. Si smonta rimettendoci ciò che è stato tolto. Perché i dieci, due errori li avevano fatti, non uno: avevano gonfiato il rapporto di forze — "cavallette", appunto — e insieme avevano cancellato l'Unico fattore che avrebbe ribaltato il conto. Giosuè e Caleb non sprecarono un fiato sul primo. Andarono dritti al secondo.
Un falso rapporto. E di quei dieci, nella terra promessa, non entrò nessuno.
Che dire, allora, di chi forza la Parola di Dio per portare avanti la visione del proprio cuore? Non serve cambiarne una virgola. Basta scegliere cosa farle dire — e cosa farle tacere.
Badate che nessuno vi svii.
Passo 2 — Omettete ciò che rovina il quadro
C'è un modo di falsificare la Parola di Dio che non tocca una sola parola. Non aggiunge, non cancella, non riscrive. Si limita a scegliere. E la scelta più efficace non è cosa dire: è cosa non dire.
Raccontate quello che peggiora. Tacete quello che migliora.
Questa è la mossa più pulita che ci sia, perché non lascia impronte. Chi omette non scrive niente di falso: semplicemente, la metà del quadro che gli rovina la tesi la "dimentica". E tu non puoi accusarlo di aver scritto una cosa che non ha scritto. Puoi solo accorgerti, se stai attento, di quello che manca.
Prendiamo il pezzo forte del catalogo: le pestilenze.
La Watchtower elenca le grandi epidemie del Novecento: la Spagnola, l'asiatica, l'AIDS, le nuove influenze. Ogni voce è vera. E la conclusione, servita calda, è che le pestilenze avanzano, proprio come previsto.[9]
Dall'altro indirizzo, quello evangelico, la stessa merce con l'etichetta più fresca. Il pastore John Hagee mette "l'aumento di pestilenze e terremoti" tra i segni della fine, e come prova porta la pandemia del 2020: chi, se non Dio, avrebbe potuto prevederla?[10]
Guardate cosa non compare mai — non nella pagina della Watchtower, non nel libro di Hagee. Che in quello stesso secolo, il secolo delle pestilenze "in aumento", la durata media della vita è passata da poco più di trent'anni a quasi settanta a fine secolo, e oltre settanta oggi.[11] Più che raddoppiata. Quella riga, sulla pagina, non c'è.
"Un momento — dirà qualcuno — io i miei nonni li ho visti campare fino a novantacinque, e di medicine moderne neanche l'ombra."
Vero. I novantenni c'erano anche allora. Ed è proprio lì che il numero nasconde il suo trucco. Quella media di trent'anni non vuol dire che si morisse a trenta: vuol dire che moriva così tanta gente da piccola da trascinare giù la media di tutti gli altri. Chi arrivava a novant'anni era il sopravvissuto, quello passato attraverso le maglie della rete. Di lui ti raccontano.
Di quanti erano partiti con lui e non ce l'hanno fatta — in culla, da bambini, da ragazzi — non ti dicono niente.
Un bambino su tre non arrivava a cinque anni.[12] Oggi è meno di uno su venti.
Il vaiolo, che nel solo Novecento aveva ucciso trecento milioni di persone — più di tutte le guerre del secolo messe insieme — è stato cancellato dalla faccia della terra nel 1980: l'unica malattia umana che l'uomo abbia sconfitto del tutto.[13]
Ogni epidemia che citano è vera. È vero, però, anche tutto quello che non citano. La bugia perfetta è quella che formalmente non è una bugia. È semplicemente ciò che la matita fa quando sceglie deliberatamente dove fermarsi.
Stessa mossa, altro banco: i terremoti.
Qui si dicono due cose: che i terremoti sono aumentati di numero, e che sono diventati più letali.[14]
Sul secondo punto diamo ragione, e sul serio, perché è onesto farlo. È vero che oggi un terremoto fa più morti. Ma non perché la terra tremi più forte: perché siamo di più, e stiamo ammassati proprio dove un tempo non c'era quasi nessuno.
La stessa scossa, stessa intensità, stesso punto, un secolo fa trovava una valle con quattro casolari; oggi trova una metropoli da venti milioni di persone — e di metropoli così, allora, non ne esisteva una sola. Non è la terra a essersi fatta più cattiva. È l'uomo a essersi messo in massa dove prima non c'era nessuno. E quando la terra trema, in una città da venti milioni di persone non uccide solo il muro che crolla: uccide anche la calca, la folla in preda al panico che travolge chi cade. Morti da affollamento, che sui registri finiranno comunque sotto un'unica voce: "vittime del terremoto".
E questo è, se ci fate caso, il denominatore del punto precedente solo travestito. Contano i morti, non contano quanti eravamo né dove stavamo.
Sul primo punto — che siano aumentati di numero — l'omissione sta tutta in una parola.
Si cita l'aumento dei terremoti registrati nel corso del Novecento, ed è vero: i cataloghi di oggi contengono molti più eventi di quelli del 1900.[15]
Peccato che nel 1900 ci fossero poche decine di sismografi in tutto il mondo, e oggi siano decine di migliaia.[16] Non trema più terra: si ascolta meglio.
Quando si contano solo i terremoti forti — quelli che un secolo fa si sentivano a orecchio nudo, senza strumenti — la frequenza è piatta da quando esistono i registri: una quindicina sopra magnitudo sette ogni anno, uno sopra magnitudo otto, allora come oggi.[17]
"Sono aumentati i terremoti registrati": vero.
Togli la parola "registrati" e ottieni "sono aumentati i terremoti", che è falso.
E qui l'altro indirizzo ci mette la firma, con una precisione che toglie ogni scampo. Hal Lindsey scriveva dei terremoti in aumento già nel 1970, nel libro dei trenta milioni di copie.[21] E lo ripeteva ancora trentacinque anni dopo, stavolta coi numeri in pugno: guardate, diceva, l'istituto geologico americano ha contato 22.256 terremoti nel 2000 e 31.199 nel 2004 — se non è un'impennata questa.[22]
Solo che quei numeri l'istituto li aveva pubblicati con l'avvertenza esattamente opposta: è cresciuto il numero dei terremoti registrati, non di quelli avvenuti. Hanno dovuto ripeterlo così tante volte, agli Hal Lindsey di turno, che alla fine ci hanno messo nero su bianco un chiarimento ufficiale.
Due indirizzi, due epoche, la stessa identica parola scippata: "registrati". La scrivono piccola, in un angolo, e scommettono che nessuno la legga. Di solito vincono la scommessa.
E se qualcuno crede che almeno le grandi stragi siano roba nostra, moderna, si sbaglia di secoli.
Il terremoto più letale di cui si abbia notizia non è del Novecento: è quello dello Shaanxi, in Cina, nel 1556. Circa ottocentomila morti.[18] Ad Antiochia, nel 526, forse duecentocinquantamila.[19] Lisbona, 1755: un terremoto e uno tsunami che non rasero al suolo soltanto una città, ma scossero la filosofia di un intero continente.[20]
Nessuno dei tre ha avuto bisogno del nostro secolo per accadere. E fateci caso: allora eravamo un pugno di persone rispetto a oggi, e le megalopoli non esistevano. Meno gente sotto i muri, nessuna città da venti milioni di abitanti — tutto giocava perché i morti fossero meno. Eppure il terremoto più letale della storia umana, anche ignorando il denominatore, è di cinquecento anni fa.
E allora, da questo passo, portatevi via una cosa. Non è una tecnica: è un'abitudine. Ogni volta che qualcuno vi mette davanti un numero che sale, fategli tre domande.
Quale altro numero, nella stessa pagina, sta scendendo?
Quanti eravamo, quando quel numero era più basso?
E in un secolo lontano da quello che mi stai vendendo — quel numero non era per caso già più alto?
Tre domande. Fanno crollare quasi tutti i "mai come oggi".
Qui, però, chi vende il segno ha un'ultima mossa in canna, ed è la più abile, perché non nega i numeri: li aggira.
"Gesù non ha necessariamente detto che i terremoti sarebbero aumentati", vi risponderà. "Ha detto che ci sarebbero stati 'in un luogo dopo l'altro': cioè che ne avremmo avuto notizia da ogni parte del mondo. E questo è vero solo oggi, con le comunicazioni moderne."
Bella mossa. Ammettiamola, e stiamo a vedere dove ci porta.
Primo. Se il segno è "veniamo a saperlo da ogni luogo", allora dipende da quanto bene ascoltiamo — e ascoltiamo meglio ogni anno che passa. Nel 1914 la notizia viaggiava col telegrafo; oggi con un satellite; domani con qualcosa che ancora non immaginiamo. È di nuovo la "guerra più grande fino ad allora" dell'articolo precedente: un metro che si allunga insieme allo strumento, e che perciò non fissa un bel niente — men che meno il 1914, che di quel crescendo è uno dei gradini più bassi.
Secondo, e più grave. Se vale per i terremoti, vale per tutto l'elenco. Anche "l'amore della maggioranza si raffredderà" diventa "ci accorgiamo di più della cattiveria, perché adesso la vediamo in diretta". Anche le carestie: non più "c'è più fame", ma "c'è più fame raccontata". E a quel punto il tempo della fine non comincia più in un anno preciso: comincia quando abbiamo abbastanza giornali per accorgercene.
Non è più un evento nella storia: è una soglia nella nostra sensibilità.
Chi apre questa porta per salvare la propria interpretazione si accorgerà presto di aver svuotato di senso l'intero segno.
Vale davvero la pena svuotare di senso la Scrittura pur di far stare in piedi la propria interpretazione?
L'avevamo detto aprendo questo passo: si può falsificare la Parola di Dio senza toccarne una sola parola. Non è una nostra trovata. Ha un inventore, e un precedente illustre.
Duemila anni fa, nel deserto, qualcuno citò una Scrittura. E la citò bene, parola per parola.
Egli disse "Sta scritto: ai suoi angeli darà ordine di custodirti… sulle mani ti porteranno" (Salmo 91:11-12). Nessun falso. Nessuna virgola fuori posto. Il testo, quello vero.
Solo che quel Salmo non cominciava lì. La custodia che promette è per chi dimora nel riparo dell'Altissimo, per chi cammina nelle Sue vie — non per chi si getta nel vuoto a mettere Dio alla prova. Questo soggetto strappò la promessa dalla sua cornice e tenne solo il pezzo che gli serviva. Il versetto era intatto: era il senso a essere stato svuotato.
E la persona a cui quelle parole furono rivolte non discusse. Non si mise a spiegare il vero significato del Salmo 91. Rimise accanto a quel versetto un altro versetto: "Sta scritto anche: non metterai alla prova il Signore Dio tuo" (Matteo 4:7).
Sta scritto anche.
Due parole, ed è tutta la difesa. La citazione a metà si smonta con la Scrittura intera. Chi conosce e rispetta il Libro, sente al primo istante quando gliene stanno servendo solo una fetta.
Chi oggi vi elenca le pestilenze tacendovi la vita raddoppiata, chi vi conta i terremoti "registrati" sperando che non leggiate quella parola, non ha inventato nulla. Ha ereditato l'arnese dallo stesso cattivo maestro.
Badate che nessuno vi svii.
Una bussola che ti ha già portato fuori strada non merita un secondo viaggio. Soprattutto se in questo viaggio c'è la tua vita |
Passo 3 — Fatevi firmare da un camice bianco
Trovate un esperto che dica una cosa che vi fa comodo. Mettete la sua firma sotto la vostra tesi. Da quel momento non siete più voi a sostenere che siamo negli ultimi giorni: lo sostiene il professore. E chi mai oserà contraddire il professore?
È la tecnica più raffinata, perché non chiede di dimostrare niente. Chiede solo di prendere in prestito un'autorità. Il lavoro lo fa il camice, non l'argomento.
Del resto, chi non si fa scrupolo di tagliare le parole di Gesù — tiene il versetto delle guerre, butta quello del "fuggite dalla Giudea" — figuratevi se si fa problemi ad arruolare un accademico.
Facciamo un passo indietro, e guardiamo la scena da lontano.
Un uomo sale sul pulpito. Si presenta come ministro di Dio. Apre la Bibbia, spiega una profezia. E poi, per convincerti che ha ragione, cosa fa? Chiama il professore. "Lo dice anche lo scienziato."
Fermiamoci un attimo, perché qui c'è già qualcosa che non torna.
Se il segno di cui parla Gesù avesse bisogno di un esperto per essere visto, non sarebbe un segno. Gesù non dice "quando gli scienziati vi confermeranno i dati". Dice di guardare il fico che mette le foglie: roba che vede il contadino, non il cattedratico. Un segno, per essere un segno, deve poterlo vedere chiunque. Nel momento in cui ti serve il grafico del professore per vederlo, hai già ammesso che a occhio nudo non si vede — cioè che segno non è.
E sotto c'è un'ipocrisia che vale la pena guardare da vicino.
Almeno una di queste organizzazioni, fino a ieri, ai suoi diceva di lasciar perdere gli studi. L'università? Roba del mondo, tempo perso — fatti pioniere, piuttosto, che la fine è vicina. Oggi le stesse pagine si riempiono di citazioni di esperti: cioè proprio di quella gente lì, quelli che per fortuna non gli hanno dato retta e all'università ci sono andati. Prima ti sconsiglio di studiare, poi mi servo del titolo di chi ha studiato come bollino di garanzia.
E il capolavoro è la rubrica.
Perché una rubrica del genere è esistita davvero, con tanto di filmati, e non per caso: per più di dieci anni, numero dopo numero, è uscita la stessa collana. "Un fisico parla della sua fede." "Un matematico parla della sua fede." "Un biochimico parla della sua fede." Un embriologo, un neuropatologo, un chirurgo, perfino un esperto di robotica. Uno dopo l'altro, a listino. Tutti a parlarci della loro fede.
E dall'altro versante, stessa minestra, la stessa identica vetrina, altra insegna. Gli evangelici compilano gli elenchi degli "scienziati che credono nella Bibbia": liste di dottori di ricerca, presentate apertamente come strumento per mostrare agli increduli che gente di alta istruzione crede. Due mondi che si detestano, lo stesso camice appeso in vetrina.
Ora concediamo ciò che è giusto.
Se la domanda è tecnica, un esperto di quel campo può essere utile.
Contro l'evoluzione non ci metti lo spazzino: ci metti un biologo, un genetista, un ex evoluzionista. Lauree congruenti alla domanda che, legittimamente, si vuole discutere. Fin qui la vetrina avrebbe una sua logica, e non ci appigliamo.
Ma guardate chi c'è davvero, in quelle liste.
Accanto ai biologi — che una ragione di sedersi lì ce l'avrebbero — trovate il fisico, il chimico, il matematico, l'ingegnere aeronautico. La lista più celebre, quella dei "ventuno grandi scienziati che credettero nella Bibbia", arriva a mettere in fila i fratelli Wright. Gli inventori dell'aeroplano. In una compagnia arruolata contro Darwin.
Cosa sanno, i fratelli Wright, di selezione naturale? Quanto ne sa un pasticciere.
La galleria del vento di un ingegnere, il teorema di un matematico, il bisturi di un chirurgo: nessuno di questi tocca la questione dell'evoluzione, neppure di striscio. Eppure sono in lista. E ci sono per un motivo solo: hanno un titolo. Non il titolo giusto per la domanda — un titolo, e basta.
La stessa cosa, specchiata, in casa Watchtower. "Un esperto di robotica parla della sua fede." Cosa c'entra la robotica con la Parola di Dio? Niente — quanto i fratelli Wright con Darwin. Stesso camice, prestato da un campo che con la domanda non spartisce nulla.
Il criterio, allora, non è "ne capisce" ma "è laureato". E una laurea presa in un campo che con la domanda non c'entra niente non è competenza. È un'aureola.
E adesso il colpo che scioglie tutto, perché nella rubrica dei Testimoni non si parla neppure di dati: si parla di fede. Non è "l'esperto conferma i numeri", che almeno una logica ce l'avrebbe. È "l'esperto crede". Guarda: uno che ha studiato, uno con la laurea, uno più intelligente di te, crede. Quindi credici anche tu.
E allora una domanda, innocente. Come mai, in più di dieci anni di collana, non è mai uscita la puntata "Uno spazzino parla della sua fede"? O il metalmeccanico, o il raccoglitore di pomodori, o — perché no — il disoccupato, che un mestiere da esibire non ce l'ha ma di fede magari ne ha da vendere?
Non ridete troppo in fretta, perché la domanda è seria.
Intendiamoci: di gente umile che trova la fede hanno scritto, eccome. Un tale che dalla strada arriva a Dio, una conversione qua e là. Fa parte della storiella universale della chiamata, ci mancherebbe. Ma quello è un articolo sparso. Una rubrica è un'altra cosa: è un appuntamento fisso, una collana con un criterio. E se il criterio fosse la fede, lo spazzino sarebbe l'ospite perfetto — crede esattamente come il fisico, e davanti a Dio la sua fede vale quanto quella dell'altro.
È Paolo a ricordarlo: Dio non ha scelto molti sapienti né molti di nobile nascita, ma le persone semplici, "affinché nessuna carne si vanti al Suo cospetto" (1 Corinti 1:26-29).
Se lo spazzino in rubrica non entra mai, il criterio non è la fede.
E se dall'altra parte, per finire in lista, c'è messo nero su bianco che serve un dottorato — l'hanno scritto, il regolamento d'ingresso — allora il criterio non è nemmeno la competenza sulla domanda. È il pezzo di carta, quello appeso al muro.
Non è la fede a essere messa in mostra. È il titolo.
Ed è qui che viene fuori l'idolo, perché di questo si tratta. Idolo.
In quella vetrina il camice bianco è diventato l'autorità vera: non la Bibbia, non Chi l'ha ispirata, ma il laureato che dice la sua.
Dobbiamo credere alla Parola di Dio perché è Parola di Dio — o perché un professore, in un filmato, ci ha assicurato che ci crede anche lui?
La stessa cosa la fa il singolo predicatore, ogni volta che sale sul pulpito. Chi si dichiara ministro di Dio — non ministro della pubblica istruzione — che bisogno ha del timbro dell'esperto?
Chi, per dare peso alla sua lettura della Parola, deve aggiungere "lo conferma anche il professore", sta ammettendo senza accorgersene che l'ultima parola sulla Bibbia ce l'ha il professore.
Lo scienziato ateo, che non crede a niente ma legge i dati per quello che dicono, ha una sua coerenza: non ha niente in gioco. Lui sì.
Delle due l'una.
O il segno lo garantisce Dio, e allora il professore è di troppo. O lo garantisce il professore, e allora — con tutto il rispetto — è la Bibbia a essere di troppo.
Duemila anni fa un ministro di Dio, uno di quelli veri, e per giunta un uomo istruito sul serio, mise in guardia i suoi da ciò che "falsamente è chiamata conoscenza", dalla sapienza di questo mondo che davanti a Dio è stoltezza.
E parlava con cognizione di causa, perché il titolo ce l'aveva. Era stato formato ai piedi di Gamaliele, il maestro più autorevole del suo tempo: la cattedra più prestigiosa che un ebreo potesse desiderare.
Eppure non se ne fece mai scudo.
Nessuno lo ricorda come "quello della scuola di Gamaliele".
Egli non aprì mai un ragionamento con "Gamaliele ha detto…". Il camice, lui, ce l'aveva nell'armadio — e lo lasciò lì.
Anzi, disse di più. Tutti i suoi titoli — e ne aveva da vendere — li mise su un piatto della bilancia, e sull'altro mise ciò che ormai aveva davanti: Cristo, la speranza, il premio della chiamata. E li chiamò con una parola sola. Spazzatura.
Non "meno importanti": spazzatura, sterco, robaccia da buttare, in confronto a quello.
Uno che poteva sfoderare la credenziale più alta in circolazione la considerò immondizia — perché aveva tra le mani qualcosa che nessun titolo poteva lontanamente certificare o equivalere.
Chi invece, oggi, ci tiene tanto a mostrarvi il camice bianco, forse è perché non ha altro da mostrare.
E allora una domanda, a te che sali sul pulpito e ti dichiari ministro di Dio: se per darti ragione ti serve il timbro del mondo — la sua scienza, i suoi titoli, la sua sapienza che davanti a Dio è stoltezza — di chi sei ministro, di preciso?
Che mestiere fai, di preciso?
Perché delle due l'una. O predichi Dio, e allora l'autorità del mondo non ti serve, anzi l'aborrisci. O ti serve l'autorità del mondo, e allora è di quello che sei ministro - Giacomo 4:4
Guardate i loro valori e continuate a badare che nessuno vi svii.
Non promettere niente ma fai credere di averlo fatto
Fin qui abbiamo visto gente che maneggia la prova: toglie il denominatore, nasconde la metà del quadro che le dà torto e si fa firmare da un camice bianco per darsi peso. Ma c'è una mossa che viene prima di tutte, ed è la più furba, perché non richiede nemmeno di sporcarsi le mani con un numero. È la mossa di chi non predice niente — e te lo fa credere lo stesso.
La chiamiamo grado zero, perché sotto non c'è più niente.
Prendiamo un libro della Watchtower, quello sul culmine dell'Apocalisse. A un certo punto affronta il famoso grido di "pace e sicurezza" — quello che, secondo Paolo, arriva poco prima della distruzione improvvisa. E si fa una domanda: gli sforzi di pace dei capi del mondo non saranno per caso "l'inizio dell'adempimento" di quella profezia?
Fermiamoci su tre parole: inizio dell'adempimento.
Andiamo a rileggere il versetto. "Quando diranno: «Pace e sicurezza!» allora un'improvvisa distruzione sarà istantaneamente su di loro, come il dolore su una donna incinta; e non sfuggiranno affatto." (1 Tessalonicesi 5:3)
Istantaneamente. Su di loro. Non sfuggiranno.
Questo versetto non descrive una scaletta, una serie di passaggi che poco alla volta portano alla distruzione. Descrive un lampo: un annuncio, e subito il colpo. Come le doglie, che arrivano di schianto. O c'è l'improvvisa distruzione, o non c'è.
E allora come fa ad avere un "inizio di adempimento"? Un fulmine non ha un inizio di adempimento. C'è, o non c'è.
Ma è qui che sta la genialata.
"Inizio di adempimento" è la polizza che copre ogni caso. Se domani arriva davvero la distruzione: "visto? avevamo detto che era iniziato". Se non arriva niente, per vent'anni, per cinquanta: "era solo l'inizio, il processo continua, seguiteci e restate all'erta".
Hanno preso l'evento più istantaneo che Paolo potesse descrivere e l'hanno trasformato in un cantiere aperto a tempo indeterminato. E un cantiere aperto per sempre non lo puoi mai dichiarare fallito: è una profezia che non finisce mai di non avverarsi.
Prendetela come la prendono gli astrologi. "Sarà un mese di cambiamenti, e una persona importante entrerà nella tua vita."
Non hanno detto niente — ma qualunque cosa ti capiti, entro un mese, ci sta dentro. Un litigio in famiglia? Cambiamento. Il postino nuovo? Persona importante. E tu, alla fine, giureresti che ci avevano azzeccato. Non perché avessero previsto qualcosa: proprio perché non avevano previsto un bel niente, e il niente sta bene su tutto.
E non crediate che sia il vezzo di una casa sola. Dall'altro versante fanno lo stesso, con una parola: imminente. Il ritorno è imminente, il rapimento è imminente, può avvenire da un momento all'altro. Lo si predica così da un secolo — senza mai una data, perché la data è ciò che non vogliono dare. "Imminente" non promette quando: promette soltanto presto. E "presto", dipende sempre dal punto di vista di chi è in vita in quel momento e finché non arriva non lo puoi smentire mai.
Ma il principio, da solo, è ancora astratto. Guardiamolo montato in un prodotto, con nome, copertina e numero di catalogo. Torniamo alle quattro lune da cui siamo partiti.
Ricordate il pastore col libro? Quel libro ha un sottotitolo, e il sottotitolo è già tutto: "Qualcosa sta per cambiare". Non cosa. Non quando. Qualcosa.
Dentro, la mossa è cesellata. Il cielo, scrive, è "il tabellone di Dio", e quelle lune annunciano che "qualcosa di grande sta per accadere".
Ti si pianta in testa che è alle porte. Cosa? Qualcosa.
Ma nell'ultimo capitolo — quando ormai hai comprato il libro e la suggestione ha fatto effetto — mette la clausola: le quattro lune del 2014-2015 non significano che il rapimento avverrà in quel periodo. Collega tutti i puntini per concluderne che "qualcosa sta per succedere", dichiarando però di non sapere cosa.
Rileggetela, perché è un capolavoro. Testa vinco io: succede qualcosa di grosso per Israele — e in Medio Oriente qualcosa succede sempre — ed ecco il tabellone di Dio che l'aveva annunciato. Croce perdi tu: non succede niente, e allora "non avevo mica detto cosa, né che fosse il rapimento". Non ha promesso niente, ma ti ha fatto credere di averlo fatto.
E le lune, puntuali, arrivarono e passarono. Come le eclissi fanno da milioni di anni. Non cambiò niente. E nessuno tornò a chiedere conto di quelle parole.
E non è che l'altra ditta, quella che conta dal 1914, si comporti diversamente: anche lei ha il suo "qualcosa sta per cambiare", solo con più anni sul groppone. Alla fine degli anni Ottanta, quando Reagan e Gorbaciov si stringevano la mano e i giornali parlavano di disgelo, la Watchtower scrisse che non si poteva ancora dire se quel clima fosse il preludio del "pace e sicurezza" annunciato — ma che era esattamente ciò che i cristiani dovevano aspettarsi. Tradotto: se il disgelo porta alla fine, l'avevamo detto; se non porta a niente, non avevamo previsto niente. La guerra fredda è finita senza Armaghedon, e nessuno è più tornato a rileggere quella riga.
Ora, la cosa che dovrebbe farvi drizzare le antenne è che tutti e due — chi conta dal 1914 e chi vende le lune un tanto al chilo — a un certo punto si aggrappano allo stesso versetto per coprirsi: la fine arriva "come un ladro nella notte" (1 Tessalonicesi 5:2).
Nessuno sa il giorno — quindi non è mica colpa nostra se non lo sappiamo. Voi tenetevi pronti, e continuate a seguirci.
Solo che quel versetto non finisce lì. E chi lo cita a metà — di nuovo la forbice che già conosciamo — spera che non leggiate le due righe dopo, o che non le comprendiate. Leggiamole.
"Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno vi sorprenda come un ladro; voi siete tutti figli della luce e figli del giorno." (1 Tessalonicesi 5:4-5)
Fermatevi qui, perché è decisivo. Il ladro coglie di sorpresa chi dorme, chi sta nel buio. Ai suoi, Paolo dice l'esatto contrario: voi no. Voi non sarete sorpresi. Il figlio della luce quel giorno lo vede arrivare, perché veglia e conosce.
E allora ribaltiamo la frittata. Se qualcuno, per tenerti legato, ti ripete che tutto è oscuro, indecifrabile, appeso a lune e a cantieri che non chiudono mai — che tu tanto non puoi capire, e devi solo restare in ascolto di loro — ti sta trattando da figlio delle tenebre.
La tua guida ti sta davvero illuminando, o ti sta raccontando che il buio è "diversamente luce"?
Dire tutto, e anche il suo contrario
Torniamo un attimo al grado zero. Là il trucco era non dire niente e sembrare di dire. Adesso saliamo all'estremo opposto della stessa scala — che porta però nello stesso identico posto: dire una cosa, e anche il suo contrario. Perché se in cassaforte tieni pronte tutte e due le risposte, qualunque cosa succeda ne avrai una giusta da ripescare al momento giusto.
Sembra impossibile da fare senza farsi beccare. E invece.
Il trucco della "luce che risplende sempre più" lo abbiamo già smontato altrove[23]: la citazione è piegata a uno scopo che il versetto non ha, giustificare i continui cambi d'intendimento senza mai chiamarli errori – Proverbi 4:18
Tuttavia qualcuno potrebbe dire, almeno, che una volta che una dottrina è stata abbandonata, relegata a "vecchia luce", quella non dovrebbe essere mai più ripresa, giusto?
Quella ormai dovrebbe essere una porta chiusa.
Ma non è così.
Prendete la sorte degli abitanti di Sòdoma — se, distrutti da Dio con il fuoco, avranno mai una risurrezione. Domanda antica, e risposta ballerina. Per anni la risposta è stata sì: la città fu distrutta, ma le persone potrebbero risorgere, il testo non lo esclude.
Poi, a un certo punto, la risposta diventa no: un riesame delle parole di Gesù porta a concludere che subirono la distruzione da cui non si torna. Siamo nel 1988. "Un riesame di Matteo 11:20-24", scrivono — e la porta della risurrezione, per Sòdoma, si chiude.[24]
Fine della storia? Un cambio d'idea in più, da aggiungere alla lista?
No. Perché quel "no" del 1988 non è la prima parola sull'argomento. È l'ultima di una fila.
All'inizio: sì, potrebbero risorgere.
Poi la risposta si spegne.
Poi, per tutti gli anni Sessanta e Settanta, torna ad accendersi — e stavolta nero su bianco. "Sodoma e Gomorra furono distrutte per sempre come città, ma questo non avrebbe precluso una risurrezione a persone di quelle città." E ancora, senza mezzi termini: "Pietro non dice che i Sodomiti e i Gomorrei fossero distrutti per sempre."[25]
Poi, nel 1988, di nuovo no.
Sì. No. Sì. No.
Guardatela bene, questa luce, perché somiglia molto a un semaforo rotto. Ci eravamo concessi che una dottrina ritirata restasse ritirata: che quando chiudono una porta, quella porta è chiusa. E invece qui una porta chiusa l'hanno riaperta. Poi richiusa. Poi riaperta. La stessa porta.
Allora non era una porta: era una porta girevole.
E una porta girevole ha un difetto che non le si perdona: non sai mai da che parte la troverai domani. Quel "no" del 1988 sembra definitivo esattamente come sembrava definitivo il "sì" che lo precedeva. Ma "definitivo", da quelle parti, è una parola vuota. È definitivo solo per te: perché qualunque cosa dicano — sì, no, o di nuovo sì — non sei nella posizione di contraddirli.
Duemilasettecento anni fa Isaia guardò le guide spirituali del suo popolo — i profeti, i sacerdoti, quelli che avrebbero dovuto vederci chiaro per tutti gli altri — e le descrisse così:
"Anch'essi barcollano per il vino e vacillano per le bevande inebrianti… errano nella visione, vacillano nel pronunciare giudizio." (Isaia 28:7)
Barcollano nella visione. Non vedono più dritto, e continuano a profetizzare lo stesso — con lo stesso passo malfermo di chi ha bevuto: un piede qui, uno là, sì oggi, no domani, forse dopodomani. Chi va da loro per sapere che ora è, torna a casa più confuso di prima.
E Paolo lo mette giù ancora più netto, con un'immagine che — guarda caso — arriva proprio da un libro che quella gente pretende di spiegarci: l'Apocalisse, il libro delle sette trombe.
"Se la tromba dà un suono incerto, chi si preparerà alla battaglia?" (1 Corinti 14:8)
Fermiamoci qui, perché la domanda è tagliente e va lasciata cadere così com'è.
Una tromba serve a una cosa sola: dare un segnale chiaro, così che chi lo sente sappia esattamente cosa fare. Se il suono è indistinto — un po' avanzata, un po' ritirata, un colpo che vale tutto e il suo contrario — la tromba non ha svegliato nessuno. Ha solo fatto rumore.
Ecco cosa sono davvero l'"inizio di adempimento", il "qualcosa sta per cambiare", "la vecchia luce, la nuova luce, di nuovo la vecchia luce", sì-no-sì-no su diversi argomenti. Sono una tromba stonata, fastidiosa, dal suono incerto.
Chi la suona ti tiene sull'attenti da un secolo, senza dirti mai contro cosa, né quando, né dove, né perché. E tu non ti prepari a niente: aspetti loro — gente che ha già mostrato chi è — e basta.
C'è qualcuno che pretende di spiegarti le trombe dell'Apocalisse. Prima di credergli, chiediti che suono fa la sua.
LA CODA
Il foglietto delle avvertenze
Ogni manuale serio si chiude con un foglio di avvertenze. Questo, di avvertenze non ne ha — ovvio: nessun fabbricante mette in guardia dal proprio prodotto. Allora le scriviamo noi.
Nel corso di questi Passi vi siete riempiti la cassetta. Contiamo gli attrezzi.
Davanti a un numero che sale, chiedete il denominatore: su quanti? E le tre domande — quale altro numero, nella stessa pagina, sta scendendo? quanti eravamo, quando quel numero era più basso? in un secolo lontano non era per caso già più alto?
Quando arriva l'esperto in camice, chiedetevi se quel titolo c'entra con la domanda o se serve solo a farvi abbassare la testa.
Quando la previsione è confezionata per non poter mai sbagliare — "inizio di adempimento", "qualcosa sta per cambiare" — pretendete l'unica cosa che non vi danno mai: cosa, di preciso, e quando.
Detto questo, però, questi attrezzi hanno un limite.
Sono buoni attrezzi e funzionano ma vanno usati ogni volta, su ogni frase, e per il resto della vostra vita vi ritroverete a rincorrerli. E se siete costretti a rincorrerli siete già in svantaggio.
Ma c'è una difesa attiva, più veloce e pratica, e arriva prima, non dopo.
Smettiamo di guardare la singola frase e guardiamo chi la pronuncia.
Perché una cosa è chiedersi "questa affermazione regge?". Un'altra, molto più economica, è chiedersi "questa guida, negli anni, ha mai retto?".
Andiamo a vedere il registro. E andiamo a vederlo per tutti, con lo stesso metro.
Lo schiavo fedele. Per decenni ci è stato insegnato che nel 1919 il Signore aveva costituito un certo gruppo "sopra tutti i suoi averi": fatto, avvenuto, datato. Poi, nel 2013, la stessa organizzazione scrive — e cito loro, non un critico — che "in passato le nostre pubblicazioni affermavano" quella cosa lì, e che c'era "la necessità di correggere il nostro intendimento": la nomina sugli averi non è più del 1919, è spostata nel futuro.[26] Trent'anni di "è già successo" diventati "succederà". Non lo diciamo noi. Lo confessano loro, nell'articolo stesso in cui chiedono che ci si fidi di loro.
La generazione. Gesù disse che "questa generazione" non sarebbe passata. Chi era "questa generazione"? Per anni: quelli vivi nel 1914. Poi quelli del 1914 hanno cominciato a morire, e il righello è stato rifatto — settanta, ottant'anni, appoggiandosi al Salmo 90:10. Poi anche quello scadeva, ed è arrivata la "generazione che si sovrappone" a un'altra generazione.[27] Ogni volta che il metro toccava lo zero, spuntava un metro nuovo. Un righello che si allunga da solo ogni volta che stai per misurarlo non misura più niente.
E non è solo questione di date profetiche. Lo stesso identico schema — vietato in nome di Dio, poi permesso — ha toccato la carne viva della gente: i vaccini (proibiti, poi consentiti), i trapianti (idem) e, da ultimo, il sangue: il divieto più lungo e più grave, quello per cui c'è chi è arrivato a morire, ribaltato proprio adesso, mentre scriviamo.[28]
E, di nuovo, il difetto vale per tutti — l'abbiamo visto a ogni passo. Chi vi vendeva le quattro lune del 2014 come "tabellone di Dio" non ha corretto niente, quando le lune sono passate lasciando il mondo esattamente com'era: è passato al segno successivo, con la stessa sicurezza di prima. Nessuna delle due botteghe, quando la previsione fallisce, chiude. Cambia vetrina.
Contiamo, allora. Una nomina rivendicata e ritirata. Un righello rifatto più volte. Vari divieti sanciti in nome di Dio e revocati. Un cielo annunciato come cartello di Dio, e passato senza dire niente. Tutte verificabili, tutte loro, tutte già archiviate.
E adesso la domanda che chiude i conti. A una guida con questo registro, voi, la prossima previsione la credereste?
La Bibbia, su questo punto, non lascia margini di interpretazione.
Deuteronomio 18:22: quando uno parla nel nome del Signore e la cosa non avviene, "quella parola il Signore non l'ha detta". E la conclusione è "non lo temerai": togligli il potere sul tuo domani. Per ora, al più, un falso profeta si becca una critica e se ne offende. In Israele non riceveva una critica esegetica: riceveva la morte (Deuteronomio 18:20). Dio non prendeva la faccenda alla leggera.
E Paolo, che il metro lo punta su sé stesso, arriva a dire che se lui annunciasse di Dio una cosa che Dio non ha fatto, sarebbe trovato "falso testimone di Dio" (1 Corinti 15:15). Un falso testimone.
Non uno distratto, non uno che ha avuto una giornata storta: un falso testimone.
E un falso testimone, in un tribunale serio, non lo si richiama a deporre una seconda volta, quando in precedenza ha dimostrato di essere falso. Ormai la reputazione l'ha persa. Ha già dimostrato che la sua parola non regge, e la posta è troppo alta per rimetterlo sul banco una seconda volta. Lo stesso vale per una bussola che ha segnato est dov'era ovest: non la si aggiusta con affetto. Si butta.
Ecco la difesa a monte. Non dovete smontare ogni singola previsione futura — sarebbe una fatica senza fine. Vi basta guardare il registro una volta sola.
Chi ha fissato date pubbliche dopo essersi dichiarato ministro di Dio e le ha viste fallire, chi ha rivendicato adempimenti e li ha ritirati, chi ha vietato in nome di Dio ciò che poi in nome di Dio ha permesso, si è già squalificato come guida per la volta prossima. Non per cattiveria. Per curriculum.
Gesù aprì il discorso sugli ultimi giorni con quattro parole, le stesse che danno il titolo a queste pagine: "Badate che nessuno vi svii" (Matteo 24:4).
E avvertì che i falsi profeti sarebbero aumentati, non diminuiti (Matteo 24:11).
Non disse: imparate a controbattere contro ognuno di questi, a smontare ogni singola parola, a immaginare cosa inventeranno la prossima volta, a ridiscutere ogni singola affermazione. Disse: badate. State in guardia prima.
Il modo per non farsi sviare non è vincere ogni discussione.
È sapere, in anticipo, a chi non conviene più aprire la porta.
La difesa che non vi possono togliere
"Le mie pecore ascoltano la mia voce… e mi seguono. Ma non seguiranno affatto un estraneo; anzi, fuggiranno da lui, perché non conoscono la voce degli estranei." (Giovanni 10:27, 5)
Le pecore non riconoscono l'estraneo studiandolo a menadito.
Non hanno in tasca un manuale delle voci false. Ne conoscono una — quella del pastore — e la conoscono così bene che ogni altra, appena la sentono, suona sbagliata. Non è competenza sui truffatori. È intimità con la voce giusta.
Fin qui, in questo articolo, abbiamo dato alcune armi. Adesso diamo le fondamenta.
Rileggete le due difese di prima. La prima smonta la singola frase. La seconda scarta chi ha già mentito. Buone, e servono.
Ma guardatele bene: parlano tutte e due di loro. Delle loro mosse, del loro registro. In tutte e due voi siete ancora seduti sul banco di chi si difende.
Reagite. Rincorrete. E finché rincorrete, chi tira i fili ha già vinto metà partita: l'argomento lo sceglie lui.
C'è un solo modo di alzarsi da quel banco. Ed è quello del pastore: smettere di studiare il falso, e studiare il vero, ovvero la Bibbia senza condizionamenti esterni.
Come si fa in banca. Al cassiere non insegnano le mille contraffazioni che esistono — domani ne stampano una nuova. Gli fanno passare tra le dita, per giorni, la banconota autentica. Finché il falso, quando arriva, non ha bisogno di essere analizzato: si sente. È sbagliato al tatto, prima ancora che alla vista.
Questa è la prima barriera, e ha un nome solo: conoscere.
"Il mio popolo è distrutto per mancanza di conoscenza" (Osea 4:6). Non per mancanza di zelo. Non per mancanza di riunioni o di sincerità. Di conoscenza.
E ripensateci: ogni Passo di questo manuale ha funzionato per una ragione sola — al lettore mancava qualcosa. Il calendario ebraico. Il denominatore. La frase dopo. La fonte in fondo alla catena. La conoscenza non tappa una falla: le tappa tutte.
Ma qui c'è un ostacolo, e va detto senza velluto.
Non conoscerai mai a fondo un testo se qualcuno, ogni volta che lo apri, ti sta accanto per dirti cosa significa prima che tu l'abbia letto.
E non lo conoscerai affidandoti ciecamente a chi pretende di spiegartelo: leggerai la sua spiegazione, non il testo.
E qui bisogna intendersi, perché è facile fraintendere. Il problema non è il concetto di guida. Dio ha sempre operato tramite uomini: Mosè, i profeti, gli apostoli, Cristo stesso "unico mediatore fra Dio e gli uomini" (1 Timoteo 2:5).
Guide, mandate da Lui, ce ne sono sempre state — e noi stessi attendiamo che ne mandi ancora, per ripristinare la pura adorazione. Il problema non è chi ti porta la Parola. È chi si mette tra te e la Parola per impedirti di verificarla.
Perché guardate la differenza, che è tutta qui. Il mandato vero non ha mai avuto paura del controllo. Mosè non disse "credetemi e basta": portò segni da esaminare. Il profeta diceva "la mia parola si avvererà, e allora saprete da dove viene". Paolo — l'apostolo, uno che scriveva sotto ispirazione — trovò a Berea gente che, invece di bersi le sue parole, "esaminava ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano così" (Atti 17:11).
E come reagì? Non si offese. Li chiamò "nobili". Il mediatore vero la verifica la invita. Solo il mediatore falso la vieta.
Ecco allora la seconda barriera, ed è la più scomoda, perché si tratta di prendersi la propria responsabilità.
Amare Dio "con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente" (Matteo 22:37). Dio non vuole manichini che ripetono, vuole figli che capiscono.
E invece il meccanismo, pane al pane, è sempre lo stesso sotto ogni sigla: qualcuno si mette tra te e la pagina, ti porge il testo già masticato, ti dice in anticipo cosa vedrai — così che, quando leggi, leggi quello che vuole lui e come vuole lui, spegnendoti il cervello.
C'è un nome, per la mente spenta a comando, e lo dà la Bibbia stessa. Ubriachezza.
Una cosa è certa: prima o poi ci si sveglia. Sempre. Nessuna sbornia dura per sempre, nemmeno quella dottrinale.
E il risveglio — per chi ha versato da bere in nome di Dio, e anche per chi si è lasciato riempire il bicchiere senza chiedere cosa c'era dentro — non sarà piacevole per molti.
Ora apriamo una parentesi sulla "buona fede".
In ogni religione c'è gente onesta che ama Dio e non ne dubitiamo un istante.
Ma è proprio di loro che va detta la cosa più scomoda, e la diciamo sottovoce, senza puntare il dito contro nessuno: quella gente, in perfetta buona fede, quel meccanismo lo tiene in piedi. Non apposta — nessuno si sveglia la mattina decidendo di puntellare un sistema. Lo tiene in piedi col solo fatto di restarci dentro, prestandogli la propria sincerità come marchio di garanzia, cioè facendo pensare a chi guarda da fuori: "se lì dentro c'è tanta brava gente, qualcosa di vero ci sarà".
La buona fede, purtroppo, è il carburante del meccanismo.
E c'è un gradino più amaro. Perché quella gente, il più delle volte, non se ne sta ferma a fare da firma. Viene mandata. In strada, sull'uscio, dal vicino, in aula a istruire i figli: dilettanti allo sbaraglio, spediti a spiegare agli altri ciò che a loro nessuno ha mai lasciato verificare. Insegnano quello che è stato insegnato a loro, con la stessa buona fede con cui l'hanno ricevuto — e con quella stessa buona fede lo consegnano al prossimo.
Così lo sviato diventa, senza volerlo, uno che svia. Paolo lo disse dei suoi, e con tenerezza, non con disprezzo: "hanno zelo per Dio, ma non secondo conoscenza" (Romani 10:2). Zelo tanto; conoscenza poca.
E Gesù, riferendosi ai maestri e non agli allievi, fu ancora più diretto sull'esito: "sono cieche guide di ciechi; e se un cieco guida un cieco, tutti e due cadranno nella fossa" (Matteo 15:14). Non uno. Tutti e due. La guida finisce nella stessa buca in cui trascina chi si è fidato di lei.
Ecco perché restarci da spenti e sinceri non è neutrale. Non è solo che non vi mette al riparo: è che fa di voi un anello fondamentale della catena. Finché ci restate a occhi chiusi, la macchina non vi ha soltanto catturati. Vi ha arruolati.
Come si torna liberi, allora? Non cercando l'organizzazione giusta al posto di quella sbagliata — sarebbe ridarsi il manuale con una copertina nuova. Si torna liberi facendo i bereani: riaccendere la mente e passare tutto al setaccio della Scrittura, chiunque parli. Se puoi — anzi, se devi — controllare perfino Paolo con la Bibbia in mano, allora non esiste al mondo un uomo, un corpo, un'organizzazione la cui parola stia sopra il testo. Nessuno.
"Se anche noi, o un angelo dal cielo, vi annunciasse un vangelo diverso… sia anatema" (Galati 1:8-9). Conta il messaggio, non il messaggero — fosse pure un angelo. Figuriamoci un uomo con un titolo, o un'organizzazione con un logo.
"Esaminate ogni cosa; ritenete ciò che è eccellente" (1 Tessalonicesi 5:21). Ogni cosa. Anche questa che state leggendo.
Lo diciamo da chi c'è passato. Nessuno di noi è nato con la Bibbia in mano e la testa sgombra. Siamo stati sviati anche noi — chi in un modo, chi in un altro, chi per vent'anni, chi per trenta.
Non parliamo dall'alto di un pulpito: parliamo dal basso di chi ha dovuto rifare tutto da capo, e ha scoperto che si poteva.
Questa difesa non ve la può togliere nessuno. Solo voi potete toglierla a voi stessi.
Ma potete scegliere, oggi stesso, di non farvi più sviare.
E se un amico ti chiedesse…
"Aspetta però. I morti in guerra dal 1914 a oggi sono milioni, un'enormità. Quello è un fatto, no? Non me lo posso raccontare diverso."
E infatti nessuno te lo racconta diverso. Il numero è vero. Il punto non è il numero: è la domanda che non ti hanno lasciato fare accanto al numero. Su quanti? Nel Novecento eravamo dieci volte tanti rispetto a un secolo qualunque del passato. Più gente vive, più gente muore — di tutto, guerre comprese. Se conti solo i morti e nascondi quanti eravamo, qualunque epoca affollata sembrerà la peggiore di sempre. Non ti hanno mentito sul numero. Ti hanno tolto il denominatore. E senza quello si può giocare coi numeri quanto si vuole e insegnarti qualsiasi cosa.
"Va bene. Però loro, quando sbagliano, correggono. Cambiano idea. Non è un segno di onestà, in fondo?"
Sarebbe onestà per me, o per te. Non per chi si è dichiarato il canale di Dio in terra.
Chi non pretende di parlare a nome di Dio può sbagliare e correggere quanto vuole: è un uomo, gli uomini sbagliano, non impone nulla a nessuno, nessun problema. Si va avanti. Loro invece hanno gli errori così numerosi da non poterli più nascondere, e allora hanno tirato fuori il primo salvagente: "non siamo ispirati". Benissimo. Peccato che, con l'altra mano, continuino a dirsi "lo schiavo fedele costituito da Dio", "il canale", "guidati dallo spirito santo". E qui la domanda si fa semplice: da quando lo schiavo che Dio ha messo a dirigere può sbagliare le cose di Dio? Da quando uno "guidato dallo spirito" prende cantonate proprio su ciò verso cui lo spirito lo starebbe guidando?
Il gioco sta tutto in una distinzione che si sono cuciti addosso: "guidati dallo spirito", dicono, non è la stessa cosa di "ispirati". Il primo dà l'autorità; il secondo darebbe la responsabilità. Vogliono l'uno senza l'altro. Solo che quella distinzione, nella Bibbia, non c'è. Gli uomini che lo spirito guidava sono gli stessi che lo spirito ispirava: "uomini portati dallo spirito santo parlarono da parte di Dio" (2 Pietro 1:21). Guidato e portato dallo spirito, lì, sono la stessa cosa. Non esiste il gradino di mezzo — "guidato ma fallibile" — quello che ti fa prendere il timbro del Cielo e l'alibi dell'uomo nello stesso momento. O lo spirito ti guida, e allora non sbagli le cose sue; o le sbagli, e allora non chiamarti il suo canale.
"Ma io ci ho creduto in buona fede e anche tu. E tanta gente lì dentro è sincera davvero, gli vuoi bene. Possibile che la sincerità non conti niente?"
Fermati, perché questa è la domanda che ti fa più male, e voglio risponderti bene. La tua sincerità non è mai stata in discussione. Non sei stato stupido: sei stato onesto. Il problema è un altro, e la Bibbia lo dice con una precisione che fa quasi paura: "Il mio popolo è distrutto per mancanza di conoscenza" (Osea 4:6). Non per mancanza di sincerità. Di conoscenza. La storia è piena di disastri commessi da gente sinceramente convinta di fare il bene — la sincerità, da sola, non ha mai salvato nessuno dall'errore. Anzi, senti qui la cosa scomoda: è proprio la persona sincera il bersaglio perfetto. Il diffidente controlla; l'onesto si fida. La tua buona fede non è stata la tua colpa. È stata la loro maniglia.
"E allora di chi mi fido? Se posso sbagliarmi io, se possono sbagliare loro e tu, e tutti, come faccio a sapere chi ha ragione?"
Domanda giusta, e la risposta non è "fidati di me al posto loro" — sarebbe cambiare padrone. La risposta è: impara la voce. Le pecore non riconoscono l'estraneo perché hanno studiato tutti gli estranei del mondo; riconoscono l'unica voce che conoscono, e ogni altra suona stonata. Conosci il testo da te, direttamente, così bene che il falso lo senti al tatto — come il cassiere con la banconota. E chiunque ti parli, verificalo sulla Scrittura, noi compresi. Perché guarda: una guida che ha già sbagliato la rotta non è come un amico che ha preso una cantonata — quello resta un amico. È come una bussola che segna est dov'è ovest. Un amico che ha sbagliato lo perdoni. Una bussola sbagliata la butti — perché a quella tu affidi la vita. E qui la posta non è arrivare tardi a un appuntamento: è dove ti ritrovi il giorno in cui i conti si chiudono davvero.
"Ma se esco… dove vado? Resto senza niente, senza nessuno."
Può darsi. Ma guarda cosa guadagni. Resti senza qualcuno in mezzo tra te e il Testo Sacro: è un'altra cosa, ed è una liberazione, non un vuoto. Non ti stiamo dando un nuovo indirizzo — non abbiamo una casa da offrirti, e per coerenza non ne abbiamo fondata nessuna. Quello che resta, quando togli l'intermediario, non è il nulla: è il Libro, aperto, e la tua testa accesa a leggerlo. E l'attesa — non di un padrone nuovo a cui consegnarti, ma che sia Dio a rimettere le cose a posto, coi tempi e i modi Suoi, che è una speranza reale e non più un'illusione. Nel frattempo non te ne stai con le mani in mano: leggi, esamini, tieni la voce del pastore così vicina all'orecchio da non poterla più scambiare con nessun'altra. Così sarai lucido. E solo da lucido puoi badare che nessuno ti svii.
E noi?
Ci siamo caduti tutti, almeno una volta. Siamo stati sviati.
E proprio per questo il rischio che capiti ancora è reale.
Ma la Bibbia non ci chiede di diventare più furbi dei falsi profeti: ce ne sono, e ce ne saranno sempre di più.
Ci chiede un'altra cosa. Di "accertarci di ogni cosa". Di tenere le facoltà mentali accese. Di confrontare le Scritture con le Scritture.
Gesù non ci ha chiesto di imparare a memoria tutte le tecniche dei falsi cristi: ci ha chiesto di guardare i loro frutti, e di amare Dio e la Sua Parola con tutto noi stessi. E questo spinge a rimetterci in gioco, da capo, interi, pur di conformarci a Essa — e non il contrario.
Il monito più sentito di tutto il suo discorso sul tempo della fine, nonostante la gravità degli eventi, non è "fuggite ai monti". E’ "Badate che nessuno vi svii."
Badiamo che nessuno ci svii.
Mai più.
NOTE IN CALCE
John Hagee, Four Blood Moons: Something Is About to Change, Worthy Publishing, 2013. L'autore è pastore della Cornerstone Church di San Antonio (Texas).
Four Blood Moons, film documentario tratto dal libro, 2015.
Le eclissi lunari avvengono solo con la luna piena. Pasqua ebraica (15 di Nisan) e Capanne/Sukkot (15 di Tishri) cadono per definizione con la luna piena, essendo il calendario ebraico lunisolare: ogni eclissi lunare di primavera o autunno cade perciò in prossimità di una delle due feste.
Espulsione degli ebrei dalla Spagna (decreto dell'Alhambra): 31 marzo 1492; la tetrade seguì nel 1493-94. Nascita dello Stato d'Israele: maggio 1948; la tetrade seguì nel 1949-50. (Date delle eclissi: F. Espenak, NASA, Five Millennium Catalog of Lunar Eclipses.)
Nel periodo 2001-2100 si contano otto tetradi, il massimo possibile in un secolo (F. Espenak, NASA, catalogo delle eclissi lunari); esistono secoli storici del tutto privi di tetradi.
La Torre di Guardia, "La liberazione mediante il Regno di Dio è vicina!", 2008 (wol.jw.org): "Dal 1914 a oggi hanno perso la vita a causa delle guerre più di 100 milioni di persone", con la stima del Worldwatch Institute delle vittime del Novecento pari a "tre volte" quelle dei diciannove secoli precedenti.
Hal Lindsey, The Late Great Planet Earth, Zondervan, 1970 (circa 30 milioni di copie).
Popolazione mondiale ≈ 1,6 miliardi nel 1900, ≈ 6 miliardi nel 2000; nei secoli precedenti, per gran parte del tempo, oscillante tra i 200 e i 500 milioni (Our World in Data; stime ONU).
g88 8/4 pp. 7-13 — Svegliatevi! 8 aprile 1988, "Gli ultimi giorni: Carestia, pestilenza, inquinamento e la predicazione del Regno" (Spagnola + cancro/cardiopatie/AIDS).
g97 — Svegliatevi! 1997, "Le malattie saranno mai debellate?" (Spagnola, asiatica 1957, Hong Kong 1968-69, AIDS).
g91 — Svegliatevi! 1991, "È più tardi di quanto pensiate?" (Spagnola: un miliardo di contagiati, 20 milioni di morti)
John Hagee, The End of the Age (Thomas Nelson, 2021; rielaborazione del precedente From Daniel to Doomsday): fra i segni elenca "l'aumento di pestilenze e terremoti" e adduce come prova la pandemia del 2020.
Speranza di vita media mondiale: da poco più di 30 anni a inizio Novecento a circa 67 nel 2000, oltre 70 oggi (Our World in Data; J. C. Riley, 2005).
Mortalità infantile: storicamente circa un bambino su tre non arrivava ai cinque anni; oggi, a livello mondiale, meno di uno su venti (Our World in Data).
Vaiolo dichiarato eradicato dall'OMS nel 1980, unica malattia umana finora eradicata. La stima di ~300 milioni di morti nel solo XX secolo è molto citata (OMS/Nature) ⚠ da confermare; se risultasse più bassa, ricalibrare il confronto con le guerre.
g67 — Svegliatevi! 1967, "Come sappiamo di vivere negli 'ultimi giorni'": dopo il 1914 i terremoti causarono più danni e vittime che mai prima, e continuarono con crescente intensità togliendo più vite che in qualsiasi altro periodo (Avezzano 1915, Kansu 1920, Giappone 1923…). Riferimento wol: /d/r6/lp-i/1967241.
I cataloghi sismici odierni contengono molti più eventi registrati rispetto al 1900 (USGS).
Le stazioni sismiche nel mondo sono passate da poche decine/centinaia agli inizi del Novecento a molte migliaia oggi (USGS).
I terremoti forti restano pressoché costanti da quando esistono i registri strumentali: in media circa 15 di magnitudo ≥ 7 e circa 1 di magnitudo ≥ 8 all'anno (USGS, Earthquake Facts/FAQ).
Terremoto dello Shaanxi (Cina), 23 gennaio 1556: circa 830.000 morti, il più letale di cui si abbia notizia documentata.
Terremoto di Antiochia, 526 d.C.: stime antiche fino a circa 250.000 morti (Giovanni Malala) Cifra incerta: è una stima.
Terremoto e maremoto di Lisbona, 1º novembre 1755: sconvolse non solo la città ma il pensiero europeo del tempo (Voltaire, Kant).
Hal Lindsey, The Late Great Planet Earth, Zondervan, 1970, p. 52 (i terremoti in aumento tra i segni). L'impaginazione varia tra le edizioni: verificare sull'esemplare (il libro è consultabile su archive.org).
Lindsey rilanciò i dati dell'USGS (22.256 terremoti nel 2000, 31.199 nel 2004) nella sua rubrica del 2005; l'USGS precisa che l'aumento riguarda i terremoti registrati, non quelli avvenuti, e ha pubblicato in merito un chiarimento ufficiale.
Il significato della scrittura citata per giustificare la "luce progressiva" e perché non regge: trattato nell’articolo “Rispettiamo il contesto e il significato delle Scritture”.
Domande dai lettori, La Torre di Guardia, 1º giugno 1988, pp. 30-31: "un riesame di Matteo 11:20-24" porta a concludere che gli abitanti di Sodoma "subirono la distruzione da cui non c'è ritorno".
"Chi sarà risuscitato dai morti?", La Torre di Guardia, 1965 (seconda citazione); voce "Sodoma" nell'Ausiliario per capire la Bibbia (prima citazione). Ausiliario (1971)
"Chi è realmente lo schiavo fedele e discreto?", La Torre di Guardia, 15 luglio 2013, §3: ammette che "in passato le nostre pubblicazioni affermavano" la nomina del 1919 "sopra tutti i suoi averi", ora spostata al futuro.
La "generazione" ridefinita: dal Salmo 90:10 (70-80 anni) negli anni Cinquanta, poi "generazioni sovrapposte". La "generazione" ridefinita: sganciata dal 1914 (La Torre di Guardia 1° novembre 1995, pp. 14, 20) e poi reinterpretata come "generazioni sovrapposte" (La Torre di Guardia 15 aprile 2010, p. 10).
Il 18 settembre 2026 il Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova ha reso "questione di coscienza personale" l'accettare globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine dal sangue altrui — i quattro componenti principali, categoricamente vietati per decenni (comunicato ufficiale su jw.org, 18 settembre 2026; un primo passo sul sangue autologo era già del marzo 2026). Resta proibita la sola trasfusione di sangue "intero". Il paradosso: si separa il sangue nei suoi quattro componenti, li si può ricevere tutti, ma non "insieme". Sul piano medico la differenza è minima; cambia il nome sul flacone, non la sostanza. Per decenni quegli stessi componenti sono stati rifiutati in nome di Dio, a volte fino alla morte.






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